Stefano Ricci / Gianni Forte

Grimmless
Briciole di un ritorno infinito

C’era una volta un paese a forma di scarpa...
Adesso non c'è più

La partenza avviene da Grimm. Con Grimm. Without Grimm. I fratelli Grimm, nell’immaginario dell’intero sistema solare, sono la fiaba. La favola per accezione. La fola intesa come racconto pop_olare. Torna, inchiodante, la definizione POP. Privo, oggi, di qualunque accezione modaiola e trendy. Inteso invece qui come patrimonio che appartiene al mondo. Materia che rivela l’anima di un popolo. Un termometro, che in mano ad una ricognizione eticoestetica si trasforma in ausculto e diagnostica delle condizioni di noi sopravvissuti sulla penisola dello Stivale dorato.

Fiaba come transizione infantile verso l’età adulta. Fiaba come polmone d’acciaio per sopportare, da cresciuti, una quotidianità più affilata delle unghie di qualunque matrigna. Fiabe per nonni e nipoti, ognuno con il proprio bagaglio di desideri, aspettative e frustrazioni pronte a spiccare il volo verso una materializzazione dei bisogni. Che non sempre avviene.

Perché le nostre giornate non sono scritte dai fratelli Grimm. Non hanno lieto fine. Non ci sono artifici abusati e fazioni manichee: buoni da una parte, cattivi dall’altra. Ci siamo noi. Fratturati. Ribaltati. Senza sconti. Grimmless. Senza Grimm, appunto.



Nessuna Cenerentola, nessun Orco cattivo. I nuovi Hansel e Gretel, i timidi Pim Pum Fracassino, gli arroganti leprotti e i coraggiosi gnomi – emorragia di archetipi che ci sfiorano ogni giorno sull’autobus – incarnano figure e mondi che si stagliano all’improvviso nella bruma di qualunquismo caratterizzante la nostra epoca: inquietanti come fantasmi, la cui identità fisica e mentale è assorbente e dolorosamente sincopata, alla stregua degli ossessivi ritmi techno delle autoradio che aggrediscono dai finestrini in corsa.

5 giovani performer, 2 ragazzi (Giuseppe Sartori e Andrea Pizzalis) e 3 ragazze (Anna Gualdo, Anna Terio e Valentina Beotti), che producono – con il solo ausilio dei propri iniettori emotivi e fisici – l’evocazione di un’età dell’oro (quella in cui tutto è possibile, quella parallela e ipercontemporanea) che ci potrà dare la spinta propulsiva a trovare la pentola di monete preziose ai piedi dell’arcobaleno, cominciando col sollevare gli occhi dall’asfalto che abbiamo preso come riferimento per un’esistenza senza maiuscole. Materia umana, quella metamorfica del desiderio, impastata con ironia e sgomento, con quella sospensione fiabesca che richiede attitudine ludica e stupefatto distacco.

Foto: Claudia Pajewski

Tradizione vs. globalizzazione (e viceversa)

Un progetto politico sulla fantasia, quello di Grimmless, come codice per analizzare il Presente. Come segreta rinascita, ribaltando le classificazioni di Bene e Male, per scovare il malessere di un’esistenza deprivata di valori, accontentata, vinta.

Rifiuto ostinato dell’economico palliativo digitale terrestre, armando la propria rabbia favolistica contro i mulini a vento del Facile: riappropriandosi di una fantasy-land, uno scudo etico (incastrato nella roccia) con il quale parare meglio i dardi dell’adulterato giorno. Con la nostra personale grammatica, diretta e ruvida. Con il nostro cuore, aritmico e balbettante. Con i nostri perimetri, indotti dalle fiabe alle quali ci costringono gli altri. Con la nostra pupilla, che deforma e accartoccia i succedanei.

Un new realism dove forse, come Pollicino, appellare le briciole che ci riconducano fuori dall’intrico forestale dell’Assenza. Dalla neve candida, che cade e ricopre tutto raffreddando – con bonario e vellutato silenzio – ogni brace vitale.

Stefano Ridolfi

Esplorazione dello stato di premorte: coma

Un plotone di lampadari di cristallo, vestigia di una vita splendente, giacciono a terra insepolti. Animali agonizzanti che flebilmente illuminano la nebbia fitta di un Presente incerto e plasmabile. È la prima immagine dello spettacolo. È la nostra fotografia. Eccoci. Siamo noi gli Eroi di questa storia. Corpi in coma che galleggiano in una dimensione mistificata da altri. Crediamo, ci costringiamo ad ascoltare la favola che ci viene propinata da uno Stato Mangiafuoco. Dimenticandoci che tutto quello che ci circonda è soltanto qualcosa raccontato da altri. Non Reale.

Siamo partiti da questo assunto quando abbiamo scelto di lavorare sulle fiabe dei fratelli Grimm: dove comincia l’artificio e quanto ci arrendiamo o lottiamo per combatterlo? Armati di un trolley e di una bacchetta magica – strappata via direttamente dalle nostre costole – affrontiamo l’oscurità del bosco, incerti tra il cedere alle lusinghe della Grande Luce (un muro di intensa e calda omologazione che ci seduce e ci chiama costringendoci ad attraversarla) e il continuare a vagliare ogni sentiero, ogni opportunità, per ritrovare la strada che ci conduca fuori. Là dove sia plausibile ritrovare le proprie personali orme. Fuori dal viluppo dei rami, risorti dopo l’ennesima morte che ci ha colti di sorpresa, ricordandoci la fallibilità ma soprattutto la capacità di rialzarci dopo ogni sconfitta.

Il mondo favolistico si corrompe sotto la luce impietosa di un Reale in cui si annaspa tentando di ritrovare la mappa del tesoro di un’infanzia perduta. Gli incanti che ci hanno cullato nell’illusione di un Regno che non esiste. Nell’attesa di un Principe Azzurro che non verrà mai. Di una rinascita che tarda a giungere.

I Grimm, prima di noi, ce l’hanno insegnato con la crudeltà di racconti tramandati di popolo in popolo: la morte è necessaria per raggiungere uno stato superiore. Con uno stile rude, pur nel trionfo dell’illusione, molto lontano dai toni rassicuranti di Walt Disney, che ci prospettava garrule eroine casalinghe e topi che cantavano e ballavano cucendo abiti da sera. La vita è dura e crescere, opponendosi ostinatamente ai giorni, rimane la nostra unica risorsa.



La sola forza prodigiosa applicabile, la sola magia realizzabile è quella di resistere al canto delle Sirene. Privi ormai di obiettivi, ci lasciamo accarezzare dalle forme di benessere collettivo senza accorgerci che – proprio in quel momento – siamo al centro di un’ennesima favola. La realtà è altrove e ognuno dei cinque performer, che ostinatamente e senza pudore si chiamano con il loro vero nome, la espone come una reliquia del Santissimo, in offerta ad una verità scomoda ma salvifica. Brutali, senza sconti, i cinque protagonisti si lanciano in quest’avventura ricordandoci in ogni istante che ci stanno mostrando quello che vogliono. Che ogni visione, che qualunque emozione, è costruzione dell’ingegno umano. Ci mostrano la volontà di credere, nonostante il deserto intorno, che l’Immaginazione è il superpotere con cui possiamo fare leva per riconquistarci una dignità.

Daniele + Virginia Antonelli

Magari senza happy end, come Andrea che scopre – alla stregua di Hänsel e Gretel – una casetta di marzapane che sancisce l’interruzione di un’esistenza tutta tesa a cercare un’affettività meno formale di quella domestica. Con il plastico della villetta dove ha perso la vita, che tanto ricorda le case dei giochi di Barbie e i talk-show in TV, dove il dolore altrui viene trasformato in pornografico sfruttamento al solo scopo di far alzare i dati Auditel, Andrea ripercorre a ritroso il suo assassinio trovando un senso a quelli che sono stati i suoi giorni.

Altri, invece, preferiscono colare una glassa di indifferenza, come Giuseppe che, alla stregua di Rosaspina, ammanta i suoi perimetri di un torpore, di una sonnolenza priva di responsabilità. Un regno del Sonno in cui è più semplice annullarsi e farsi dimenticare. A nulla valgono gli strepitii del mondo fuori, terrorizzato dal coraggio di lui di mettere il silenziatore. Tutti vorremmo lasciarci addormentare, ecco perché moltiplichiamo gli sforzi per risvegliare – con un frastuono vuoto – chi come Giuseppe decide di trasformarsi in una Bella Addormentata, convinto che l’indifferenza sia la strada giusta per frenare i fallimenti.

Mauro Santucci

Del resto, come dargli torto quando invece i tentativi di condivisione, se non suffragati da un sistema di non valori, vengono derisi e selvaggiamente stigmatizzati. Come nel caso di Valentina, una Cenerentola Matrigna che pur di farsi benvolere da chiunque, rinuncia a qualunque diritto sacrificando la propria identità sull’altare di un pressappochismo che non la aiuta a raggiungere, nonostante i colpi e il fiato corto, quell’abbraccio generico globale che auspica. Il branco (le sorellastre) riconosce l’artificio inautentico e rigetta con violenza i corpi estranei.

Daniele + Virginia Antonelli

Il processo di avvicinamento, sovrapposizione e superamento delle fiabe dei fratelli Grimm avviene attraverso una sincera fiducia del perfomer, che mette a disposizione il suo patrimonio individuale, fatto di frustrazioni_speranze_rancori_obiettivi raggiunti, per isolare il prototipo fiabesco che si è installato in lui sottopelle stanandolo.

Ecco quindi che Anna G. scopre il suo Cappuccetto Rosso smarrito nel bosco grazie ad un recupero – attraverso un sistema di improvvisazioni a tema – del suo rapporto con la madre e con i propri desideri infantili. Scoprendo anche che forse è più semplice tranciarli via per tornare a respirare e godere di quel poco, o tanto, che ci viene offerto dalla Vita ma di cui siamo impossibilitati ad assaporare perché ancorati a quel sacrificio primigenio che ci ha cristallizzati in quell’attimo di morte. La motosega che viviseziona la danzatrice in tutù, in cui ci saremmo voluti incarnare, è la zavorra per permettere alla mongolfiera che siamo di non perdere quota.

Serena Pea

Non possiamo sottrarci ad alcun maleficio che la vita ci pone sul tragitto ma forse riusciamo, come per un incantesimo generato da noi stessi, a trasformare – come fa Anna T. con la sua Bianca, la distrazione di una famiglia che ci rende freddi come Neve, in uno sguardo e un cuore candido, capaci di farci ritrovare una metaforica casetta alla fine del mondo, con sette coinquilini di – magari – bassa statura fisica ma altissima concentrazione affettiva, di comprensione e rispetto, in grado di prepararci al meglio per i continui decessi che ancora ci attendono sul nostro lungo cammino per uscire dal bosco. E le mele sulle quali rotoliamo verso l’abisso ci fanno meno male se a porgercele sotto la schiena sono i nostri migliori amici.

Daniele + Virginia Antonelli

Poi, come tutti i prodigi fatati, arriva l’ora in cui i destrieri bianchi tornano botoli pulciosi e le carrozze sfavillanti recuperano la forma di zucche. Basterà staccare la presa che illumina il mondo di Grimmless per far ripiombare l’oscurità su di noi, lasciando però impressa – esattamente come le flebili luci degli impacchettati lampadari di cristallo del Gran Ballo, schiantati nuovamente sul pavimento – quella fiammella che resiste nonostante tutto: la speranza di rischiarare il buio della coscienza.

E adesso, dopo le tormente di neve, i litri di oro liquido e le centinaia di chili di mele utilizzate lungo la Penisola in questo ultimo anno e mezzo di repliche, sarà interessante comprendere come l’essenza dei Grimm, trasfigurata da una visione italiana di ricci/forte, possa arrivare al cuore dei tedeschi dal momento che lo spettacolo Grimmless rappresenterà l’Italia alla prossima edizione della Biennale New Plays from Europe, che si terrà a Giugno 2012 a Wiesbaden.


Neue Stücke aus Europa / Grimmless

Forse solo allora – sotto un cielo nordeuropeo – comprenderemo che le fiabe, nutrite col sangue dell’esperienza, sono universali e riescono ancora a raccontarci di noi, nonostante il tempo trascorso e le indubitabili distanze geografiche.
ricci/forte
GRIMMLESS

con: Anna Gualdo, Andrea Pizzalis, Anna Terio, Giuseppe Sartori, Valentina Beotti; movimenti: Marco Angelilli; responsabile tecnico: Stefano Carusio; assistente regia: Elisa Menchicchi; regia: Stefano Ricci. Una produzione ricci/forte con il sostegno del Teatro Pubblico Pugliese.

     



    Illustrazione: Kobe Leah

    ricci/forte

    Formatisi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e alla New York University, Stefano Ricci e Gianni Forte studiano con Edward Albee. Vincono i Premi Studio 12, Oddone Cappellino, Vallecorsi, Fondi-La Pastora, Hystrio per la Drammaturgia e il Premio Gibellina/Salvo Randone per il Teatro. Nel 2006 va in scena troia’s discount. Nel 2007 vengono invitati dall’Ambasciata di Francia per Face à Face con Olivier Py. Al Festival Internazionale Castel dei Mondi portano metamorpHotel e la prima parte del progetto wunderkammer soap. Nel 2008 debutta 100% furioso. Prodotto dal Teatro di Roma, ploutos (da Aristofane), regia di Massimo Popolizio, ottiene il premio della Critica come miglior testo Biennale Venezia Teatro 2009. macadamia nut brittle debutta al Garofano Verde. ‘abbastarduna, regia di David Bobée, è al Théâtre des Bernardines/Marsiglia. In coproduzione col CSS di Udine, presentano pinter’s anatomy. Nel 2010 troilo Vs. cressida (da Shakespeare) è in prima nazionale al Festival dei Due Mondi/Spoleto. La Fondazione Alda Fendi ospita la performance some disordered christmas interior geometries. Nel 2011, con il sostegno del Teatro Pubblico Pugliese, debutta grimmless e, in coproduzione con Centrale Fies Festival Drodesera, il primo studio di imitationofdeath. All’Espace Malraux Scène Nationale di Chambery viene presentato macadamia nut brittle, regia di Simon Delétang. L’edizione integrale del progetto wunderkammer soap approda, coprodotto, al Romaeuropa Festival. grimmless sarà il contributo italiano alla Biennale "Neue Stücke aus Europa" di Wiesbaden a giugno 2012.

    www.ricciforte.com