Salone del Libro 2015

"L’unione monetaria divide gli stati europei" – quattro domande a Wolfgang Streeck

Wolfgang Streeck; © Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung
Wolfgang Streeck; © juergen-bauer.com

L’euro, la moneta unica europea, sta attraversando una crisi che, secondo alcuni, minaccia di spaccare l’UE. Altri sostengono che questa crisi, come quelle precedenti, finirà per unire ancora di più l’Europa. In un’intervista a Goethe.de il professor Wolfgang Streeck del Max-Planck-Institut per lo Studio delle Società illustra quanto siano concrete – o improbabili – queste prospettive.

Professor Streeck, le favole possono essere belle e talvolta anche spaventose, ma tutte hanno qualcosa in comune: sono frutto della fantasia. Possiamo dunque considerare una favola anche la storia che ci hanno raccontato prima dell’introduzione dell’euro, cioè che la moneta unica avrebbe rafforzato l’unità europea?

Era una speranza, anche se ogni Paese la interpretava in modo diverso. Dalla moneta comune la Francia e altre nazioni si aspettavano la fine del predominio tedesco nella politica monetaria, mentre la Germania sperava nell’europeizzazione della sua tradizionale politica della valuta forte. Oggi, a dieci anni dall’introduzione dell’euro, è chiaro che questo conflitto non può più restare nascosto dietro i compromessi sottoscritti formalmente negli anni ’90. Mentre l’economia tedesca, grazie alla sua struttura fortemente orientata all’industria manifatturiera, regge bene una politica monetaria restrittiva, altri stati dell’eurozona non sono “competitivi” a queste condizioni e rischiano di rimanere sempre più indietro. Per questi Paesi la linea imposta da Berlino e Bruxelles – ossia mettere in atto “riforme strutturali” secondo il modello tedesco per adattare le economie nazionali alle esigenze del mercato e dell’euro – non è di nessun aiuto per svariati motivi. Così l’unione monetaria, invece di avvicinare i Paesi europei, li divide.

I prossimi anni saranno difficili

Gli ottimisti sostengono che l’Unione Europea uscirà dalla recessione più forte di prima, com’è sempre accaduto nei decenni precedenti. Lei condivide questa valutazione?

Niente affatto. Se rimarremo ancorati all’euro, la situazione in Europa nei prossimi anni sarà estremamente problematica. La frattura tra stati con o senza euro diventerà più profonda: Gran Bretagna, Danimarca e Svezia non aderiranno, e la Gran Bretagna insisterà almeno per allentare i vincoli che la legano all’UE. All’interno dell’unione monetaria si aprirà un conflitto prolungato tra centro e periferia. Bruxelles terrà stretti al guinzaglio i Paesi economicamente più deboli per favorire “consolidamento” e “riforme strutturali”. In cambio, come aiuto all’adattamento, questi Paesi chiederanno l’erogazione di fondi, che però potranno ricevere soltanto a fronte della rinuncia alla loro sovranità economica e sociopolitica. Questo susciterà le proteste dei cittadini, il che, a sua volta, comprometterà la disponibilità dei Paesi forti a sborsare altri soldi. Di conseguenza, questo flusso di denaro diretto da nord a sud, e poi anche a sud-est, sarà sempre troppo esiguo per i beneficiari e troppo abbondante per chi lo eroga, mentre le ingerenze nella politica nazionale saranno giudicate troppo pesanti dagli stati periferici e insufficienti dagli stati centrali.

In un recente comunicato congiunto i ministri delle Politiche Sociali e delle Finanze di Francia e Germania hanno espresso la convinzione che “gli sforzi comuni compiuti per affrontare l’emergenza della crisi nell’eurozona si stanno rivelando efficaci”. Inoltre, hanno proseguito, “la crescente fiducia dei mercati“ dimostra “che la risposta europea alla crisi, ossia il risanamento delle finanze statali e la modernizzazione delle nostre economie, è quella giusta”. Il consolidamento dei bilanci salvaguarda non solo il nostro sistema sociale, “ma anche la nostra sovranità e la capacità degli stati di rispettare i loro impegni senza restrizioni”. Possiamo confutare queste affermazioni?

Certo! Anzi, dobbiamo. La nuova “fiducia dei mercati” si basa esclusivamente sulla promessa della Banca Centrale Europea di stampare denaro illimitatamente per mettere gli stati in condizione di servire i debiti e tenere a galla le banche. Poiché gran parte di questo denaro fresco viene investito a scopo speculativo, e quindi le aziende ne vedono solo una minima parte, il prezzo delle azioni aumenta, come se nel passato non ci fossero mai state bolle. Ancora una volta, tutti sperano di riuscire a tirarsene fuori prima che anche questa bolla scoppi, come succede sempre in questi casi. Allo stesso tempo il debito totale delle nostre economie nazionali cresce sempre di più, non solo in Europa, ma anche in Giappone e negli USA, come è accaduto ripetutamente dagli anni ’70. Finora gran parte dell’onere dei debiti è attribuibile non allo stato, ma piuttosto al settore finanziario privato, che continua a immettere nuovi “prodotti” sul mercato. Prima o poi le sue perdite dovranno essere nazionalizzate dagli stati, con un conseguente aumento del debito sovrano e quindi un ulteriore “consolidamento”, ancora più brutale, dei bilanci del settore pubblico.

Antidemocratici in ascesa

Nelle emergenze i soccorsi devono arrivare in fretta. Nella crisi finanziaria è stato lanciato un SOS allo stato, nonostante in passato sia stato criticato da più parti a causa della sua inerzia. Nel suo libro “Weltbeziehungen im Zeitalter der Beschleunigung” (Relazioni mondiali nell’epoca dell’accelerazione), Hartmut Rosa, dopo aver esplorato il processo decisionale in relazione ai vari “pacchetti di salvataggio dell’euro”, sostiene che la politica si dimostra ancora capace di accelerare, quando si tratta di rinunciare alla democrazia. Ci attende dunque una “de-democratizzazione” come conseguenza della crisi delle banche, della finanza e dell’economia”?

Sì, Rosa ha perfettamente ragione su questo punto. Gli antidemocratici sono in aumento. Come economista o politologo, oggi puoi guadagnare una fortuna e girare il mondo passando da un congresso di economia all’altro per dare al pubblico – che opera in un mondo governato dal profitto – la buona notizia che nella crisi mondiale con la democrazia non si va da nessuna parte e che per la crescita economica è molto meglio perseguire il “modello cinese” o quello di Singapore. Questo evoca un parallelo stupefacente con gli anni ’30, quando Mussolini, Hitler e perfino Stalin avevano non pochi sostenitori nella classe imprenditoriale occidentale.

Ancora oggi non mancano esempi di progressiva de-democratizzazione; basta pensare al patto fiscale o all’effettiva gestione della politica economica da parte della Banca Centrale Europea – un organo incontrollabile in termini parlamentari e politici – oppure alla cieca approvazione da parte dei parlamenti nazionali, condizionati dai governi, delle incessanti azioni di salvataggio europee. Prima o poi dovremo chiederci se i vantaggi della “globalizzazione” sono davvero così grandi da spingerci ad accettare di ricevere ordini da una tecnocrazia globale di capitalisti privata di qualsiasi responsabilità democratica.

Wolfgang Streeck è docente di Sociologia presso l’Università di Colonia e direttore del Max-Planck-Institut per lo Studio delle Società (MPIfG). È autore del libro Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus (Tempo comprato. La crisi rinviata del capitalismo democratico) (Suhrkamp Verlag, 2013).

Europe an Economic Tale

In occasione del Global Media Forum della Deutsche Welle, svoltosi a Bonn il 17 giugno 2013, il Goethe-Institut ha riflettuto sull’attuale dibattito relativo alla crisi economica e del debito in Europa in una conferenza dal titolo „Europe an Economic Tale. The Current Financial Crisis – Perspectives from Europe and Beyond“ . 



Peter Craven (Deutsche Welle) ha moderato il dibattito, cui sono intervenuti Louis N. Christofides (docente di Economia all’Università di Cipro, Nicosia), Theocharis Grigoriadis (visiting professor di Economia e Studi sull’Europa orientale presso la Libera Università di Berlino; Atene), Frank Sieren (autore di bestseller, documentarista, corrispondente ed editorialista per Handelsblatt, Pechino) e la Dott.ssa Ursula Weidenfeld (giornalista economica, Berlino).

Andreas Vierecke
ha condotto l’intervista. È caporedattore della rivista “Zeitschrift für Politik” e co-direttore della Südpol-Redaktionsbüros Köster & Vierecke.

Copyright: Goethe-Institut e. V., redazione Internet
Traduzione: Maria Carla Dallavalle
Giugno 2013

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