Alternative agli spazi vuoti
Negli scorsi anni numerosi artisti si sono occupati del processo di restringimento delle città e delle sue conseguenze.
Secondo studi recenti le grandi città – soprattutto quelle occidentali – nel prossimo decennio si restringeranno notevolmente. Questo fenomeno, ormai evidente in città come Detroit, negli Stati Uniti, a Manchester e Liverpool, in Gran Bretagna, o ad Halle e Lipsia, colpirà anche intere regioni e agglomerati urbani, come ad esempio il territorio della Ruhr, con le città di Essen e Düsseldorf: in queste zone si stima che la popolazione diminuirà di più del dieci per cento.
A ciò vengono ad aggiungersi il fenomeno del nomadismo moderno, l'emigrazione e l'immigrazione, la separazione delle zone destinate al lavoro da quelle abitate, le "Gated Communities", che si estenderanno anche al di fuori degli USA, e i cosiddetti "Televillages", già in via di progettazione nelle vicinanze di Parigi. In questi insediamenti chiusi le persone hanno la loro abitazione e anche il loro posto di lavoro (al computer). In questo modo non devono (e non possono) lasciare il contesto geografico nel quale vivono – una nuova forma di ghettizzazione. La conseguenza inevitabile è che – soprattutto nei centri delle città – vengono a crearsi spazi vuoti, superfici abbandonate e non-luoghi, che possono via via essere interpretati come una chance o come un fattore di rischio.
L'artista lussemburghese Bert Theis ha tradotto questo aspetto in forma concettuale e visiva nei suoi Collages urbani, ad esempio in Fuad Labord, nel quale traspone le Torri Gemelle a Milano, in un contesto che ricorda la foresta primordiale.
|
Bert Theis |
|
Marjetica Potrc |
"Le città hanno bisogno di edifici vuoti"
Anche molti altri artisti, negli anni scorsi, si sono confrontati con queste tematiche e hanno sviluppato delle possibili alternative, tra l'altro in modo più rapido ed efficiente rispetto agli urbanisti e agli studiosi di psicologia sociale: l'arte contemporanea come missione politica, che non si dedica più soltanto alla decorazione estetica dello spazio pubblico, ma interviene consapevolmente in situazioni concrete, insostenibili dal punto di vista urbanistico, per elaborare possibili soluzioni. Per esempio, l'artista slovena Marjetica Potrc si dedica da qualche anno a documentare su base empirica i problemi sociali e urbani di metropoli come Caracas o Hongkong, con risultati sorprendenti riguardo a stili di vita, strategie di mobilità ed altre abitudini dei loro abitanti: l'artista come nomade ad alta tecnologia! Già anni fa Potrc ha constatato che le città hanno bisogno di edifici vuoti, come le persone di un posto per dormire. Gli spazi vuoti nelle città servono per sognare ad occhi aperti.
"Occupazione" di posti vuoti
Anche l'artista tedesco Olaf Nicolai si è occupato del motivo degli spazi vuoti, delle superfici abbandonate all'interno delle città, inutilizzate e dunque in futuro disponibili su grande scala per nuove e diverse funzioni. In un progetto concreto elaborato nel 2001, Nicolai introduce il motivo della libertà, e perfino dell'autonomia umana: In Exterritorial chiede di "garantire ad un'area lo stato giuridico di zona extraterritoriale, e di documentare le diverse fasi di questo tentativo – dalle perizie legali alle reazioni dell'opinione pubblica fino ai processi decisionali di carattere politico. La discussione sulla possibilità o non-possibilità di un tale luogo mostra i limiti del concetto comune di spazio e di diritto, e la posizione che il singolo assume all'interno di questo concetto e nei suoi confronti." Dichiarando lo spazio vuoto in senso topografico come spazio libero dal punto di vista giurisdizionale, e introducendo così in un certo senso il motivo dell'anarchia, Nicolai tematizza in modo provocatorio i processi di mutamento sociale.
![]() |
Tobias Rehberger |
Anche altri artisti hanno intrapreso l' "occupazione" di spazi vuoti all'interno delle strutture urbane: già nel 1987, il duo svizzero Peter Fischli e David Weiss ha "riempito" un terreno inutilizzato con il modello in scala di un palazzo dell' amministrazione; Thomas Rehberger, di Francoforte, nel 1997 ha suscitato scalpore utilizzando un terrazzo abbandonato per installarvi una scultura di luce che al tramonto veniva trasformata in un bar; Achim Manz, di Brema, ha riempito nel 2005 un negozio vuoto di Monaco con una "fontana a getto da camera".
Ma è l'atelier olandese van Lieshout, con il suo progetto idealistico "Utopian Village" nell'area portuale di Rotterdam, ad avere sviluppato, a partire dalla metà degli anni novanta, l'idea più radicale: forme d' arte e di vita che si muovono spesso al limite della legalità, o comunque più in generale contrastano con le norme civili comuni. Non si tratta però solo di una forma di provocazione, bensì di sviluppare e ridefinire una forma di convivenza sociale che all'inizio del ventunesimo secolo va disfacendosi ed è sempre più caratterizzata da paura del terrorismo, disoccupazione e paura del futuro.
| Letteratura sul Tema
Public Art – Kunst im öffentlichen Raum, Ein Handbuch [Manuale dell' arte nello spazio urbano], Hrsg. Florian Matzner, 2. Auflage, Hatje Cantz: Ostfildern 2004 Schrumpfende Städte [Città che si restringono], Hrg. Philipp Oswalt im Auftrag der Kulturstiftung des Bundes, Band 1: Internationale Untersuchung, Hatje Cantz: Ostfildern 2004, |
è professore di Storia dell'arte presso l' Accademia di Arti figurative di Monaco; il suo ambito principale di ricerca riguarda l'arte nello spazio pubblico.
Traduzione: Paola Ludovika Coriando
Copyright: Goethe-Institut, redazione online
Avete domande su questo articolo? Scriveteci!
online-redaktion@goethe.de
maggio 2006














