Ritratto: Christoph Marthaler

Persone melanconiche stanno smarrite in spazi pieni di nostalgia, il tempo passa, poi cantano. Quando danno voce ai testi, mancano di vivacità, solo nel silenzio e nella musica arde in loro uno sguardo d’amore per la vita. Poi il tempo continua a passare.

Lo stile degli allestimenti di Christoph Marthaler si differenzia così profondamente da qualsiasi altra scrittura registica che in quindici anni ha trovato a malapena imitatori. Come nel caso di altri artisti eccezionali – quali Einar Schleef, Frank Carstorf o Christoph Schlingensief – l’arte teatrale di Marthaler è espressione di una personalità talmente inconfondibile da non poter essere presa a modello o essere assunta a teoria comune. Chi utilizza la metodologia di Marthaler scivola subito nel plagio.

L’unicità della particolare arte teatrale del regista e musicista svizzero è in primo luogo la sua capacità di trarre bellezza dalla debolezza e dallo sforzo di farcela. Le persone che popolano le sue scene sono la negazione totale di un pensiero razionale. Portinai stanchi, proletari svogliati, grigi impiegati, i lenti di pensiero e molte altre tipologie di rassegnati al proprio destino. L’inerzia assume qui un ruolo eroico. Ma al contrario della commedia e della satira, che utilizzano personaggi simili, il teatro di Marthaler non acquista la sua grandezza dalla caricatura di questi soggetti. Non importa se rappresenta un razzista ubriaco che si è orinato nei pantaloni da ginnastica o un intraprendente ma completamente fallito, i suoi personaggi mantengono sempre la loro dignità. E nell’attesa e nel canto comunitario, nelle azioni maldestre o con un’immensa timidezza, nonostante tutte le diversità, li unisce il legame forte della commozione e dell’umorismo.

Nonostante la grande simpatia che Marthaler mostra per i suoi perdenti prevalentemente maschili e che riscalda in modo così cordialmente sincero i suoi allestimenti, all’inizio il suo stile è una grande provocazione. Proprio la sua prima serata liederistica a Basilea, dove il musicista teatrale ha intrapreso i suoi primi passi come regista, si è conclusa con uno scandalo. Il progetto sul militare svizzero, il cui titolo storpiava l’inno nazionale svizzero („Quando la cima delle alpi si arrossa, uccidete, svizzeri liberi, uccidete“) ha quasi portato al licenziamento del suo intendente Frank Baumbauer.

Ma non solo la sua sottile ironia, che con diversi progetti ha preso di mira una volta i politici tedeschi del dopoguerra, un’altra l’insolvente Swiss Air o il falso senso della patria, spesso presenta spigoli pungenti. Proprio l’estrema dilatazione del tempo, che a volte ha costretto il pubblico ad osservare per lunghi minuti tipi che sonnecchiano, e la libertà d’interpretazione dei testi ha tolto a molti spettatori e critici la possibilità di capire. I primi grandi progetti all’inizio degli anni ’90 – come la trasposizione di Goethe „Goethes Faust Wurzel 1 + 2“ allo Schauspiehaus di Amburgo o „Murx den Europäer! Murx ichn! Murx ihn! Murx ihn! Murx ihn ab!“, una serata liederistica sui cattivi rapporti tra tedeschi est/ovest alla Volksbühne di Berlino – sono risultati così estranei a molti spettatori da essere tacciati di dilettantismo.

Le dense atmosfere musicali e il singolare quadro con strani tipi e situazioni folli, che Marthaler rinnova continuamente, sorprendentemente non hanno ancora mostrato segni di logoramento. Ciò dipende anche sicuramente dall’organizzazione famigliare del suo universo. Fin dalle sue prime produzioni si è mantenuto unito un nucleo di collaboratori che partecipa in egual misura al successo dei suoi lavori. La scenografa Anna Viebrock con le sue imponenti architetture del quotidiano, la drammaturga Stefanie Carp che fornisce il fondamento testuale al progetto, fino ad alcuni attori (André Jung, Ueli Jäggi, Josef Ostendorf, Jean-Pierre Cornu, Graham F. Valentine), una squadra impegnata affinché la radicata originalità del teatro di Marthaler produca sempre nuove varianti.

Poiché l’eccentricità non è politicamente idonea, questa comunità artistica ha fallito nella direzione del teatro a Zurigo, dove nel 2000 Marthaler è stato chiamato come intendente. Ma ciò nonostante Marthaler è riuscito sempre di nuovo anche a Zurigo, come regista, a mettere in scena questa magia unica di isolamento dal mondo. Ad esempio, nell’adattamento di „Dantons Tod“ di Büchner ha svelato nuovamente con gioiosa curiosità il lato timido e modesto di un grande classico. La rivoluzione viene ambientata in un’osteria, dove i conflitti storici hanno solo conseguenze attutite dalla musica e le donne illustrano vivacemente gli aspetti realistici dei conflitti degli uomini.

Marthaler, segnato duramente dalle trame politiche attorno al suo congedo dallo Schauspielhaus di Zurigo, si era intanto preso una pausa artistica, per poi rovinare il suo debutto a Bayreuth con una versione troppo sfinita di „Tristan und Isolde“, ma alla fine è tornato alla grande opera della gente paziente. Il suo progetto „Die Fruchtfliege“ del 2005 alla Volksbühne di Berlino si ricollega all’assurda situazione di laboratorio del suo „Wurzel-Faust“, dispiegando di nuovo con silente comicità e bei canti la magia della consunzione poetica.

Till Briegleb
Traduzione: Giusi Emari Donzelli / Clara Sibilla

After the Fall – L'Europa dopo il 1989

Progetto teatrale del Goethe Institut sulle ripercussioni della caduta del Muro in 15 Paesi europei.