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Centenario della nascita di Joseph Beuys
L’incontro di Beuys e Burri a Perugia

Burri e Beuys all'inaugurazione della mostra a Perugia il 3 aprile 1980
Burri e Beuys all'inaugurazione della mostra a Perugia il 3 aprile 1980 | © Magonza Editore | Foto (dettaglio): Lionello Fabbri

L’incontro tra Joseph Beuys e Alberto Burri ha rappresentato un momento di profonda riflessione artistica, in uno spirito di confronto tra visioni differenti. Avvenuto a Perugia, altra città italiana dopo Napoli e Bolognano, con cui Joseph Beuys ha stretto un rapporto di scambio, fu frutto dell’intuizione del curatore Italo Tomassoni.

Di Nicola Brucoli

Nello scenario della Rocca Paolina interagirono tre mondi artistici differenti: quello di analisi e curatela di Italo Tomassoni, l’arte informale e materica di Alberto Burri e l’arte umanistica e universale di Joseph Beuys.
 
Il curatore volle unire due artisti, affermati nei rispettivi paesi e nello scenario continentale, che fino a quel momento non si conoscevano. Come Tomassoni racconta nella pubblicazione Beuys | Burri. La persistenza del valore, il suo esperimento nasceva da un’idea molto precisa: rispondere alla colonizzazione dell’arte europea da parte della cultura pop americana attraverso l’incontro tra due mostri sacri della cultura figurativa del vecchio continente.
Joseph Beuys a Perugia Joseph Beuys a Perugia | © Magonza Editore | Foto: Lionello Fabbri In quel periodo, infatti, l’Europa non sembrava avere il nervo per esprimere risposte efficaci nel panorama artistico. Per dare nuova spinta al movimento Tomassoni decise di individuare due artisti opposti, provenienti da contesti dialettici, per rappresentare una nuova frontiera.

Perché Burri e Beuys

Perugia è il capoluogo della regione dove Alberto Burri è nato. Nel corso della sua ricerca artistica non era più tornato in questo contesto. L’incontro diventò dunque l’occasione per riportare a casa il maestro, circostanza per confrontarsi con le proprie radici e con un artista altro da sé.
 
Joseph Beuys invece era “l’esterno”, tedesco, antesignano di un’arte capace di travalicare i puri elementi estetici posizionandosi su latitudini antropologiche. Aveva già interagito con il contesto italiano tramite Lucio Amelio a Napoli e a Bolognano con la famiglia Durini.
 
Manifesto della mostra di Burri e Beuys a Perugia, 1980 Manifesto della mostra di Burri e Beuys a Perugia, 1980 | © Magonza Editore Tomassoni riuscì a mediare tra questi due artisti, incuriosendo entrambi sulla possibilità di incontrare l’altro e di essere interpellati sulla crisi dell’arte europea. Attuò una particolare azione di convincimento verso Burri che era refrattario alla comunicazione, molto chiuso e riservato.
 
Come “location” di questa scintilla fu scelta la Rocca Paolina di Perugia, una rocca cinquecentesca somigliante ad una cittadella sotterranea. Uno scenario che avrebbe conquistato i due artisti e che nonostante l’incredibile valore architettonico e urbanistico era chiusa al pubblico e versava in uno stato di abbandono.

L’incontro

Nella Rocca Paolina riqualificata, il 4 Aprile 1980 Beuys e Burri si incontrano.
Dopo un’introduzione di Italo Tomassoni, il curatore presentò i due artisti chiedendo loro di spiegare al mondo la natura profonda della cultura europea.
In quel momento, come prevedibile per due personaggi così diversi e indipendenti, Beuys e Burri cominciarono a rispondere ognuno a suo modo.
 
Joseph Beuys viveva della forza della parola mentre Alberto Burri non era molto loquace, per lui contava solamente l’immagine e questo si manifestò all'esito del confronto.
Mentre Beuys si preparava a fare la sua lezione sull’arte contemporanea nello spazio centrale, quello della Cannoniera, Burri si allontanò, posizionandosi nella stanza più remota della Rocca. Qui fece issare un grande obelisco di ferro, poi ribattezzato il Grande Nero R.P.
 
Quando poi si ritrovarono i due artisti e il curatore, finita la performance, con un pizzico di ironia Beuys dichiarò: “non è colpa mia se questo incontro che doveva essere un dialogo si è risolto in un monologo”.

Lavagne di pensiero

Fu, però, un monologo straordinario quello di Joseph Beuys. L’artista tedesco sentiva le domande e le provocazioni di Tomassoni, le faceva tradurre dall’interprete e poi spiegava le ragioni teoriche che sostengono la sua visione dell’arte oltre l’arte e oltre il linguaggio mentre illustrava su sei grandi lavagne nere la sua visione del mondo.
 
Attraverso questi schemi egli trattò della distribuzione democratica del denaro, dell’equo diritto al lavoro e del bilanciamento tra produzione e consumo. In una dimensione che confinava con il mito, Beuys spiegò la sua visione post-capitalista e post-produttiva, la sua concezione di salvezza della natura. Quasi un messaggio messianico in cui sosteneva che il mondo era un’opera d’arte e che tutti gli uomini potevano essere artisti. Ciò che vedeva di fronte a sé era una scultura sociale.

Le lavagne in un primo momento furono posizionate in un magazzino, poi sistemate a Palazzo della Penna dove è stata allestita una permanente su Beuys, l’unico museo pubblico italiano dedicato a questo maestro tedesco.

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