“In die Sonne schauen”, film premiato a Cannes
Dove abitano i ricordi
In testa, le voci degli altri: la bracciante agricola Angelika (Lena Urzendowsky)
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© Fabian Gamper / Studio Zentral
“In die Sonne schauen”, film di Mascha Schilinski premiato a Cannes, racconta la storia di quattro ragazze che vivono in periodi diversi in una fattoria dell’Altmark, nel Land Sassonia-Anhalt. Un capolavoro poetico sul ricordo, sulla memoria corporea e sul trauma transgenerazionale.
Di Jenni Zylka
Dove abitano i nostri ricordi? In testa? Nel cuore? Nel nostro corpo? Nello sport si parla di “memoria muscolare” e nel fenomeno dell’arto fantasma, che può far percepire dolore in una parte del corpo ormai mancante, a ricordare sono il corpo e i nervi.
Premio speciale a Cannes
Assenza, sentimento e ricordo sono i temi centrali del dramma di Mascha Schilinski In die Sonne schauen [titolo internaz.: Sound of Falling], vincitore nel 2025 al 78° Festival Internazionale del Cinema di Cannes del Prix du Jury, terzo premio per importanza, dopo la Palma d’Oro e il Grand Prix du Jury.Vale la pena soffermarsi su quest’onorificenza, perché nella lunga storia di questo Festival nessuna una regista tedesca aveva mai vissuto un simile trionfo: gli unici tedeschi premiati a Cannes nelle categorie principali, infatti, erano stati i suoi colleghi uomini Werner Herzog, Volker Schlöndorff e Wim Wenders. Quest’ultimo, oltre alla Palma d’Oro del 1984 per Paris Texas, nel 1993 aveva vinto anche il Grand Prix du Jury con Così lontano così vicino.
A Cannes nessuno avrebbe scommesso su Schilinski, che prima di questo film aveva realizzato solo Die Tochter (lett. La figlia), con il quale si era laureata alla Scuola di Cinema del Baden-Württemberg. Eppure, In die Sonne schauen è entrato subito nel cuore, o nel corpo, o forse in testa, o insomma dove abitano i nostri ricordi, riflettendo su percezione e memoria senza seguire una classica forma narrativa. La storia è popolata da protagoniste affascinanti: Alma (Hanna Heckt), bambina di sette anni dalle trecce bionde che in grembiule bianco e zoccoli di legno corre in un cortile scricchiolante nell’Altmark, prima della Prima Guerra mondiale; Erika (Lea Drinda), giovane donna che vive in quella stessa fattoria alla fine della Seconda Guerra mondiale; Angelika (Lena Urzendowsky), adolescente che negli anni ’80 vorrebbe fuggire dagli stretti confini della fattoria e della DDR; e infine Lenka (Laeni Geiseler), berlinese del tempo presente, che con i genitori e la sorella minore Nelly arriva proprio in quella fattoria in fuga dalla città.
La fattoria è abitata anche da altri personaggi femminili: madri, sorelle, domestiche, zie e amiche, e naturalmente anche da uomini, come Fritz, fratello di Alma, reso dai genitori inabile al servizio militare prima della Prima Guerra mondiale mediante un atroce “incidente”, e che negli anni ’40, con una sola gamba, diventa il segreto oggetto del desiderio di Erika, o anche Rainer, cugino di Angelika, sopraffatto dai suoi tentativi di flirt, o ancora lo zio Uwe, al quale non sfugge la sessualità nascente della nipote.
Quando i luoghi e la storia si imprimono nei corpi
Il legame che la regista e sceneggiatrice berlinese quarantunenne instaura tra i personaggi, i tempi e le trame è fisico e locale: sembra impresso nelle ossa, nelle assi della casa stessa, e da lì diffondersi attraverso meandri segreti nelle menti. Forse i destini delle donne sono comunque globali: non è solo Alma ad essere perseguitata da ricordi che non ha vissuto, anche le altre giovani hanno dei déjà-vu, ripetono (inconsciamente) gesti, parole, azioni, scoprono da vecchie foto volti che assomigliano ai loro.La telecamera di Fabian Gamper manifesta i movimenti a livello temporale e visivo, aleggiando su ciò che accade come un fantasma, circondando i personaggi, guardandoli a volte direttamente in faccia, accompagnata da una voce narrante infantile in un autentico, ormai raro dialetto dell’Altmark.
Nonostante ciò, In die Sonne schauen non risulta un film ostico e astratto, bensì sensuale e tangibile, e sono vivide le storie che racconta: perdendo la gamba, Fritz ha perso la voglia di vivere; una domestica è stata sterilizzata con la forza, come era consuetudine all’epoca; quando l’Armata Rossa minaccia di avvicinarsi, alcune donne scelgono il suicidio di massa; anche Angelika vorrebbe scomparire, in particolare da una foto Polaroid. E nel presente, la famiglia di Lenka confabula sulla morte per cancro della madre della nuova amica Kaya.
Un linguaggio visivo sensibile dall’effetto universale
A differenza di registi come Michael Haneke, che ne Il nastro bianco racconta la severità e la rigidità della vita contadina attraverso trame e scene suggestive e molto concrete, Schilinski si affida al trauma transgenerazionale, impalpabile eppure percepibile, utilizzandolo come un invisibile protagonista. La sensibilità di Evelyn Rack e Billie Mind al montaggio, l’uso di dagherrotipi o Super 8 e un cupo sottofondo sonoro conferiscono alla pellicola una profondità giocosa, anche se il film, nel complesso, non risulta leggero e il tono di fondo non è né allegro né fosco, ma piuttosto poetico e fugace come un sogno.Da un punto di vista linguistico e tematico, In die Sonne schauen è fortemente radicato nell’Altmark, ma il suo effetto è universale. L’accoglienza trionfale nelle sale, ai festival e ai premi cinematografici internazionali non rappresenta solo un successo per un cinema potente e trasversale ai generi, o la prova che occorrono forme narrative insolite, ma è anche una dimostrazione della globalità dei sentimenti che, proprio come i ricordi che li accompagnano, sono fuggevoli ma elementari, ed è meraviglioso che questo film sia riuscito a catturarli.
(titolo internazionale: Sound of Falling)
Regia: Mascha Schilinski
Sceneggiatura: Mascha Schilinski & Louise Peter
Cast: Hanna Heckt, Lena Urzendowsky, Laeni Geiseler, Lea Drinda, Luise Heyer, Susanne Wuest, Zoë Baier
Durata: 149 minuti
Produzione: Studio Zentral in coproduzione con ZDF/ Das kleine Fernsehspiel