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Intervista con la direttrice artistica della Deutsche Kinemathek Heleen Gerritsen
Un periodo di delicati equilibri

Installazione multimediale in cui si vedono schermi con proiezioni, luci, poltroncine per il pubblico
Screentime – Installazione multimediale presso la E-Werk di Berlino, sede temporanea della Deutsche Kinemathek | Foto (dettaglio): © Nancy Jesse / Deutsche Kinemathek

La retrospettiva della Berlinale ripercorre un decennio di fratture, sperimentazioni e certezze perdute. Heleen Gerritsen parla dei film degli anni ’90 come specchio del cambiamento nel sistema e dell’importanza della conservazione del patrimonio cinematografico per il futuro della Deutsche Kinemathek.

Di Ula Brunner

Heleen Gerritsen, la retrospettiva della Berlinale di quest’anno è dedicata agli anni Novanta. Perché è così interessante questo decennio, dal punto di vista della storia del cinema?

Gli anni Novanta sono stati un periodo drammatico, anche per la storia del cinema tedesco. La riunificazione della Germania ha comportato grosse ristrutturazioni, soprattutto nella Germania dell’Est, ad esempio per gli studi cinematografici della DEFA, anche per i documentari, ma pure per gli studi per il cinema d’animazione di Dresda. Tutte queste istituzioni sono state messe in discussione, costringendo chi ci lavorava a sviluppare metodi di lavoro completamente nuovi. Questi cambiamenti politici e sociali hanno avuto dirette ripercussioni sui film realizzati, rendendo estremamente interessante quel periodo di grande precarietà.

Per la retrospettiva, si è partiti dal punto di vista tedesco?

In realtà, no. Per me è stato interessante soprattutto il fatto che, considerando l’ex “blocco orientale” nel suo complesso, questo cambiamento nel sistema è stato vissuto in contemporanea da circa 146 milioni di persone. E Berlino è il luogo perfetto per organizzare una retrospettiva di questo tipo: la caduta del Muro ha provocato onde d’urto in tutto il mondo, per cui si tratta del punto di partenza ideale per raccontare questa storia a livello internazionale.

È questo il motivo dei focus internazionali, sia dal punto di vista dell’Europa orientale, sia da quelli del cinema indipendente e del Black Cinema statunitensi?

Esatto. La retrospettiva è concepita come un viaggio cinematografico che inizia a Berlino e si estende verso l’Est e l’Ovest. Dopo il venir meno del blocco comunista, in molti luoghi si è pensato che avessero trionfato il capitalismo di mercato e la democrazia. Negli Stati Uniti è sembrato molto cinico a molti, specialmente nelle comunità nere, per cui sono nate forme di protesta, il New Black Cinema, i film di John Singleton o Spike Lee. Forse il nesso non è prettamente politico, ma c’è un comune spirito del tempo, strettamente legato alla musica e a sottoculture come l’hip-hop.

Quali criteri ha adottato per selezionare i film?

Un criterio importante è stata la concreta disponibilità del materiale: mancano spesso copie proiettabili di film degli anni Novanta, tanto che ad alcune di esse abbiamo dovuto dare letteralmente la caccia. Ad esempio abbiamo dovuto digitalizzare ex novo il film di laurea di Wolf Vogel Sunny Point, che è un esempio emblematico di quel periodo così turbolento. Allo stesso tempo, abbiamo voluto combinare nuove scoperte con film iconici che riflettono particolarmente bene lo spirito degli anni Novanta, anche pensando al pubblico più giovane, che spesso non conosce queste opere.

Heleen Gerritsen

Heleen Gerritsen | © Wolfgang Borrs

Una parte importante della retrospettiva è dedicata alla stessa Berlino e propone un mix di documentazione d’epoca come “Lola rennt” di Tom Tykwer, il film di laurea di Andreas Dresen o il progetto cinematografico alternativo di Michael Stock con gli abitanti di Wagenburg a Kreuzberg.

Sì, un film come Prinz in Höllenland di Michael Stock mostra un contesto di emarginazione e sottoculture che oggi trovano sempre meno spazio per via della progressiva gentrificazione, e quindi è ancora più importante mantenerli visibili attraverso il cinema.

Nel 2026 metterà a disposizione del Goethe-Institut diversi film su Berlino. Quali?

Due documentari collettivi, ossia Berlin, Bahnhof Friedrichstraße 1990 e Im Glanze dieses Glückes, ai quali hanno collaborato registi dell’Est e dell’Ovest per raccontare insieme la trasformazione del Paese; poi Gorilla Baths at Noon, film di ribellione del regista serbo Dušan Makavejev, Lola und Bilidikid, che è anche il nostro film di apertura e il primo queer ambientato nella comunità turca qui a Berlino, poi ancora Sunny Point e infine Lola rennt, che fa già parte del programma del Goethe-Institut.

Ha un Suo film preferito?

Ogni film ha i suoi pregi, ma per me Sunny Point è una riscoperta speciale, perché sfrutta la caduta del Muro come elemento centrale della trama facendone una commedia, molto prima di Good Bye, Lenin! o Herr Lehmann. È stato sorprendentemente coraggioso, per essere un film di laurea.

Un aspetto importante della Sua attività alla Deutsche Kinemathek è la conservazione del patrimonio cinematografico tedesco. Finora ne è stata digitalizzata solo una piccolissima parte; quanto è grave la situazione?

È una situazione seria. Anche la percentuale del 7% di cui spesso si parla, riferendosi al patrimonio cinematografico tedesco già digitalizzato, è una stima molto ottimistica. Allo stesso tempo, il programma di finanziamento del patrimonio cinematografico ha subito tagli massicci; la digitalizzazione è complessa, costosa e spesso sottovalutata, ma si tratta pur sempre di somme modeste, rispetto ai finanziamenti alla produzione. È fondamentale recuperare il ritardo.

A che punto si trova la Germania, in un confronto europeo?

Il panorama europeo è molto eterogeneo. In Polonia, ad esempio, l’opera di Andrzej Wajda è già completamente digitalizzata da anni; in Francia, grandi studi come Gaumont o Pathé si assumono la responsabilità dei propri cataloghi. In Germania, purtroppo, spesso manca questa consapevolezza, probabilmente anche per motivi economici.

La Deutsche Kinemathek sarà ospitata per dieci anni nell’E-Werk, fino a quando non sarà trovata una sede definitiva. La nuova mostra ha aperto a metà gennaio, su una superficie notevolmente più piccola rispetto al passato. Come è stata accolta?

Molto positivamente: nel weekend dell’inaugurazione abbiamo avuto oltre 6.000 visitatori, constatando che il nuovo approccio, che prevede un maggiore utilizzo di proiezioni e immagini in movimento, piace molto. La sede è provvisoria e la mostra è un esperimento: si tratta di raccontare la storia del cinema nel poco spazio a disposizione.

Lei è la direttrice artistica della Deutsche Kinemathek da giugno 2025. Quali sono attualmente le maggiori sfide da affrontare?

Da un lato, la digitalizzazione e l’archiviazione digitale a lungo termine: la quantità di dati è in costante aumento e non abbiamo ancora soluzioni definitive; dall’altro lato, la trasformazione da una classica sala espositiva a un centro eventi all’insegna della vivacità, perché non vogliamo essere solo un archivio, ma piuttosto un luogo dedicato alla cultura cinematografica contemporanea, alle prime e allo scambio nel settore.

Cosa Le sta particolarmente a cuore per il futuro della Deutsche Kinemathek?

Sicuramente una sede stabile. Berlino è una città con una storia del cinema unica, dalla Repubblica di Weimar al periodo nazista, dalla DDR alla riunificazione. È incomprensibile che questa capitale europea non abbia più un proprio museo del cinema. La domanda c’è; a mancare ancora sono una sicurezza per la pianificazione e la volontà politica.
 

Heleen Gerritsen è la direttrice artistica della Deutsche Kinemathek di Berlino dal giugno 2025. In questa funzione è responsabile delle sezioni Retrospettiva e Classici della Berlinale. In precedenza ha lavorato a livello internazionale come curatrice e programmatrice, da ultimo a Wiesbaden per goEast – Festival del cinema dell’Europa centrale e orientale. Heleen Gerritsen è attiva anche in ambito internazionale come relatrice, moderatrice e membro di giurie.

La Deutsche Kinemathek – Museo del cinema e della televisione di Berlino conserva, studia e divulga il patrimonio cinematografico tedesco dai suoi albori al giorno d’oggi, ospitando film e lasciti importanti, mostre, retrospettive e progetti di restauro. La sua attuale sede è provvisoria e si trova presso l’E-Werk Berlin, dopo la chiusura della precedente sede di Potsdamer Platz, in attesa di una nuova sede permanente, ancora in fase di progettazione.

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