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Retrospettiva “Lost in the 90s”
La caduta dei confini

Mesut Özdemir, Gandi Mukli ed Erdal Yıldız (Middle) in “Lola und Bilidikid” (Lola and Billy the Kid). Regia: Kutluğ Ataman
Mesut Özdemir, Gandi Mukli ed Erdal Yıldız (Middle) in “Lola und Bilidikid” (Lola and Billy the Kid). Regia: Kutluğ Ataman | Foto (particolare): © zero fiction film

La retrospettiva della 76a Berlinale, intitolata “Lost in the 90s” e organizzata in collaborazione con il Goethe-Institut, rende omaggio a un decennio emozionante per il cinema.

Di Philipp Bühler

Il Festival Internazionale del Cinema di Berlino ha sempre giocato volentieri con i simbolismi, e si può leggere in chiave simbolica anche una nuova location della retrospettiva di quest’anno, l’E-Werk, vecchio rudere industriale che negli anni ’90 era un club techno: anche i film dell’edizione 2026, infatti, parlano di demolizioni e nuovi inizi, ma anche di ciò che è scomparso, facendo rivivere un decennio estremamente innovativo che, da una prospettiva odierna, ha qualcosa di irreale. La cosiddetta “svolta” del 1990 non ha solo condotto alla caduta del Muro e al crollo dell’impero sovietico, ma ha anche fatto fiorire il cinema indipendente, che grazie alla tecnologia digitale ha avuto presto possibilità illimitate. Film come Slacker (Richard Linklater, USA 1990) e Boyz n the Hood (John Singleton, USA 1991) hanno presentato la generazione X e il Black Cinema, ma i film che si potrebbero elencare sono molti, secondo il motto di quel decennio “Anything goes”. Alla fine, però, al centro della Berlinale c’è soprattutto Berlino.

Berlino, scenario avvincente per i registi

Nel 1990 la città del Muro non è ancora un cantiere, ma una vera e propria landa desolata. Sull’ex striscia della morte, tra est e ovest, la storia mondiale si condensa nel nulla assoluto, calamitando registi da tutto il mondo. Per il suo film d’essai Deutschland Neu(n) Null (Germania/Francia 1991), Jean-Luc Godard rimette in gioco il suo agente segreto Lemmy Caution, interpretato da un settantatreenne Eddie Constantine che, nel tentativo di raggiungere l’Ovest, trova solo fantasmi del passato. In Gorilla Bathes at Noon (Jugoslavia/Germania 1993), Dušan Makavejev racconta con toni decisamente meno pesanti la storia di un soldato sovietico disoccupato che vaga nella desolazione di Potsdamer Platz.
Anita Manćić e Svetozar Cvetković in “Gorilla Bathes at Noon”. Regia: Dušan Makavejev

Anita Manćić e Svetozar Cvetković in “Gorilla Bathes at Noon”. Regia: Dušan Makavejev | Foto: © Deutsche Kinemathek / von Vietinghoff Filmproduktion

Accanto a questi registi leggendari, anche due collettivi di documentaristi lavorano con l’intento di immortalare ciò che sta scomparendo: con Im Glanze dieses Glückes (Germania 1990), Johann Feindt, Jeanine Meerapfel, Helga Reidemeister, Dieter Schumann e Tamara Trampe rivolgono uno sguardo critico e indagatore al tramonto della DDR; in Berlin, Bahnhof Friedrichstraße 1990 (Germania 1991), Konstanze Binder, Lilly Grote, Ulrike Herdin e Julia Kunert mostrano già lo smantellamento delle famigerate barriere di confine, mentre doganieri, commesse dell’Intershop e in generale i tedeschi dell’Est, intuendo ciò che li attende, temono l’incertezza economica, la disoccupazione e il radicalismo di destra.

La retrospettiva 2026, concepita dalla nuova direttrice Heleen Gerritsen in collaborazione con il Goethe-Institut, rende omaggio anche al cinema queer, presente da tempo alla Berlinale, anche se un film come Prinz in Hölleland (Michael Stock, Germania 1993) oggi sembra quasi inconcepibile: si tratta di una fiaba punk gay ambientata nel quartiere berlinese di Kreuzberg, tra un Arlecchino senza pantaloni e malvagio burattinaio, la macellazione di un pollo e sesso violento in uno scantinato usato come magazzino domestico per il carbone, il tutto tra droga a fiumi. In confronto, pare quasi perbenista Lola und Bilidikid (Germania 1999), commovente dramma di Kutluğ Ataman sul coming out gay nel contesto dell’immigrazione turca, che rimane un classico senza tempo, una pietra miliare del cinema queer nel suo complesso.
Wolfram Haack in “Prinz in Hölleland”. Regia: Michael Stock

Wolfram Haack in “Prinz in Hölleland”. Regia: Michael Stock | Foto: © Salzgeber

Rinascita dalle rovine e nuova trasformazione

In quegli anni è in fermento tutta l’Europa, come testimoniano anche Videogramme einer Revolution (Germania 1992) di Harun Farocki sulla caduta del regime di Ceaușescu o il documentario grottesco Tito zum zweiten Mal unter den Serben (Jugoslavia 1994) di Želimir Žilnik. Guardando indietro, molte cose appaiono inquietanti, visto che la guerra è tornata, lontana eppure presente, ma a prevalere è lo spirito di rinnovamento, le immagini combaciano e suscitano incredibili associazioni: Wolfgang Becker avrà copiato la famosa scena di Good Bye, Lenin in cui un busto di Lenin viene portato via in elicottero? La stessa scena si trova infatti nel documentaristico Gorilla Bathes at Noon, girato dieci anni prima.
Franka Potente in “Lola corre” (Lola rennt). Regia: Tom Tykwer

Franka Potente in “Lola corre” (Lola rennt). Regia: Tom Tykwer | Foto: Deutsche Kinemathek, © X-Verleih

Nella retrospettiva sarebbe stato benissimo La vita è un cantiere (Das Leben ist eine Baustelle, Germania 1997) di Wolfgang Becker, scomparso nel 2024, già soltanto per il titolo, ma non rientra nella selezione, che invece include Lola corre (Lola rennt, Germania 1998), nel quale rivediamo con piacere Franka Potente diretta da Tom Tykwer, che mostra la graduale trasformazione di Berlino, dalle rovine del passato alla città che conosciamo oggi. Good bye, anni Novanta, addio a un periodo di grande fermento!

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