“Berlinale Goes Kiez” e Sinema Transtopia
Tra cortili e utopia
Il Sinema Transtopia non è solo un cinema, ma anche uno spazio aperto al dibattito, alla cultura cinematografica e al vicinato. Ecco come si presenta un cinema che, al di là delle proiezioni, vuole essere un luogo di incontro.
Di Daniel Hinz
La capitale tedesca è in fermento per la Berlinale, anche nel quartiere di Wedding, lontano da Potsdamer Platz, cuore del festival. Siamo a fine di gennaio e nei cortili interni che estendono tra gli edifici, continua a far freddo. Malve Lippmann, artista e manager culturale, si dirige ben coperta verso quello che chiama il suo “salotto”, seguita dal regista e curatore Can Sungu, che precisa: “Meyhane”, mentre ci spostiamo nel salotto.
“Meyhane” deriva da “hane”, che in turco è uno spazio che può essere destinato a diverse cose. Al SİNEMA TRANSTOPIA, “Meyhane” è il nome dello spazio multifunzionale del venerdì e del sabato, che trasforma il cinema in un luogo di incontro.
Sinema Transtopia torna a “Berlinale goes Kiez”
Il Sinema Transtopia è un cinema di quartiere situato in un cortile tra palazzi di Berlino Wedding. Il sensore di movimento lampeggia come una luce stroboscopica, mentre i due si avvicinano alla porta d’ingresso. All’ingresso, Can Sungu sistema delicatamente il sipario. Sono entrambi un po’ stanchi dopo le proiezioni per la stampa dei film della Berlinale, ma hanno tutti i motivi per essere felici.Dal 2010, infatti, c’è un progetto chiamato “Berlinale goes Kiez”, che prevede che alcuni film del festival vengano proiettati in diversi cinema della città e, per la terza volta consecutiva, uno di questi è proprio il Sinema Transtopia. Come si gestisce un cinema di quartiere che non vuole limitarsi alle proiezioni, ma anche essere un punto di incontro?
Il “Meyhane” si ispira alle culture gastronomiche transnazionali e prevede la condivisione di diversi antipasti e stuzzichini in un’atmosfera conviviale. | © Marvin Girbig
Dall’atelier al cinema in cortile
La loro storia inizia dopo la loro laurea all’Università delle Arti, con una tesi scritta a quattro mani, quando decidono di condividere un atelier di 36 metri quadri con un’enorme vetrata, lungo la Prinzenallee a Wedding. Sono i primi anni ’10 del 2010 e Berlino sta lentamente, ma inesorabilmente, consolidando il proprio status di città cult. Poco a poco, sempre più persone iniziano ad affacciarsi in quel piccolo atelier, chiedendo cosa possano fare in quel luogo, e così i due cominciano a organizzare i primi eventi, che consistono nell’incontrarsi tra persone, per passare del tempo insieme e mangiare insieme. E a un certo punto, hanno l’idea di trasformare quello spazio di incontro in un cinema.«Non l’avevamo preso in affitto per organizzare eventi pubblici», racconta lei, «è successo quasi per caso». Per il Sinema Transtopia, questo modo di diventare parte dello spazio urbano non è una strategia di marketing, ma la sua origine. E anche il nome della loro associazione, “bi’bak”, che in turco significa “dai un’occhiata” è inteso in maniera assolutamente seria, per cui Wedding, ma anche Berlino in generale, effettivamente entra e dà un’occhiata.
I direttori del Sinema Transtopia Malve Lippmann e Can Sungu nel loro “salotto”. | © Daniel Hinz
Per il cinema, la scelta di chiamarlo “Transtopia” non è stata affatto casuale, né tantomeno estetica: il nome descrive perfettamente ciò che accade in questo luogo, dove nascono legami oltre qualsiasi confine, sia attraverso i film, sia attraverso ciò che accade prima e dopo. Il termine “Transtopia” è stato coniato da Erol Yıldız, un ricercatore esperto di migrazione, e Can Sungu, co-direttore del cinema, lo applica a ciò che vivono qui: l’utopia e tutto ciò che “sta in mezzo”. Ecco perché questo cinema subisce un durissimo colpo, quando la politica culturale improvvisamente finge che spazi come questo non siano propriamente una necessità.
Le conseguenze dei tagli alla cultura
Nel 2024, il nuovo governo CDU/SPD di Berlino fa i conti, stabilisce nuove priorità e decide dei tagli che colpiscono al cuore la scena culturale. Lippmann afferma che quella decisione politica è arrivata «in tempi relativamente brevi, alla fine dell’anno», sfociando in una riduzione dei fondi e quindi in un anno difficile. I berlinesi, però, sostengono il loro cinema in forma solidale: Lippmann racconta ad esempio dell’abbonamento da 10 ingressi da 7 € ciascuno, dove l’elemento fondamentale sta soprattutto nel fatto che non l’abbonamento non è personale, ma condivisibile: «Si può utilizzare anche tutto in una volta, venendo in dieci con gli amici», aggiunge, quasi come fosse la cosa più normale del mondo, in un’epoca e in una città in cui tutto funziona in abbonamento. Qui, la condivisione diventa una piccola controideologia.Durante la conversazione, la sala si riempie sempre più e al nostro tavolo arrivano altre persone; due con il sopra della tuta dell’Adidas condividono un vassoio di meze e chiacchierano in turco di film. Sungu si sposta, Malve è già impegnata in una conversazione con altre due persone. Il fatto che questo sia uno spazio di incontro non è uno slogan di marketing, ma realtà vissuta. Il concetto si riflette anche nella selezione dei film: a decidere cosa proiettare, non sono i due direttori, ma il team che cura il programma.
Più di un semplice cinema: il Sinema Transtopia offre spazi di condivisione e approfondimento per la cultura cinematografica | © Lucía Alfaro
Visibilità per prospettive migranti e BIPoC
Come dichiara esplicitamente Sungu, loro non sono “anti” niente, anzi operano all’insegna dell’apertura, con l’obiettivo di offrire visibilità a punti di vista spesso trascurati dal cinema tedesco, come quelli dell’immigrazione, dell’emarginazione e della discriminazione legata alla provenienza o alle origini etniche. Ecco perché per loro è inconcepibile organizzare cicli che in qualche modo sottendano un’etichetta: no a “Giornate del cinema iraniano”, a una “Settimana del cinema turco” o cose del genere, sì, invece, a temi e concetti che uniscano le persone e favoriscano l’incontro.I film vengono spesso proiettati con sottotitoli in inglese, semplicemente perché il pubblico è internazionale, ma la loro politica linguistica è aperta e quindi dà spazio al tedesco, allo spagnolo, al turco, ecc., e a volte anche allo chuchotage, la traduzione sussurrata.
Lippmann dà il benvenuto alla persona che introdurrà il prossimo film e sembra davvero commossa: «È bellissimo vedere chi viene qui da noi, presentandosi con le proprie idee e convinzioni e influenzando meravigliosamente il nostro cinema». Mentre fuori il sensore di movimento si attiva a ritmo serrato, qui dentro al Sinema Transtopia si alza il sipario, si spengono le luci... e inizia il film.
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