Hannah Arendt a Parigi
Otto anni piuttosto felici
Nel 1933 Hannah Arendt lascia la Germania e si rifugia a Parigi, dove resta otto anni, prima di emigrare negli Stati Uniti. Il periodo francese, pur determinante per la vita e l’opera della politologa, è stato a lungo trascurato dalla ricerca.
Di Gina Arzdorf
Quando emigra a Parigi nell’ottobre 1933, Hannah Arendt, allora ventisettenne, è determinata a lasciarsi definitivamente alle spalle gli ambienti accademici frequentati durante gli studi a Marburg e Heidelberg, dopo l’adesione al nazismo di Martin Heidegger, non solo primo grande amore della sua vita, ma anche figura chiave della sua formazione filosofica. Profondamente addolorata da un simile tradimento, decide di non volersi più «avvicinare a nessuna storia intellettuale» e nel 1964, nella sua intervista più famosa, condotta dal giornalista Günter Gaus, dichiara: «Perché il problema personale non era ciò che facevano i nostri nemici, ma ciò che facevano i nostri amici».
Impegno attivista
Gli otto anni in Francia sono tutt’altro che contemplativi: di fronte al precipitare della situazione politica e al crescente antisemitismo in Germania, il semplice pensare non le basta più e si convince invece che «Se si viene attaccati perché ebrei, ci si deve difendere perché ebrei». A Parigi inizia quindi a lavorare per diverse organizzazioni umanitarie ebraiche con l’obiettivo di preparare all’emigrazione in Palestina i giovani ebrei tedeschi che negli anni ’30 arrivano nella capitale francese senza alcuna prospettiva.La ricerca su Hannah Arendt trascura a lungo gli anni di attività sociale e il periodo francese in questo senso, nonostante le esperienze da lei vissute tra ottobre 1933 e maggio 1941 abbiano indubbiamente influito sul suo futuro e siano state fondamentali anche per gli scritti realizzati poi negli Stati Uniti. La storia dell’antisemitismo, che Arendt inizia a studiare a Parigi e vive anche in prima persona, sono alla base del primo capitolo della sua principale opera politica, Le origini del totalitarismo. Sulla propria pelle, in Francia, la politologa sperimenta inoltre cosa significhi vivere in condizioni di non libertà: quando le truppe tedesche invadono il Paese nel maggio 1940, viene deportata come “cittadina straniera di un Paese nemico” nel campo di internamento di Gurs, a sud della Francia, da cui riuscirà a fuggire dopo un mese. Due anni dopo essersi rifugiata negli Stati Uniti, nel saggio Noi rifugiati ricorderà che lei e gli altri esiliati tedeschi «per sette anni hanno recitato il patetico ruolo di persone che cercavano di essere francesi», per finire comunque, all’inizio della guerra, nel campo di internamento come tedesca, benché la loro cittadinanza fosse stata revocata da tempo.
Municipio del 15° Arrondissement di Parigi, 2025 | Foto (dettaglio): © Laurent Daniel
Metaforicamente a casa
Eppure, pochi mesi prima della sua morte improvvisa, nel 1975, Hannah Arendt parla di «otto lunghi anni piuttosto felici» in Francia, nonostante tutti i tentativi falliti di adattamento, l’impossibilità di ottenere a Parigi un permesso di lavoro, per non parlare della cittadinanza francese, le condizioni abitative precarie, la mancanza di denaro, l’ostilità di parte della popolazione nei confronti degli immigrati tedeschi e, infine, la deportazione. Se alla fine della sua vita Arendt guarderà con indulgenza al periodo parigino, è sicuramente anche perché è proprio nella capitale francese che conosce Heinrich Blücher, comunista berlinese che sposa nel gennaio 1940 nel municipio del 15° Arrondissement e con cui trascorre il resto della sua vita, chiamandolo fino alla sua morte “Monsieur”, in riferimento ai primi anni trascorsi insieme a Parigi, dove la coppia si trova metaforicamente a casa nella cerchia degli ebrei e dei comunisti tedeschi in esilio.
Café Le Dôme, Parigi, 2025 | Foto (dettaglio): © Laurent Daniel
Nel sud parigino
Il cuore pulsante di questa comunità è nei quartieri a sud della Senna, il Quartier Latin e la zona intorno al Boulevard du Montparnasse, che negli anni ’30 diventa rifugio per un numero sempre crescente di intellettuali tedeschi: nel Café Le Dôme, non lontano dal Jardin du Luxembourg, ritrovo popolare bohémien dall’inizio del XX secolo, nel 1934 si sente parlare più tedesco che francese, e al numero 10 di Rue Dombasle, nel sud della capitale, gran parte delle stanze ospita tedeschi. Una targa sulla facciata dell’edificio testimonia ancora oggi la presenza di Walter Benjamin tra gli inquilini. In “Benji” Hannah Arendt trova l’amico più caro degli anni parigini e con lui condivide l’entusiasmo per la bella della città, nonostante tutte le difficoltà esistenziali. A differenza di Hannah Arendt e Heinrich Blücher, però, Benjamin non riesce a fuggire negli Stati Uniti: quando gli viene negato il proseguimento del viaggio, poco oltre il confine spagnolo, si toglie la vita. A Hannah Arendt ha affidato pochi giorni prima il manoscritto della sua ultima opera, Sul concetto di storia, e lei, dopo il suo arrivo a New York nel maggio 1941, fa di tutto per pubblicarlo. Negli Stati Uniti Arendt raggiunge il successo come giornalista, ma le sue parole «In vita mia non ho mai amato nessun popolo [...], in realtà amo solo i miei amici» sono indubbiamente da leggere alla luce delle esperienze e degli incontri dei suoi otto anni in Francia.
Portone d’ingresso di Rue Dombasle n° 10, a Parigi, con targa dedicata a Walter Benjamin. | Foto (dettaglio): © Laurent Daniel
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