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Primavera ’90
All’improvviso sono tornati tutti

Festeggiamenti nella notte di San Silvestro del '89 alla Porta di Brandeburgo
Per la prima volta dopo oltre quarant’anni, festeggiamenti sfrenati di tedeschi dell’Est e dell’ovest nel primo San Silvestro del Paese riunificato. | Bernd Schmidt © wir-waren-so-frei.de

A un anno di distanza dalla folla danzante sul Muro, la Germania torna ad essere un unico Stato. Ma qual è stata la reazione alla riunificazione di un ex prigioniero della Stasi? Che pensa dei beni di lusso dei privilegiati o dei locali notturni di Berlino? E cos’ha provato rivedendo inaspettatamente una vecchia conoscenza?

Di Regine Hader e Andreas Ludwig

“All’improvviso sono tornati tutti”

Il cielo è nuvoloso. Al posto dei cavalli della quadriga che altrimenti sormonterebbe solitaria la Porta di Brandeburgo, nel fumo diffuso dei fuochi d’artificio – come già il 9 novembre – si intravedono sagome danzanti di berlinesi in festa, tanto dell’Est quanto dell’Ovest. Sono saliti sulla Porta di Brandeburgo, che dal 22 dicembre fa da cornice a due nuovi passaggi, l’uno che porta nell’altro Stato tedesco, e l’esuberanza della gente è tale che la quadriga dovrà poi essere sottoposta a un intenso lavoro di restauro.
 
Il Natale è passato da un paio di giorni e nonostante generalmente venga vissuto come una festa di famiglia, nel 1989 assume un valore altamente simbolico, perché per oltrepassare il confine non occorre più il visto. Entro la metà di febbraio, nella sola Berlino saranno aperti altri trenta varchi sul confine.
 
Mentre la gente festeggia, la dirigenza del partito della SED riflette su come sfruttare commercialmente i pezzi del Muro. Mentre la gente festeggia, la dirigenza del partito della SED riflette su come sfruttare commercialmente i pezzi del Muro. | Dagmar Lipper © wir-waren-so-frei.de Dopo oltre un anno di separazione, Mario Röllig festeggia di nuovo il Natale con i suoi genitori. Nel 1985, durante un viaggio in Ungheria, tra i vapori di una piscina termale si è innamorato di un politico di Berlino Ovest. Cominciano a incontrarsi a Berlino Est, prima una, poi molte altre volte nell’arco di due anni, con la Stasi ad osservare perennemente il loro amore. A un certo punto Mario si fa coraggio e tenta la fuga attraverso la “grüne Grenze” [confine verde] dell’Ungheria meridionale attraverso la Yugoslavia, fino a Berlino Ovest, ma non riesce nell’intento e finisce in prigione. I giorni e le torture psicologiche delle quali è vittima nel carcere di Hohenschönhausen si dilatano all’infinito. Nel 1988 gli permettono di lasciare la DDR. La caduta del Muro e la notte di S. Silvestro 1989/’90, con tutti i suoi colori e il suo frastuono, scatenano in lui sentimenti ambivalenti.
 
“È strano: per qualche giorno la mia reazione alla caduta del Muro non è stata affatto di gioia. Improvvisamente erano tornate tutte le persone che in passato mi avevano reso la vita tanto difficile. La notte in cui è crollato il Muro non sono riuscito a gioire. Mio padre mi ha chiamato da Berlino Est e mi ha detto: ‘Ragazzo mio, il Muro è caduto!’. Io avevo avuto una giornata pesante al lavoro, avevo dormito pochissimo, e così gli ho risposto: ‘Di’ un po’, ma avete bevuto?? Non si scherza su queste cose!’, riattaccandogli il telefono”. Il padre lo richiama: “Ehi, ragazzo mio, dico davvero: il Muro è caduto, accendi la tv!”. “E allora l’ho accesa, e anche se quella notte sono andato anch’io al valico di frontiera in Bornholmer Straße, e dopo quasi due anni ho potuto riabbracciare i miei genitori, all’inizio non mi sono sentito così felice, semplicemente perché il Muro non mi aveva solo separato dalla mia famiglia, ma anche protetto da persone che nella DDR mi avevano reso la vita impossibile”. Nella notte di San Silvestro, Mario è anche lui a festeggiare alla Porta di Brandeburgo.
 
Quella sera le emittenti televisive della Germania Est e Ovest collaborano, alternandosi nella telecronaca da entrambi i lati della Porta di Brandeburgo, ed è tutto uno sventolio di bandiere tedesche. Per questo gli storici parlano di una “seconda Svolta”, caratterizzata da un desiderio di riunificazione da entrambi gli Stati tedeschi.
Il Muro viene smantellato Il Muro viene smantellato. | Monika Waack © wir-waren-so-frei.de Nel frattempo, i vertici della Germania Est pensano a come sfruttare commercialmente il Muro, iniziando il 31 gennaio a venderne i pezzi in cambio di valuta estera. Oggi se ne trovano nei musei, non solo in Germania, e oltre ad essere dei souvenir, fanno parte anche del materiale edile utilizzato per la costruzione di strade e autostrade di collegamento tra luoghi che il Muro aveva separato.

Assalto al quartier generale della Stasi

A Erfurt già a dicembre si innalzano nel cielo nere colonne di fumo. Non vengono da fuochi d’artificio, ma dai comignoli della sede centrale della Stasi, che per anni e anni ha tenuto registri che riproducevano in forma distorta la vita di molti cittadini della DDR: abitudini, orientamenti politici, sentimenti, relazioni, anche i dettagli più intimi, tutto trascritto dai dipendenti della Stasi che raccoglievano indiscrezioni sussurrate o diversamente comunicate anche da vicini di casa, amici, parenti o altre persone incontrate casualmente. La Stasi ha usato le proprie conoscenze come strumento di potere per soggiogare la popolazione.
Assalto al quartier generale della Stasi Assalto al quartier generale della Stasi. | © Jan Kornas Cittadini e attivisti per i diritti delle donne come Gabriele Stötzer, Claudia Bogenhardt, Sabine Fabian, Tely Büchner e Kerstin Schön, spinti dalla rabbia e dalla disperazione nei confronti di colpevoli che occultano le proprie tracce, guidano l’occupazione del quartier generale della Stasi a Erfurt, e successivamente delle sedi di Rostock e Lipsia.
 
Sei settimane dopo, il 15 gennaio 1990, sono probabilmente le stesse forze dell’ordine del “Ministerium für Staatssicherheit” [Ministero per la Sicurezza di Stato, la “Stasi”] di Berlino, che nel frattempo cambia denominazione in “Amt für Sicherheit” [Ufficio per la Sicurezza], ad aprire i cancelli: è tutto un correre su per le scale e, nel giro di qualche minuto, la documentazione degli archivi viene tirata fuori e lanciata giù dalle trombe delle scale. Una pioggia di fogli comincia a volteggiare nell’aria, di piano in piano, davanti agli occhi di cittadini critici nei confronti del regime, vissuti nel terrore dei tirannici soprusi della Stasi. Un’inversione di rotta dall’impotenza alla possibilità di agire, concretizzatasi soprattutto grazie a queste giovani donne di Erfurt che, arrivando agli archivi segreti della polizia, sanciscono la fine del potere della Stasi.
Ritrovamento di scorte di carne nel quartier generale della Stasi Ritrovamento di scorte di carne nel quartier generale della Stasi | picture-alliance/ ZB | Thomas Uhlemann È grazie a loro e a chi va a occupare le sedi di Rostock, Lipsia e poi anche Berlino, che tutta quella documentazione archiviata, testimonianza di violenza, sorveglianza e repressione da parte della Stasi, in quei giorni d’inverno non viene interamente distrutta o bruciata, come ha invece ordinato il capo della Stasi Erich Mielke il 6 novembre. Se questa documentazione fosse veramente finita nei distruggi-documenti, trasformandosi in illeggibili striscioline di carta, non solo non si sarebbero smascherati il sistema e la metodologia dello Stato governato dalla SED, ma sarebbero rimasti scagionati i responsabili.
 
Ritrovamenti alla sede centrale della Stasi Ritrovamenti alla sede centrale della Stasi | picture-alliance/ ZB | Thomas Uhlemann Nel quartier generale della Stasi, gli occupanti aprono sacchi strapieni e trovano enormi ammassi di carte. Dopo anni passati a fare la fila per poter comprare carne, frutta, zucchero e altri prodotti di uso comune, scoprono qui beni lusso come la carne di manzo argentina o un parrucchiere specifico solo per la Stasi. E tra le delizie occultate e l’incredulità si fa strada la sensazione dell’inizio di una nuova era.
 
L’occupazione del Ministero a Berlino è l’apice del processo che si è scatenato a Erfurt. L’unica vittima di questo terremoto, un disperato ufficiale della Stasi che si spara a Suhl durante l’occupazione, è la prova della rapidità e dell’entità del capovolgimento della situazione.
Negozio di parrucchiere alla sede centrale della Stasi Negozio di parrucchiere alla sede centrale della Stasi | © picture-alliance/ ZB | Thomas Uhlemann Neanche i comitati cittadini, che ora controllano quelli della Sede centrale della Stasi, sanno che fine dovrà fare tutta quella documentazione archiviata, che continua ad essere distrutta. Solo alla fine del 1991 un’apposita legge sancirà che tutta la documentazione raccolta negli anni dovrà essere custodita e resa fruibile in un archivio, affinché possano accedervi tanto le vittime della Stasi, tanto gli studiosi.
Assalto al quartier generale della Stasi Assalto al quartier generale della Stasi | © Jan Kornas L’apertura dei documenti apre anche gli occhi, generando sollievo o delusione: poco prima del crollo del Muro, la Stasi può contare su un esercito di 190.000 “ufficiosi collaboratori” che le forniscono informazioni personali su amici, vicini, allievi, mai certi di chi possano davvero fidarsi. 

Dopo l’euforia scaturita a ottobre dalla riunificazione e da una nuova sensazione di libertà, qualche incontro riapre vecchie ferite: “Persone fedelissime alla SED sono poi le prime ad accorrere agli sportelli delle banche per intascare i 100 marchi di benvenuto”, ricorda Mario.

Emigrazione e nuove esperienze

Il Muro è aperto. Sullo sfondo del paesaggio urbano invernale si vive un misto di addio e di ripartenza. Entro Natale saranno già oltre 200.000 i cittadini della DDR trasferiti all’Ovest. Siedono vicini, ad esempio, nel campo d’accoglienza berlinese di Marienfelde, ben sapendo che è desolatamente affollato, ma probabilmente anche che la situazione nella DDR diventerà sempre più difficile, anche per una carenza di forza lavoro stimata attorno alle 250.000 unità. Negli ospedali, infermieri e medici riescono a stento a curare i pazienti.
 
A febbraio il sole fa capolino per qualche giorno e molti tedeschi dell’Ovest ne approfittano per visitare luoghi che conoscono solo dai romanzi di Theodor Fontane e attraversano così la regione della Marca di Brandeburgo in ipotetica compagnia del Signor Ribbeck, protagonista della sua ballata “Herr von Ribbeck auf Ribbeck im Havelland”, cercando sulle cartine stradali nomi di località che hanno un che di magico, da Stralsund e Wismar per chi sceglie come meta il birrificio Störtebeker, da Quedlinburg a Görlitz per gli appassionati di storia, senza naturalmente dimenticare Lipsia e Dresda. La regione ricorda a molti l’atmosfera degli anni Cinquanta, come se fosse rimasta sospesa, in attesa di una nuova era, che però è già iniziata da molto. I cancelli delle caserme della “Nationale Volksarmee” [Armata Popolare Nazionale] sono aperti da lungo tempo, i soldati vanno a pesca e non c’è più traccia del passato rigore nei confronti dei cosiddetti “organi armati”. Dopo la gita, i turisti dell’Ovest rientrano a casa con lo stomaco che brontola, perché i pochi caffè, ristoranti e locande dell’Est – peraltro non necessariamente aperti nel periodo invernale – sono totalmente impreparati ad accogliere una tale massa di ospiti al fine settimana.
 
“Il quel momento, per me Berlino Ovest è come un’isola e sto abbastanza bene. Dopo una prima reazione di difficoltà e malinconia, ora vedo una nuova era, anche se sono tante le cose che cambiano in brevissimo tempo e senza grosse riflessioni alla base”. Negli edifici fatiscenti del centro di Berlino Est vengono aperti i primi “Club”, i locali notturni: “Per molte cose ci si può muovere senza grandi autorizzazioni. Dopo 28 anni di immobilismo – anche a Berlino Ovest – si vuole festeggiare la libertà conquistata. Se a Berlino Ovest la gente è rimasta anni a marcire nel proprio brodo e a Berlino Est è stato ancora peggio, quando all’improvviso si è aperto tutto, le persone ha preso finalmente in mano le redini della propria vita”.
 
Se prima in uno Stato si è giocato al Monopoly e nell’altro al “Burocraziopoly”, per un certo tempo spuntano come funghi i party, organizzati in locali notturni come il Tresor, senza troppi cavilli burocratici o trattative commerciali, e negli appartamenti si aprono pub ad hoc dove sono gli stessi inquilini a vendere birra in bottiglia dalle finestre del piano terra. Nel nuovo decennio, negli edifici fatiscenti del centro di Berlino Est torna la vita, mentre a pochi passi da quello che era il confine, rovine ed edifici degradati si trasformano da simboli di stagnazione in luoghi nei quali mettersi alla prova. “La cultura dei locali notturni di quel momento storico non è legata al business, al consumo, non è un modo per far soldi in fretta: si cerca solo di provare cose nuove e di festeggiare la nuova libertà”.
Party a Berlino Est, 1990 Mentre si sgretola lentamente la DDR, a Berlino si sviluppa la cultura dei party. | © picture-alliance ZB Manfred Uhlenhut Mario, all’epoca, vede con favore la riunificazione: “Non essendo riuscito a fuggire dalla DDR ed essendo stato imprigionato a Hohenschönhausen, ho pensato che finalmente il sistema stesse crollando”. Racconta però che il senso di appartenenza a una comunità, prima sentito a Berlino Est, nella primavera viene a mancare, e per un certo tempo non tornerà. Nonostante i sentimenti contrastanti, lui continua ad essere contento per il suo nuovo inizio a Berlino Ovest, e anche dopo la caduta del Muro si concentra sulla sua vita privata e sul futuro. “Ognuno deve badare prima di tutto a se stesso e ad andare avanti”.

Solo successivi incontri con vecchi compagni di scuola o testimoni del suo coming out come gay, a Berlino Est nella metà degli anni ’80, gli rievocano questa sensazione. “Incontrandoci a qualche evento, lettura, tavola rotonda o film, si riparlava del passato. La liquidazione delle aziende ha causato un crollo delle strutture per molti miei amici e le loro famiglie, che per la prima volta si sono dovuti occupare direttamente della propria vita. Un processo triste e faticoso, per molte persone, perché hanno percepito anche il lato freddo della nuova società”.

E questo, per qualcuno, si è trasformato in xenofobia, racconta Mario: “Avevano paura che i vietnamiti, che si stavano insediando e volevano rimanere in Germania, improvvisamente potessero essere inquadrati meglio tedeschi”. E qualche anno dopo, le prime pagine dei giornali diffondono le immagini più tristi della Germania unita: i centri di accoglienza in fiamme.

Nuove carriere e vecchi fantasmi

Gli ex vicini di casa dei suoi genitori, collaboratori della SED, improvvisamente vengono promossi dirigenti e capi reparto. “Una donna che respingeva le richieste di espatrio quando lavorava al Dipartimento degli Affari Interni, di colpo era a capo dell’Ufficio di Collocamento di Lavoro di Treptow-Köpenick. Grazie a Dio, è stata smascherata da molte persone e rimossa da quella posizione, ma molti altri, attraverso lobby e contatti, nel nuovo Stato sono riusciti a diventare consiglieri comunali o addirittura membri del Parlamento Federale! Da ex informatori della Stasi!”.
 
All’inizio degli anni ’90 Mario si concentra su se stesso. A metà degli anni ’90 prende una nuova qualifica professionale come commesso al reparto sigari del grande magazzino di Berlino KaDeWe. “Per la verità mi andava tutto bene, ero impegnato nel sociale con la Berliner Aidshilfe e facevo ancora parte della rappresentanza aziendale, ma a livello politico non ero attivo. Per molti anni, dopo il 1989/’90, non mi sono interessato degli ex comunisti modello, di chi di loro stesse facendo carriera nella Germania unita”. Ne diventerà però dolorosamente consapevole.
 
Il quel periodo, infatti, Mario ha ancora dei bei ricordi del periodo precedente la fuga per amore da una DDR mentalmente chiusa e perbenista. Il periodo della prigionia è nascosto nel suo subconscio. Ma “la mattina del 17 gennaio 1999 – ricordo perfettamente questa data – vado al lavoro, come sempre al 6° piano del KaDeWe, e sistemo il mio stand con i sigari. A un certo punto mi trovo davanti un uomo sulla quarantina, abbronzato, in abito scuro. Inizialmente penso che sia un personaggio famoso: in qualche modo mi ricorda qualcuno, mi pare di conoscerlo. E improvvisamente mi si accende una lampadina: è l’ufficiale della Stasi che 12 anni prima, nel 1987, mi ha tormentato, interrogato e torturato psicologicamente per mesi nella prigione della Stasi di Hohenschönhausen! Di colpo sbianco e inizio a tremare”. L’ex ufficiale non riconosce Mario. “Per me è come guardare il diavolo negli occhi. In passato mi ero chiesto spesso dove puntare la pistola semmai avessi rivisto una persona del genere. Ovviamente sono cose che si possono pensare o sognare, ma non compiere concretamente”. In quel momento, però, si trovano davvero faccia a faccia e nella testa di Mario si affollano mille pensieri: “Un bel pugno in faccia, se l’è meritato. Ma poi perderei il lavoro e la soddisfazione sarebbe solo momentanea e non mi aiuterebbe a scacciare i fantasmi dal mio passato”. Ma Mario ora vuole “capire come la pensi quell’ufficiale in quel momento. Fino a quel giorno non avevo più affrontato il tema e non conoscevo nessuno che si fosse scusato con le sue vittime”.
I grandi magazzini KaDeWe Ai grandi magazzini KaDeWe Mario Röllig incontra l’ufficiale della Stasi che lo ha torturato fisicamente nel carcere di Hohenschönhausen. | © picture alliance / dpa | dpa Quando il tipo accenna ad andarsene, Mario afferra la manica del suo aguzzino e lo affronta: “Mi scusi, noi ci conosciamo!” – e l’altro: “Davvero? Dove ci siamo visti?”. Mario replica: “Lei era un ufficiale della Stasi, nella prigione di Schönhausen a Berlino”. Il racconto di Mario continua: “Improvvisamente la sua faccia si irrigidisce e con freddezza mi risponde ‘E allora? Che vuole da me adesso?’. Nessuno si avvicina per aiutarmi, forse sono scioccati anche i clienti del KaDeWe. Comunque io gli dico chi sono, che nel 1978 sono stato arrestato e imprigionato per un tentativo di fuga, che lui mi ha interrogato e ha chiesto per me dai due agli otto anni di carcere, con l’accusa di aver tradito la madrepatria, con il mio tentativo di fuga. Lui allora alza la voce, comincia a gridare che forse non ho capito che avevano fatto bene a mettermi in prigione, di che cosa si sarebbe dovuto scusare? Pentimento? Roba da ragazzini. Poi gira i tacchi e se ne va”.
 
In quel momento, Mario capisce di non aver affatto rielaborato il suo passato e che il suo dolore, semplicemente ricacciato in un angolo recondito della sua anima, è tornato prepotentemente a galla. Inizia a gridare per i corridoi e l’infermiera aziendale gli dà un calmante, prima di mandarlo a casa. “A casa mi sento ancora peggio e prendo una dose massiccia di sonnifero. Un amico che avrei dovuto incontrare quella sera mi trova in mezzo a tubetti di tranquillante vuoti. In ospedale mi salvano la pelle, ma io ho perso il coraggio di vivere. A che serve vivere, se c’è gente come quell’ufficiale della Stasi a fare la bella vita nella nostra Germania unita?”.
 
In ospedale Mario rifiuta di parlare con i medici e loro non sanno come intervenire, visto che tanto la sua vita privata quanto quella professionale sembrano a posto. Parlando con i genitori del paziente, però, il primario scopre che in gioventù Mario ha tentato la fuga dalla DDR e per questo è finito nel carcere della Stasi di Hohenschönhausen. “Capendo il trauma subito, si avvicina al mio letto con un volantino del Memoriale di Hohenschönhausen, dicendomi: ‘Se adesso decidi che non vuoi più vivere, sappi che avranno ottenuto quello che volevano. Non è così per tutti, ma per te la cosa migliore è andare al Memoriale e raccontare ciò che hai vissuto. E solo a quel punto ti sentirai meglio’. Ed è proprio quello che faccio da oltre vent’anni a questa parte”, racconta Mario.

Prodotti occidentali

Mentre gli alberi ricominciano lentamente a mettere le prime foglie e la primavera riprende a colorare le grigie città, il futuro della DDR non è ancora chiaro: dovrà e saprà prendere la “terza via”, ossia realizzare un socialismo migliore?
 
Alle frontiere sono scomparsi i controlli e molti tedeschi dell’Ovest vanno all’Est a far compere, approfittando di prezzi più bassi e di un’atmosfera tranquilla. Il cambio ufficiale tra il marco tedesco occidentale e quello orientale è ancora di 1:1; più tardi sarà di 1:3. Sul mercato nero è di 1:10 e tende a peggiorare. Anche i tedeschi dell’Est cominciano ad accumulare beni di consumo costosi, per quanto ancora meno cari che in Occidente. Il timore è che i loro risparmi di anni di duro lavoro possano perdere del tutto il loro valore. E sono ormai approdati nel mondo occidentale della merce, con la sua miriade di varianti di uno stesso oggetto prodotto da aziende diverse. Una corsa all’inutilità? Forse, ma è la risposta antitetica ad anni di desideri inesaudibili e di code per qualsiasi cosa. La bramosia per i beni di consumo occidentali è così forte che i prodotti della DDR perdono attrattività e vengono considerati a priori inferiori. In questi giorni, l’economia della DDR rischia il tracrollo.
Due donne al supermercato Dopo lo smantellamento dei controlli di frontiera, molti tedeschi orientali vanno a fare compere nella DDR e molti tedeschi dell'Est vanno all'Ovest. | © picture alliance / ddrbildarchiv | Manfred Uhlenhut La transizione esplica i suoi effetti anche nei settori del consumo e del denaro: le banche della Germania Ovest aprono nuove filiali in container temporanei e i primi venditori cominciano a smerciare coloratissima frutta tropicale in cambio di valuta occidentale e a competere con auto usate dalla vernice che brilla al sole primaverile, sulle quali persino i graffi sembrano piuttosto testimonianze di avventure e libertà. All’improvviso c’è semplicemente un cartellino con il prezzo sopra ogni cosa che si possa desiderare.
 
Mario dà una lettura politica al comportamento dei consumatori nei primi mesi che seguono il crollo del Muro: quello che cercano è il sistema occidentale. E ansie e dolore, come avviene nelle società dei consumi – ad esempio in Germania Ovest dagli anni ’50 – si anestetizzano nella corsa frenetica all’acquisto.
 
Proteste di cittadini della DDR Molti cittadini e cittadine della DDR protestano contro l’unione monetaria. | © picture alliance Wolfgang Weihs | Wolfgang Weihs La popolazione dell’Est e dell’Ovest cerca di trarre profitto da una situazione poco chiara in cui l’esecutivo statale dimostra impotenza. Sul cosiddetto “mercato polacco” i venditori polacchi allestiscono da mesi i loro chioschi, mentre i berlinesi dell’Ovest approfittano di un cambio valuta favorevole sul mercato nero per far compere a Berlino Ovest. E quando all’improvviso nelle aree di servizio e nei centri commerciali la gente si ritrova davanti a scaffali vuoti, ecco una nuova ordinanza: i tedeschi occidentali possono acquistare merce solo a patto di pagarla con valuta dell’Ovest, mentre la libertà di commercio è stata introdotta già a gennaio ed è stata costituita la Treuhand. L’obiettivo è trasformare l’economia dello Stato in un’economia di mercato, ad esempio privatizzando o chiudendo aziende. Un’azione tuttora controversa, considerata addirittura alla base di numerosi problemi e disparità sociali ancora oggi perduranti. Il Governo federale, d’altra parte, sta puntando a un’unione monetaria che blocchi il deflusso di denaro e il trasferimento della gente all’Ovest. Gli striscioni con la scritta “Kommt die D-Mark, bleiben wir, kommt sie nicht, gehen wir zu ihr” [Se il marco tedesco arriva, noi restiamo, ma se non viene, ci andiamo noi], allestiti per le manifestazioni del lunedì, ora appaiono realistici. Il desiderio di consumo è il carburante degli sviluppi politici: la direzione che si sta prendendo è quella dell’unione dello Stato.
Uno scaffale di supermercato pieno di zuppe Zuppe a volontà: molti tedeschi orientali si sentono sopraffatti dalla ricchezza dell’offerta dei supermercati occidentali. | © picture alliance ZB ddrbildarchiv

Causa comune

Nel vortice dei cambiamenti si manifesta come la realtà, i pensieri e la vita quotidiana delle persone vadano oltre gli schemi dei partiti. Gruppi e istituzioni tanto orientali quanto occidentali cercano lo scambio. I partiti hanno visioni differenti riguardo al futuro dei due Stati tedeschi: il PDS, che subentra alla SED, insiste sull’indipendenza della DDR chiedendo un “Dritter Weg” [terza via]. Accanto a loro, sempre nella DDR, ci sono dei partiti cosiddetti “di blocco”, che sebbene sembrino suggerire un pluralismo politico, in realtà non hanno potere decisionale nei parlamenti e che ora trovano rapidamente dei partiti occidentali con i quali collaborare in partenariato: l’FDP sostiene entrambi i partiti liberali; la CDU dell’Est collabora con l’omologo partito dell’Ovest. Nel febbraio 1990, un movimento civico fonda la “Bündnis 90” [Alleanza 90]: i suoi sostenitori, avendo opposto strenua resistenza al sistema della SED, ripongono grande fiducia in un’evoluzione democratica della DDR in uno Stato indipendente, rinunciando consapevolmente a partenariati con l’Ovest.
Campagna elettorale per le elezioni della Volkskammer: manifesti elettorali e stand dei partiti A marzo del 1990 si tengono nella DDR le prime elezioni democratiche. | © picture alliance / zb | Eberhard Klöppel Da diversi mesi si sussegue tutta una serie di eventi: il crollo del Muro, i colloqui per il Trattato sullo stato finale della Germania, la rapida svalutazione del marco della DDR. La sensazione è che il tempo scorra a velocità doppia o addirittura tripla rispetto ai decenni trascorsi, quasi a recuperare un periodo di stagnazione e le omissioni di cui sono responsabili entrambi i lati del Muro. Vengono persino anticipate al 18 marzo 1990 le elezioni della “Volkskammer” [Camera del Popolo], che alla fine saranno le prime e anche le ultime elezioni tenutesi nella DDR secondo i principi democratici: per la prima volta l’elettorato si trova davanti a una vera e propria scelta, ossia a candidate e candidati in concorrenza tra loro anziché in liste unitarie. L’affluenza alle urne, che raggiunge il 93,4% sembra quasi utopica e anzi tipica degli Stati nei quali le elezioni sono solo una semplice farsa. Questa volta, però, la gente si presenta ai seggi con convinzione, o per lo meno con il desiderio di partecipare a una scelta.

Il Trattato sullo stato finale della Germania

Il fatto che le elezioni della Camera del Popolo vengano anticipate segnala alle potenze vincitrici della II Guerra Mondiale la possibilità di un’imminente riunificazione della Germania. La loro reazione, ad eccezione degli USA, è di scetticismo: può la Germania ricostituire un blocco di potere nel cuore dell’Europa? Margaret Thatcher la vede in questi termini: “Una Germania riunificata è semplicemente troppo grande e potente”. Già poco dopo la caduta del Muro di Berlino, il Presidente francese Mitterrand esprime forti dubbi, definendo la riunificazione una “impossibilità giuridica e politica”. In questi giorni, quindi, non c’è solo un’atmosfera di nuovo inizio, ma anche la consapevolezza di uno spostamento di potere su Berlino, perché i due Stati tedeschi fanno parte di un sistema della Guerra Fredda. L’Unione Sovietica è particolarmente critica riguardo a un eventuale ingresso nella NATO di uno Stato tedesco. Cambia tutto il 10 febbraio 1990, quando in occasione di un colloquio con Helmut Kohl, Gorbaciov dà il benestare alla riunificazione.

Mesi prima, il 7 ottobre 1989, dimostranti in piazza avevano intravisto in lui un barlume di speranza, immaginandolo messaggero di un cambio di rotta anche nella DDR, e gli avevano gridato “Gorby, Gorby, aiutaci!”. Alla sua partenza, tuttavia, la manifestazione era stata brutalmente repressa. Ora, però, a pochi mesi di distanza, la strada è aperta e si avviano i colloqui in vista di un accordo sullo stato finale della Germania, cosiddetti “due più quattro”, cioè tra i due Stati tedeschi e le quattro potenze vincitrici della II Guerra Mondiale.
 
Il trattato che ne risulta assicura alla Germania piena solidarietà, le potenze vincitrici rinunciano a diritti speciali sul Paese riunito e i due Stati tedeschi riconoscono i confini tracciati nel 1945. La popolazione di Berlino Ovest, in particolare, tira un sospiro di sollievo: i missili a medio raggio di stanza a Est e a Ovest sono stati un costante richiamo alla presenza delle potenze occidentali e orientali.
Festeggiamenti davanti al Reichstag Per molti cittadini e cittadine della DDR la riunificazione ha portato benessere, anche se il cambiamento economico ha comportato anche alcune sfide. | © picture alliance/ dpa | dpa All’inizio di luglio vengono interrotti anche formalmente i controlli sulle persone lungo il confine intertedesco. Se per quarantacinque anni molte persone hanno associato il confine a promesse, divieti e sofferenze, ora è invece il simbolo del processo di apertura della DDR concretamente in corso, di pari passo con l’unione economica, monetaria e sociale dei due Stati. Adesso gli eventi si susseguono con rapidità: la DDR adotta in gran parte tanto l’ordinamento economico e giuridico, quanto il sistema di welfare della Germania Ovest, il marco tedesco diventa l’unica valuta, a fine settembre la DDR esce dal Patto di Varsavia, l’alleanza militare dell’Unione Sovietica, e infine segue il trattato di unificazione. I nuovi Länder federali aderiscono alla Legge fondamentale una quindicina di giorni prima che i politici siglino il Trattato dei “due più quattro” sullo stato finale della Germania.
 
Alla vigilia della riunificazione ufficiale, il 2 ottobre 1990 la Camera del Popolo si riunisce per l’ultima volta. In soli 181 giorni di mandato ha lavorato attivamente all’unificazione, il suo operato viene apprezzato ed è per lo più caratterizzato da una visione positiva del futuro. Si diffonde un sentimento di sollievo, anche se il lavoro non è ancora concluso.

Il 3 ottobre la Germania è di nuovo unita.

Il Paese si trova ora ad affrontare sfide soprattutto economiche, sociali ed ecologiche che una buona parte della cittadinanza, in particolare quella dell’Est, ha immaginato in modo diverso. Quella sera di inizio di ottobre, però, le preoccupazioni vengono momentaneamente accantonate.

La riunificazione come momento di sollievo è anche il punto di partenza per nuove dinamiche di potere economico all’interno della Germania, nelle quali storie come quella di Mario Röllig vengono reinterpretate e rielaborate e la società deve ricerca nuovi valori comuni.

Mario racconta della sua attività come testimone di quel periodo storico e, dopo una pausa, aggiunge: “Ormai mi sono abituato a viaggiare molto, vado a parlare nelle università, nelle scuole, anche in diverse fondazioni. Si può dire che è la mia vendetta per le ingiustizie che ho subito: una vita serena oggi, al prezzo di quei terribili ricordi”. E dopo un’altra pausa conclude: “Meglio non parlarne troppo spesso, però, altrimenti con la mente si resta in prigione”. 

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