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La gestione politica del Covid19
“La protesta può costruire ponti”

Manifestanti a Berlino, con bandiera tedesca e bambini al seguito, contro le restrizioni imposte dal governo per arginare la pandemia.
Manifestanti a Berlino, con bandiera tedesca e bambini al seguito, contro le restrizioni imposte dal governo per arginare la pandemia. | Foto (dettaglio): picture alliance/Marc Vorwerk/SULUPRESS.DE

In Germania migliaia di manifestanti hanno protestato contro le restrizioni imposte dal governo per arginare la diffusione del Covid19. In piazza, sotto i riflettori, si sono ritrovati insieme i gruppi più disparati, dai preoccupati ai complottisti, dai seguaci di misteriose dottrine agli estremisti di destra. Sarà il caso di preoccuparsi? Non necessariamente, secondo Dieter Rucht, sociologo esperto in movimenti di protesta, per il quale le manifestazioni sono espressione di democrazia.

Di Wolfgang Mulke

Dieter Rucht, professore emerito, è membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto di ricerca sui movimenti di protesta di Berlino. Dieter Rucht, professore emerito, è membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto di ricerca sui movimenti di protesta di Berlino. | Foto privata Professor Rucht, le manifestazioni di protesta contro le misure anti-covid imposte dal governo tedesco hanno portato in piazza gruppi molto eterogenei di cittadini. Com’è possibile che per dimostrare si siano uniti, quando fino ad allora tanta vicinanza sarebbe stata inconcepibile?
 
Non è un obiettivo comune a riunire la gente, ma piuttosto un’occasione comune. Le manifestazioni forniscono una cornice interessante a livello mediatico: diventano un palcoscenico per singoli interessi e scopi, e non importa cosa dica o voglia chi si trova accanto, davanti o dietro.
 
Nell’estate del 2020, quando le dimostrazioni hanno raggiunto il culmine, il numero dei positivi e l’impatto economico della pandemia, in Germania, erano a livelli relativamente bassi. Come si spiega allora una protesta tanto intensa proprio in questo Paese?

 
A mio avviso la ragione principale sta nel paradosso della prevenzione. Mi spiego: laddove la crisi non ha assunto particolari proporzioni, molta gente ha considerato decisamente esagerate le misure di protezione rispetto a una pandemia che non appariva poi tanto drammatica, non riconoscendo il fatto che proprio la sussistenza di queste misure aveva impedito la diffusione del virus. Un atteggiamento avvantaggiato poi dall’incoerenza che scaturisce da alcune decisioni politiche all’interno di uno Stato federale. Sono cose che generano smarrimento e conseguentemente malcontento.
 
È già capitato in passato che si siano formate alleanze di protesta altrettanto inconsuete?
 
Occasionalmente si sono formate coalizioni negative che hanno riunito in forma specifica gruppi contrari, ad esempio per contrastare insieme degli avversari o determinate intenzioni, ma si è trattato di alleanze temporanee, deliberatamente stipulate per ragioni tattiche, come quelle strette da gruppi di destra e di sinistra per le veglie di pace del 2014 contro il capitalismo finanziario globale in occasione della crisi ucraina. Al momento, invece, non vedo nessun elemento tattico o strategico, quanto piuttosto un interesse per una grande visibilità.
 
Come in altri Paesi, parte della rabbia viene riversata contro l’“establishment”, e bisognerebbe anche vedere che intendano. È possibile che da questo movimento diffuso ne scaturisca uno che miri a distruggere le strutture esistenti, pur non proponendo un’alternativa, almeno per il momento?
 
È una cosa che può funzionare solo in singoli casi, se il lato opposto è profondamente diviso. Mi viene spontaneo pensare alla situazione in Israele, dove da un lato ci sono ebrei ultraortodossi che formano un mondo chiuso e affermano con vigore i propri interessi, mentre la società liberale e di sinistra di Israele non è chiusa e non costituisce un blocco omogeneo. E quindi è possibile che il fronte più piccolo riesce ad imporsi, nonostante l’altro sia numericamente superiore. E quindi una minoranza, attraverso la propria compattezza ed energia e con mosse mirate, può prevalere su una maggioranza. Non vedo una situazione analoga in Germania, per lo meno non ancora. Qui abbiamo un fronte relativamente forte che si sta attenendo alle misure restrittive, e un fronte democratico forte che si ribellerà nel caso in cui la protesta dovesse montare ulteriormente.
 
Si ha però la sensazione che i fronti si stiano irrigidendo, e non soltanto per il Covid, ma anche su altre questioni importanti, come le misure per affrontare il cambiamento climatico, una mobilità più sostenibile, la digitalizzazione o l’immigrazione. Stiamo vivendo una fase di frattura sociale?
 
Quella che serpeggia è una tendenza alla polarizzazione, benché la nostra situazione non sia paragonabile a quella statunitense. Anche noi abbiamo una serie di questioni che dividono l’opinione pubblica, ma le linee divisorie corrono tra gruppi molto eterogenei e sono trasversali rispetto al conflitto di base, mitigando l’effetto. Un esempio: ci sono gruppi di destra che vogliono rafforzare i referendum, il che è in primo luogo un impegno in senso democratico, ma ci sono anche molti gruppi di sinistra che, come quelli di destra, sono a favore di una maggiore partecipazione popolare.
 
In generale, tuttavia, le tensioni sembrano aumentare. Non è preoccupante?
 
La tendenza registrata negli ultimi 50 anni è quella di un aumento delle tematiche e dei gruppi impegnati. Abbiamo una grandissima quantità di proteste e finché non si creeranno due grosse fazioni non sarà un problema, ma solo un normale esercizio di democrazia. La protesta può creare dei ponti, perché nel tempo le posizioni estreme finiscono per convergere.
 
Come comportarsi con i negazionisti del Covid o con i complottisti? Vale la pena discutere con loro?
 
Non esiste una strategia unica adattabile a tutti i gruppi. È piuttosto inutile contro-argomentare con gli estremisti di destra più ideologicamente radicati, però le frange della destra comprendono anche persone meno convinte, e sono loro il target al quale rivolgersi. I negazionisti del Covid, ad esempio, bisognerebbe lasciarli parlare per primi, senza zittirli immediatamente, senza obiettare subito, dopo di che gli si dovrebbe chiedere dove abbiano letto ciò che affermano, se ritengano affidabili le fonti. Si può concedere la legittimità di uno spirito critico. E una volta creato un clima di ascolto, allora si può demarcare una posizione chiara e iniziare a replicare con i fatti.

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