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Spiccatamente... integrati
Xavier Naidoo e l’esclusione

Diversi gruppi di manifestanti protestano contro l’esibizione del cantante Xavier Naidoo con la band Söhne Mannheims: a causa di alcuni testi delle sue canzoni, il cantante è accusato di omofobia, populismo di destra e affinità ai cosiddetti “Reichsbürger”, nostalgici del Reich.
Diversi gruppi di manifestanti protestano contro l’esibizione del cantante Xavier Naidoo con la band Söhne Mannheims: a causa di alcuni testi delle sue canzoni, il cantante è accusato di omofobia, populismo di destra e affinità ai cosiddetti “Reichsbürger”, nostalgici del Reich. | Foto (dettaglio): Uwe Lein / picture alliance, dpa

Esclusione sociale e desiderio di appartenenza possono indurre comportamenti aggressivi e discriminatori? Un’analisi dei modelli di comportamento e un’osservazione critica degli effetti di una punizione .

Di Dominic Otiang’a

Il musicista tedesco Xavier Naidoo è stato recentemente accusato di hate speech nei testi delle sue canzoni, in cui chiede ad esempio: “Che dire, se quasi ogni giorno avviene un omicidio che vede l’ospite strappare alla vita il padrone di casa? Devo parlare con durezza, perché nessuno può torturare la mia gente. Chi lo fa, deve vedersela con me”. Il cantante ha reagito, asserendo che la frase è stata decontestualizzata, ma mentre c’è chi invita a boicottare la sua musica, altri si chiedono cosa possa spingere a un atteggiamento di questo tipo una persona che discende da immigrati.

Genitori angolani di origine araba

Mentre in alcune cerchie monta la controversia, io non riesco a smettere di pensare a Naidoo e molti altri come lui: non c’è dubbio che parole del genere diffondano odio, ma com’è arrivato a tutto questo? O come ci si può arrivare in generale?
 
Ogni volta che rifletto sulla storia di Naidoo, mi vengono in mente due distinti episodi: uno riguarda un bambino di otto anni di genitori angolani, l’altro un tedesco di mezza età di origine araba. Entrambi vivono in Germania. A scuola, il bambino di otto anni smette di protestare con gli insegnanti per i cori razzisti intonati dai compagni di classe, sviluppando un carattere aggressivo e cominciando a ricorrere a metodi da cowboy per la risolvere i conflitti. Di conseguenza, i suoi insegnanti decidono che il ragazzino non riesce ad andare d’accordo con gli altri e che quindi deve essere trasferito in una scuola speciale. 

“Sono uno di voi!”

Riguardo all’uomo di mezza età, si tratta di una persona con una posizione di rilievo nel suo settore e volentieri in compagnia di colleghe e colleghi, che assistendo all’ultimo mondiale di calcio è quello che fa il tifo più sfegatato per la Germania, e il più disperato al momento della sconfitta. Certo, non è l’unico tifoso a piangere al fischio finale, ma chi come lui si appassiona di calcio solo ogni quattro anni, più che un vero e proprio tifoso, è animato da un sentimento patriottico: è di quelli che vedono il calcio solo in occasione delle competizioni internazionali, perché è quello il momento in cui viene fuori l’orgoglio nazionale e si riafferma la propria lealtà. È assodato che gran parte del comportamento umano è influenzato dal bisogno di appartenenza, ad esempio a un determinato gruppo, ma se il gruppo corrisponde a una razza o un’etnia diversa, per adattarsi può essere necessario uno sforzo, sia cosciente, sia inconscio. E così, mentre alla fine di quella partita c’è chi con rammarico addossa la colpa della sconfitta all’uno o all’altro giocatore, lui non si dà pace, vagando a destra e sinistra tra gli amici e i colleghi presenti. Gli altri, ormai ammutoliti, lo fissano mentre lui continua a piangere come un agnellino per la madrepatria. Io lo scruto con interesse da dietro i miei occhiali e mi colpisce l’immagine di quell’uomo in cima al Monte Zugspitze, con le guance rigate da lacrimoni neri, rossi e oro come la bandiera tedesca, che sembra dire “Sono uno di voi! Avete ancora qualche dubbio?”.

L’esclusione sociale causa aggressività

Eppure, leggendo delle esternazioni di Naidoo, ben sapendo delle sue radici e del suo aspetto, faccio fatica a mettere in relazione il suo scenario con quello del bambino a scuola o del tifoso in lacrime: il bambino è troppo giovane per aver letto If You Can’t Join Them, Beat Them: Effects of Social Exclusion on Aggressive Behavior [se non ti lasciano partecipare, picchiali: effetti dell’esclusione sociale sull’aggressività] di J. M. Twenge, pubblicazione che collega l’esclusione sociale al comportamento aggressivo. E quel bambino picchia, confermandosi un esempio lampante di esclusione sociale che induce all’aggressività. Cacciarlo dalla scuola, quindi, significa escluderlo ulteriormente, perché la sua è una reazione naturale all’esclusione subita. Ma cosa c’entra tutto questo con il caso Naidoo?

Come dovrebbe reagire l’opinione pubblica davanti a una simile forma di razzismo?

Anche quello dell’uomo che si trasforma in tifoso di calcio ogni quattro anni e si scioglie in lacrime per la sconfitta è un esempio di esclusione e un grido che invoca inclusione. Ma ad avvicinarsi ancora di più alla vicenda di Naidoo è How the Irish became white [come gli irlandesi sono diventati bianchi] di Noel Ignatiev, che illustra con chiarezza come il bisogno di donne e uomini irlandesi-americani di essere o essere considerati parte della maggioranza politico-economica li abbia condotti ad abbracciare con entusiasmo la cosiddetta “White Supremacy”. Di Mahatma Gandhi, considerato una superpotenza morale da milioni di persone, si dice che sia capitata la stessa cosa in Sudafrica, ossia che abbia usato espressioni razziste nei confronti della popolazione di colore, mentre chiedeva di essere trattato alla pari dai bianchi. Ecco il terribile effetto che può avere l’esclusione sulle persone. Quanto a Xavier Naidoo, dev’essere richiamato dai suoi colleghi, e giudicato e condannato dal pubblico? Non c’è un’analogia con l’allontanamento dalla scuola del bambino che ha dimostrato di soffrire per l’esclusione? 
 

“SPICCATAMENTE…”

Per la nostra rubrica “Spiccatamente…” scrivono, alternandosi settimanalmente, Dominic Otiang’a, Liwen Qin, Maximilian Buddenbohm e Gerasimos Bekas. Dominic Otiang’a descrive la sua vita in Germania, raccontando cosa lo colpisce, cosa gli sembra strano, quali modi di vedere trova interessanti.

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