Intervista con Insa Wilke
50a edizione del Premio Ingeborg Bachmann

Membri della giuria seduti in semicerchio, con lo sguardo rivolto a sinistra; sullo sfondo, uno schermo con un'immagine in bianco e nero di Ingeborg Bachmann.
Con passione, rigore, ma anche umorismo, il Premio Bachmann non si focalizza solo sugli scrittori e sulle scrittrici partecipanti, ma anche sulla giuria. | © Amrei-Marie, via Wikimedia Commons

Il 25 giugno 2026 ricorre il centenario della nascita a Klagenfurt della scrittrice e poetessa Ingeborg Bachmann. Il 28 giugno si assegna inoltre per la cinquantesima volta il Premio Ingeborg Bachmann. Ne abbiamo parlato con Insa Wilke, ex portavoce della giuria, che illustra anche l’importanza di Bachmann per la letteratura contemporanea.

Di Insa Wilke

Nel 1976, a tre anni dalla scomparsa di Ingeborg Bachmann, la città di Klagenfurt ha istituito un premio in suo onore, uno dei più importanti riconoscimenti letterari nell’area di lingua tedesca, assegnato annualmente dal 1977 , nel mese di giugno, nel corso delle Giornate della Letteratura di lingua tedesca. Durante tre giorni di letture, gli scrittori e le scrittrici preselezionati dalla giuria, che oggi è composta da sette membri, recitano testi in prosa inediti della durata di circa mezz’ora o brani tratti da opere più corpose. Marit Borcherding ha parlato con la critica letteraria Insa Wilke di questo premio e dell’eredità di Bachmann.

Insa Wilke, nel 2018 è diventata membro della giuria delle Giornate della Letteratura di lingua tedesca di Klagenfurt e dal 2021 al 2023 ne è stata anche la portavoce. Dopo sei anni di esperienza diretta, ci può dire che significato ha ancora oggi la città di Klagenfurt come sede del concorso letterario, nel contesto della vita e dell’opera di Ingeborg Bachmann?

È un piccolo miracolo che sia passato già mezzo secolo e la città riesca ancora ad ospitarlo. È vero che la pandemia e i lockdown hanno lasciato un segno tuttora visibile, perché sono meno le colleghe e i colleghi partecipanti e le condizioni economiche generali sono peggiorate per tutti, ma sono certa che la continuità darà i suoi frutti.

Abbiamo bisogno di poter contare tutti su luoghi e rituali come questi, così come abbiamo bisogno dell’incontro con il pubblico di Klagenfurt e con chi viene da fuori, sono proprio gli elementi che ne costituiscono il fascino e sembrerà un paradosso, ma solo così sono possibili dei cambiamenti. A Klagenfurt si sono sempre manifestate fin da subito delle aperture, che però si sono percepite pienamente solo in un secondo momento. Tomer Gardi, ad esempio, ha tenuto un reading proprio a Klagenfurt e all’epoca il suo programma estetico non è stato compreso, ma è stato lui a dargli visibilità e questo ha fatto la differenza.

Penso però che la Sua domanda riguardasse piuttosto il legame con Ingeborg Bachmann, giusto? Un compito implicito, forse, è quello di operare in modo diverso rispetto alla scena letteraria in cui si muoveva a Vienna la giovanissima Bachmann. Una scena che effettivamente le ha dato visibilità, ma pretendendo, per così dire in contropartita, una sorta di sottomissione.

Ora si potrebbe rigirare la questione: Klagenfurt può fregiarsi di una propria autrice, diventata poi famosa, e in cambio fa in modo che gli autori e le autrici di oggi e il loro lavoro vengano trattati con la dovuta considerazione, il che non significa che non si possano criticare, ma deve essere chiaro chi sono i protagonisti, cioè le persone che generano il cuore pulsante delle Giornate della Letteratura tedesca, e questo cuore pulsante è costituito dai testi, e dal pubblico di lettori e lettrici.

L’aura del luogo genera proprio questo paradosso: il lago dalle acque azzurre e il passato oscuro, l’entusiasmo del pubblico e l’attualità politica, la tradizione e il tentativo di infrangerla.

Non si tratta solo di estetica, ma anche di competizione, di opinione pubblica, di politica. Questo vale sia per il confronto con la vita e l’opera di Ingeborg Bachmann, sia per il concorso letterario di Klagenfurt.
Passiamo dall’aura del luogo al carisma della scrittrice Ingeborg Bachmann, che già a trent’anni era considerata “la voce poetica di spicco della sua generazione”: la sua influenza letteraria e la sua opera si riflettono ancora oggi in un concorso in cui si sfidano per lo più autrici e autori più giovani?

Raramente. Helga Schubert è stata una delle poche ad alludere esplicitamente a Ingeborg Bachmann, e all’epoca era già ottantenne. Sarebbe anche strano se il concorso si svolgesse in modo così storicistico, e fortunatamente non è così. La letteratura è viva e, se vuole essere presa sul serio, deve saper porre domande e trovare forme proprie, ma il nome è comunque importante, se non altro perché suscita quel sentimento ambivalente che rispecchia il concorso e le sue condizioni: non si tratta solo di estetica, ma anche di competizione, di opinione pubblica, di politica. Questo vale sia per il confronto con la vita e l’opera di Ingeborg Bachmann, sia per il concorso letterario di Klagenfurt.

In qualità di organizzatrice di eventi letterari e critica letteraria, lei conosce molti giovani autrici e autori. Si confrontano ancora oggi con Ingeborg Bachmann? È tuttora un punto di riferimento per la letteratura contemporanea?

Recentemente, a Berlino, ho moderato una serata alla Casa della Poesia dedicata alla poetessa Ingeborg Bachmann. La sala era gremita e tra il pubblico c’erano moltissimi giovani. In questo senso, penso che l’opera e la figura dell’autrice svolgano tuttora un ruolo importante per le nuove generazioni, mentre non mi pare evidente nella letteratura.

Lo dimostrano le citazioni utilizzate per presentare i nuovi libri in uscita: è raro trovarne una di Ingeborg Bachmann, benché sia un momento opportuno, invece, per citarla, in particolare estrapolando frasi dai suoi discorsi. La sua poetica è profondamente radicata nel dopoguerra e presenta quella dualità che la rende particolarmente interessante, quel confronto con la colpa, anche se forse non sempre del tutto consapevole. A mio avviso, stiamo entrando in un’epoca in cui si possono rileggere i suoi testi in questo senso, perché oggi rispecchiano di nuovo qualcosa di attuale, e non è esattamente piacevole rendersene conto.

Dato che Lei ne ha fatto parte per alcuni anni come organizzatrice e oggi osserva le Giornate della Letteratura di lingua tedesca dall’esterno, trova ancora che il concorso e i suoi premi siano ancora di grande rilevanza per la letteratura in lingua tedesca e che da sempre costituiscano un palcoscenico determinante per le nuove leve?

Si, certo. Però trovo che le problematiche legate all’economia dell’attenzione riguardino anche il concorso, che resta importante da una prospettiva interna, così come è una pratica democratica il confronto tra le diverse istanze sul modo “giusto” di leggere, mentre non fa più parte dei rituali centrali, non è più percepito come un appuntamento imperdibile. L’opinione pubblica si è frammentata, esistono più luoghi, più forme, più possibilità e questo non agevola l’individuazione di un denominatore comune nella sua percezione.

Nel 1952 Ingeborg Bachmann è intervenuta a un incontro del Gruppo 47, nel 1953 ne ha vinto il premio e poi si è affermata nel mondo della letteratura. Relativamente allo svolgimento, ci sono dei parallelismi tra quello del Gruppo 47 e il concorso del Premio Bachmann: in entrambi i casi autori e autrici leggono personalmente testi inediti e al reading segue una discussione della giuria, talvolta dura e accesa, alla quale scrittrici e scrittori non è consentito intervenire. Nel complesso, si tratta di un modo di procedere che per alcuni partecipanti non è stato e tuttora non è facile da sopportare. Quali sono i punti a favore di questo dibattito aperto e pubblico, oggi seguito anche a livello mediatico?

Una differenza fondamentale rispetto ad allora è che agli incontri del Gruppo 47 il dibattito si svolgeva tra colleghi scrittori, mentre oggi la giuria è prevalentemente composta da critici o studiosi, il che, a mio avviso, è un bene. Se gli autori siano migliori lettori, invece, è una questione di altro genere.

La critica alle regole del gioco fa parte del concorso, così come le acque azzurre del lago. Chi partecipa conosce le regole e per lo più sa come gestirle. La mia esperienza mi dice piuttosto che è la giuria a trovarsi sotto pressione, perché ci sono il pubblico e l’opinione pubblica in generale: il testo lo ascoltano tutti e ognuno può avere una propria opinione. La giuria, invece, si espone a critiche senza riserve, e tutti la osservano. È un gioco e, come tutti i giochi, ha un aspetto serio.
Alla fine, ciò che conta che è il testo mi coinvolga dal punto di vista linguistico.
Al concorso Bachmann, autori e autrici non possono candidarsi autonomamente, ma devono essere proposti dai singoli membri della giuria. Ciascuno di questi membri ne nomina di norma due, pertanto alla fine la sfida si svolge tra 14 persone. Ci racconti come avviene la selezione, come l’ha fatta Lei, quali criteri ha adottato.

Io esamino le candidature pervenute e parallelamente cerco attivamente persone interessanti, alle quali chiedo poi di candidarsi. Il criterio dipende dal contesto del concorso, dai temi che sono nell’aria, dai punti di vista che vorrei introdurre, dagli stili di scrittura. Alla fine, ciò che conta che è il testo mi coinvolga dal punto di vista linguistico, e questo non avviene mai grazie al tema, ma sempre grazie alla forma linguistica. E occorre che il testo si adatti alla situazione di Klagenfurt, perché un estratto di romanzo di solito non funziona in una presentazione breve.

Se ripensa ai concorsi ai quali ha partecipato come giurata e portavoce della giuria, ricorda qualche momento letterario che Le è rimasto particolarmente impresso, magari anche a posteriori?

Sì, tutti i momenti in cui ho scoperto i testi che ho deciso di presentare, e anche i momenti in cui ho constatato con gioia che la mia impressione coincideva con quella di un altro membro della giuria, quando non ero più immersa nella lettura.

Per concludere, proviamo a guardare nella sfera di cristallo, partendo dal presupposto che vengano assicurati i finanziamenti: il concorso di Klagenfurt esisterà ancora in occasione del 110° anniversario della nascita di Ingeborg Bachmann? E se sì, perché?

Io lo spero proprio, perché come ho già detto abbiamo bisogno di luoghi e tradizioni come questi per poter cambiare. E abbiamo bisogno di luoghi di confronto collettivo su qualcosa di condiviso.

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