Nel centenario della nascita
L’attualità di Ingeborg Bachmann
Cosa rimane di un’autrice che si è continuamente reinventata in nuovi ruoli? In occasione del centenario della nascita di Ingeborg Bachmann, la sua opera ci riporta alle grandi questioni della libertà, dell’amore e dell’identità, riproponendole in una nuova luce.
Di Helmut Böttiger
Ingeborg Bachmann è un mito già prima della sua prematura scomparsa, nel 1973. Poco tempo dopo, osservando che «la mitizzazione di una persona vivente può nascondere una graduale uccisione», Heinrich Böll pone una domanda tuttora attuale: «Ingeborg Bachmann non è stata forse prigioniera della propria immagine?»
Come poetessa, si presta fin da subito a proiezioni di ogni genere, ma nel 1953, all’età di 26 anni, entra improvvisamente sotto i riflettori dell’opinione pubblica ricevendo il premio del Gruppo 47 per le sue poesie incentrate su amore, desiderio e perdita e caratterizzate da una profonda intensità esistenziale. L’anno successivo, la copertina dello Spiegel alimenta la sua fama come diva della poesia, sempre enigmatica e impossibile da cogliere in modo univoco. Le sue raccolte Il tempo dilazionato (Die gestundete Zeit, 1953) e Invocazione all’Orsa Maggiore (Anrufung des Großen Bären, 1956), che rientrano indiscutibilmente nel canone della letteratura del XX secolo, rivelano una voce femminile sicura di sé e capace di muoversi in maniera del tutto personale tra tradizione e modernità, aspirando a una libertà che si scontra con i rigidi schemi sociali dell’epoca. Prenderne coscienza e riflettere anche sul contesto storico costituisce oggi la sfida più importante nell’approccio alla sua opera.
Ingeborg Bachmann, 1962 | © Public Domain/Fonte: Wikimedia Commons
Giudicandone anche la vita sentimentale molto movimentata e chiacchierata, alcuni giornalisti la vedono nel frattempo come una donna instabile e dipendente da droghe, coinvolgendola in dibattiti di vario genere e alimentando teorie e congetture sulla sua vita, favorite anche dalla scarsità di informazioni concrete e per contro un fiorire di interpretazioni. Ingeborg Bachmann è tuttora un personaggio controverso, e pertanto merita un approccio oggettivo e storicamente accurato.
Riguardo ai suoi anni giovanili, ci sono sei pagine di diario risalenti al periodo immediatamente precedente e successivo alla fine della guerra, nel 1945. Un breve passaggio di questo diario salta particolarmente all’occhio: sebbene alcuni vicini di casa a Klagenfurt siano già morti nei bombardamenti, lei, all’epoca diciottenne, smette di rifugiarsi nel bunker per sottrarsi all’aria viziata e alle «masse ottuse e mute», scegliendo piuttosto di mettersi in poltrona in giardino e di darsi ossessivamente alla lettura di letteratura classica e moderna:
«Mi sono fermamente ripromessa di continuare a leggere quando arrivano le bombe.»
La scelta della libertà
Per lei la letteratura rappresenta fin dall’inizio un’alternativa esistenziale e la visione di un poeta ubriaco è l’espressione più diretta dei suoi desideri: «Nella mia ubriachezza posso solo essere smodata / e bere e prendere e durare». Subito dopo la fine della guerra, il suo motto è “Freisein”, l’essere libera, concetto che usa anche per allontanarsi da Jack Hamesh, ufficiale britannico delle forze di occupazione che si è innamorato di lei, distinguendosi così da altre giovani donne nella sua stessa situazione. Quando una sua amica decide di sposare uno di questi soldati, lei scrive: «Certo che voglio andarmene, ma per poter studiare. Non voglio assolutamente sposarmi, nemmeno con un inglese, per qualche scatola di conserve e calze di seta».Negli anni Quaranta e Cinquanta, tuttavia la società non prevede affatto che una donna possa vivere in maniera indipendente. Bachmann si scontra ripetutamente con questo conflitto, che è proprio alla base dell’instabilità che caratterizza la sua opera e la induce a sperimentare in un numero sorprendente di testi diverse immagini di sé. Fin da piccola le piace giocare: gioca con le esperienze che le capitano nella vita e, più tardi, con le aspettative dell’opinione pubblica. L’attività che preferisce da bambina è quella del clown ed è in questo ruolo che ama farsi fotografare. Gioca con sé stessa sui dettagli della propria vita, ricomponendoli continuamente in modo nuovo.
Si può considerare sintomatica una lettera le rivolge Heinrich Böll dopo il convegno del 1954 del Gruppo 47 in Italia, al Circeo, chiedendole la poesia «sull’amata infedele», come gli pare di ricordare, da lei letta in quell’occasione e che evidentemente lo tormenta. Böll si riferisce a Paese di nebbia (Nebelland), che si conclude così:
«La mia amata è infedele.
So che talora librata
sugli alti tacchi se ne va in città,
e bacia nei bar con la cannuccia
profondamente la bocca dei bicchieri,
e trova parole per tutti.
Ma tale linguaggio io non intendo.»
[Traduzione di Maria Teresa Mandalari, poesiainrete.com]
Bachmann scrive spesso da una prospettiva maschile. In una lettera ai genitori dell’ottobre 1959, afferma che, riguardo alla sua «professione», rientra più «tra gli uomini». Ritenendo che non sia disponibile un linguaggio femminile autonomo, impara presto a cambiare maschere e ruoli, tentando di definire una propria posizione. Su questa scia, in “Paese di nebbia” descrive dal punto di vista di un uomo una rappresentazione ben precisa di donna, evocando le fantasie che vengono associate alla sua stessa persona in quanto donna indipendente e suscitano resistenza.
Il problema di descriversi come donna
Ingeborg Bachmann è un personaggio pubblico, ma ha qualche difficoltà a gestire la propria fama. Conduce una vita da donna emancipata senza comprendere in concreto che cosa significhi e comporti. Attraverso protagonisti spesso maschili, evita il problema di dover descrivere sé stessa. Il racconto incompiuto Ritratto di Anna-Maria (Portrait von Anna-Maria), risalente alla metà degli anni ’50, costituisce un esperimento insolito, poiché in esso affronta direttamente la sfida: un io narrante femminile piuttosto insignificante si trova ad affrontare Anna-Maria, una pittrice al centro di diverse chiacchiere: un suo amico è geloso del dentista del paese con cui lei ha una relazione; l’anno precedente si è trattato di un pescatore, ma nonostante tutto lui le resta fedele perché la vede come una «personalità».Qui Bachmann gioca con il modo in cui la vedono e si vede lei stessa, percezioni che ormai assumono una vita propria: si dice che quest’Anna-Maria sia poco femminile, ma evidentemente abituata a essere desiderata come donna, grazie a un carisma particolare: «Il suo effetto sugli uomini era molto forte, innegabile e sorprendente». Una cosa che contrasta con l’opinione che la narratrice ottiene nella carrozza ristorante di un treno da un signore che conosce Anna-Maria e respinge qualsiasi critica nei confronti della pittrice: «Ma se per lei c’è soltanto la sua arte!»
A questo punto, Bachmann riesamina l’immagine che si ha di lei, per sé stessa, quasi per chiarirsi le idee su quali siano in realtà i propri contorni. Le avventure di Anna-Maria nel villaggio ricordano le numerose voci circolanti su di lei, ad esempio le sue diverse e chiacchieratissime relazioni con gli uomini, ma è evidente e stridente il paragone con il vecchio Gottfried Benn: le tante relazioni che intrattiene questo furfante cinico ed edonista nello stesso periodo sembrano addirittura accrescerne la reputazione, mentre il comportamento di Ingeborg Bachmann, che ostenta una sicurezza postfemminista di sé, viene facilmente associato a una forma di autodistruzione. Eppure quest’autrice affronta costantemente, nei propri testi, il tema della distruzione causata da meccanismi sociali, cercando risposte estetiche alla problematica in cui si trova coinvolta. Le sue opere fondamentali, ossia le due raccolte di poesie, i racconti e il ciclo in prosa Specie di morte (Todesarten), si confrontano ripetutamente con lo stesso schema: l’oscillazione tra il desiderio di un legame e la volontà di libertà.
L’amore incondizionato come motivo centrale
Risultano particolarmente suggestive le aporie che riecheggiano ne Il buon Dio di Manhattan (Der gute Gott von Manhattan), radiodramma di grande successo del 1958, un genere di enorme portata per l’epoca, in cui Bachmann riesce a concretizzare interessi mediatici e musicali, sviluppati tra l’altro con Hans Werner Henze. L’autrice vi esplora in modo radicale il tema dell’amore incondizionato, un amore inevitabilmente permeato dall’impossibilità di poter essere realmente vissuto. È plausibile che per il radiodramma si sia ispirata alla propria relazione con Paul Celan, poeta ebreo dell’Est di lingua tedesca che, dopo la Seconda Guerra mondiale, in qualità di “displaced person”, approda inizialmente a Vienna ed è indubbiamente il grande amore della sua vita, come testimonia anche il racconto Tre sentieri per il lago (Drei Wege zum See), l’ultima composizione in assoluto dell’autrice, in cui l’immagine di Celan riveste un ruolo centrale. L’amore per lui è definito da un’origine letteraria comune, proprio come affermerà Celan stesso una volta in una poesia d’amore dedicata a lei: «Esiliati e perduti / eravamo a casa». Nella realtà quotidiana, però, è un amore impossibile da vivere, come testimonia minuziosamente la corrispondenza tra loro.Una cesura decisiva nella vita di Ingeborg Bachmann avviene alla fine del 1962: Max Frisch, l’ultimo uomo con cui ha tentato di convivere, è l’incarnazione della sua disperata speranza di stare con un intellettuale e artista pragmatico, solido e adatto alla vita quotidiana, e proprio per questo la loro separazione scatena in lei una grave crisi esistenziale che rende necessari diversi interventi chirurgici e trattamenti psichiatrici.
In seguito, Bachmann lavora a un grande progetto che chiama fin da subito Specie di morte, sviluppando una rete di personaggi e motivi piena di riferimenti e declinata nelle forme linguistiche più disparate, tra cambi di prospettive, passaggi impercettibili dalla prima alla terza persona, alternanze tra diversi livelli temporali. Dopo lunghi tentativi, da questo lavoro nasce infine il romanzo Malina. Come frammenti, sebbene alcuni consistano in brani di prosa a sé stanti e anche di una certa lunghezza, lascia inoltre i progetti di romanzo Il libro Franza (Das Buch Franza) e Il libro Goldmann (Das Buch Goldmann), nei quali parla di malattia, manipolazioni sociali e crimini, derive fasciste.
La struttura narrativa di Malina nasce da un complesso processo di condensazione estetica che cerca di rendere irriconoscibili tutte le tracce autobiografiche. Particolarmente intense sono le visioni horror del capitolo Il terzo uomo (Der dritte Mann), in cui la figura del padre riunisce simbolicamente tutti i meccanismi di oppressione sociale. Secondo le prime congetture, l’autrice avrebbe subito abusi sessuali da parte del padre, durante l’infanzia. Sebbene non vi siano prove, oltre al capitolo in questione di Malina, alla luce di un’evidente coerenza e di determinate strutture nei rapporti di Bachmann con l’altro sesso, anche oggi la mancanza di prove si tende a considerare un dettaglio pressoché insignificante. Nel frattempo sono stati pubblicati gli appunti sui suoi sogni durante la psicoterapia alla quale si è sottoposta a metà degli anni Sessanta, e da essi emerge chiaramente che l’archetipo della figura paterna nel romanzo Malina è Max Frisch.
Una vita sul filo del rasoio
Come per tutti i testi letterari di grande valore artistico, limitarsi alla trama di Malina ne dà un’idea estremamente limitata. Al centro della storia c’è l’io narrante, apparentemente una poetessa, che ha una relazione amorosa con Ivan, che abita tre case più in là, ma ha anche un altro uomo con cui convive in modo complicato. Lei si chiama Malina e in questo complesso intreccio narrativo è una figura sfuggente, una componente maschile dell’io femminile, necessaria per sopravvivere, per comporre poesie e pensare, e che lei separa da sé, sulla scia di una caratteristica che percorre tutta l’opera di Bachmann. Alla fine, nell’appartamento che condividono, resta solo Malina. La figura femminile scompare, in una scena magica, in una fessura che si apre nel muro. Di fronte al principio maschile dominante, l’io femminile non è in grado di sopravvivere e il romanzo si conclude con una dichiarazione: «È stato un omicidio.»Come in una spirale sempre più stretta, Malina ruota attorno al tentativo di dare voce all’io femminile. Bachmann analizza tutte le tecniche di dominio di cui è vittima l’io narrante, il potere dell’economia, della politica, della religione, dei media e quello del genere maschile, cercando però una soluzione per non mettere in scena come vittima l’io femminile intellettuale ed esplorando allo stesso tempo le aporie fondamentali di un’esistenza creativa. Per l’estetica di Malina è fondamentale il ricorso dell’autrice a un leitmotiv musicale: in diversi punti viene infatti citato il Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg, non solo con brani di testo, ma anche con note musicali, e la struttura del romanzo coincide in modo sorprendente con quella di questo brano. La strutturazione musicale del romanzo, con una corrispondente coda finale, sembra andare in direzione opposta all’affermazione di un omicidio.
Il testo probabilmente più enfatico che Ingeborg Bachmann abbia scritto come professione di fede estetica riguarda Maria Callas e può anche essere letto come una segreta visione di sé: una donna che ha condotto una «vita sul filo del rasoio», vivendo «l’ultima fiaba», «l’ultima realtà». Il frammento rinvenuto nel suo lascito si conclude così: «La Callas, sì, quando è vissuta, quando morirà? È grande, è un essere umano, è estranea a un mondo di mediocrità e perfezione». Per Bachmann è un tema di un’attualità senza tempo: vita e arte sono come una danza sul filo del rasoio, e quest’espressione contiene in nuce tutto ciò che si può dire sulla sua opera, così varia e sfaccettata e caratterizzata da una dimensione storica ed estetica tuttora in grado di conferire anche agli attuali dibattiti sulla questione gender una profondità inaspettata.
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