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Lo stile kafkiano
Kafka nel linguaggio colloquiale

Kafka e le assurdità della vita moderna
Kafka e le assurdità della vita moderna | © Isi Parente / Unsplash

Gli scrittori possono caratterizzare un concetto stilistico, ma cosa significa esattamente avere un determinato stile? E come mai Kafka è riuscito come nessun altro a entrare persino nel linguaggio colloquiale? Proviamo a far luce sul concetto di stile guardando all’arte e alla filosofia.

Di Jan-Helge Weidemann

Non sono molti gli scrittori dei secoli passati che emergono regolarmente nel nostro quotidiano: se tra esperti di letteratura si può tranquillamente parlare dei monologhi interiori di Döblin, dell’intensità della prosa kleistiana o degli aspetti sinistri dei personaggi hofmanniani, non serve partecipare a un seminario letterario o eventi accademici per sentire citare Franz Kafka, autore di inizio Novecento che, per la meticolosità con la quale ha saputo ritrarre l’essere umano, sembrerebbe aver analizzato con attenzione anche noi contemporanei. La sua impronta inconfondibile sta indubbiamente nella sua capacità di raffigurare l’assurda mancanza di una via d’uscita nel nostro mondo moderno, in cui fa sprofondare i suoi personaggi, solitamente avviati a un triste destino. Conosciamo fin troppo bene questo mondo e diamo una lettura kafkiana alla nostra vita reale, sperando in qualche modo di non soccombere. Ma quale elemento della prospettiva kafkiana si sposta dalle sue figure allegoriche per rivolgersi direttamente anche noi?

Lo sguardo dalla distanza

È più facile individuare lo stile di altre persone che non il proprio. Se si vuole vedere il proprio aspetto, occorre uno specchio o una macchina fotografica; senza questi strumenti, non avremmo modo di vederci come ci vedono gli altri. La letteratura può essere uno specchio da usare per riconoscersi: secondo Kafka, “un libro dev’essere l’ascia per rompere il mare ghiacciato dentro di noi”. Il nostro io emerge solo attraverso un’attenta osservazione dall’esterno, mentre un’eccessiva vicinanza diventa un ostacolo. Guardando alla storia della letteratura in lingua tedesca, non ci è difficile vedere un’epoca come espressione di alcune caratteristiche riconoscibili: che si tratti di Barocco, Sturm und Drang, Biedermeier o Nuova Oggettività, la distanza storica permette di trovare in periodi di tempo così ben delineati più elementi comuni che non differenze, e la stragrande maggioranza delle epoche è stata e sarà ancora riconosciuta come tale solo dopo la sua conclusione.

Lo stile in Musica, pittura, cinema

In cosa consiste esattamente uno “stile” letterario che individuiamo leggendo qualcosa, per poi attribuirlo al rispettivo autore? Da un lato, la critica letteraria in particolare ama applicare metafore prese a prestito dalla musica: un libro ha un certo “ritmo” e un “tempo” narrativo, una frase ha una “melodia”, il linguaggio un “suono” che rende riconoscibili gli scrittori, benché utilizzino la stessa lingua di base. Dall’altro, il frequente impiego di un numero limitato di soggetti rende inconfondibili gli artisti visivi, ad esempio, quando sviluppano un personale modo di vedere e di dipingere: i paesaggi di van Gogh, le ballerine di Degas o i paesaggi marini di Gauguin sono immediatamente riconoscibili come opere dei loro autori. Anche alcuni registi sono fortemente caratterizzati da una combinazione tra uno specifico punto di vista sul mondo e una trasposizione artistica sul grande schermo che pare portare la loro firma: parliamo ad esempio della natura straordinaria ma priva di significato di Werner Herzog, in particolare la sua giungla metafisica, la volontà stilistica di Sally Potter, unita alla sua visione ironica della società; la violenza fumettistica di Quentin Tarantino, che punta a una catarsi debordante, e non è un caso che le teorie cinematografiche francesi chiamino questi registi “auteurs”. Alcuni di questi esempi differiscono nello stile, eppure li accomuna il fatto che tutti tendono a cercare un senso nella modernità tecnologica, nella violenza prodotta industrialmente, nell’isolamento, nel confronto con il nuovo e in una costante messa in discussione dei progetti di vita. Gli stessi obiettivi perseguiti da Kafka, in fondo, benché spesso in maniera più brutale.

La filosofia come bella letteratura

Un personalissimo stile artistico, ovviamente, richiede una personale visione del mondo che contribuisca in larga misura a forgiare arte e letteratura, orientandole verso degli obiettivi. Anche in una tradizionale accezione filosofica, per una sicura comprensione delle cose e del mondo è necessaria una forma espressiva linguistica concreta. “I limiti della mia lingua rappresentano i limiti del mio mondo”, diceva Wittgenstein, esprimendo con coerenza le conclusioni logico-filosofiche derivanti da questa visione, ma già Socrate e Platone, come anche Kant, Hegel, Nietzsche e Heidegger, riconoscevano nel linguaggio il fondamento della conoscenza e attribuivano grande importanza alla sua forma. È per questo che i filosofi, più di altri, sono costretti a sviluppare e ad allenare la propria consapevolezza stilistica, e il discorso vale tanto per la filosofia politica ottocentesca di Hannah Arendt, quanto per le più contemporanee diagnosi di rottura della modernità di Peter Sloterdijk, ed è proprio Sloterdijk a riportarci quasi naturalmente a Kafka.

Che cosa è “kafkiano”?

Kafka è stato ineguagliabile nella sua capacità di esprimere l’assurdità di situazioni ricorrenti nelle nostre realtà e dei loro effetti psicologici, delineando con acutezza, nei suoi racconti, i paradossi del nostro mondo. È riuscito così magistralmente in quest’intento, grazie all’attività che ha prestato egli stesso presso una compagnia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, che gli ha permesso una diretta e approfondita osservazione della burocrazia contemporanea e dei destini umani. I suoi personaggi sono sorprendenti, perché inzialmente tentano di comprendere le circostanze grottesche nelle quali incolpevolmente si trovano, dopo di che, davanti a situazioni senza speranza, riescono almeno temporaneamente ad adeguarsi alla situazione; pensiamo ad esempio al digiunatore ignorato al circo, all’imputato portato in tribunale senza un perché, all’agrimensore considerato inutile. Kafka non offre una via d’uscita ovvia, né ai suoi protagonisti, né ai suoi lettori; non è interessato a mostrare il bello e il buono e nemmeno a offrire un intrattenimento rilassante per distendere la mente. I suoi testi vogliono affrontare come un’ascia il mare ghiacciato che è in noi, per renderci più ricettivi rispetto a un mondo dal quale tentiamo di proteggerci chiudendoci sempre più. Se si è coniato l’aggettivo “kafkiano” è perché Kafka non ci lascia spegnere in pace, ma ci riporta alla vita come la scossa di un defibrillatore.

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