documenta 14 Storia e memoria alla Neue Galerie di Kassel

Otobong Nkanga, Carved to Flow, 2017, performance e installazione
Otobong Nkanga, Carved to Flow, 2017, performance e installazione | Foto (particolare) © Liz Eve

La Neue Galerie ospita la collezione del XIX, XX e XXI secolo del Museumslandschaft Hessen Kassel. Per la prima volta nella storia di Documenta, è stata completamente svuotata e riallestita: questo progetto complesso fonda l’indirizzo concettuale di Learning from Athens, titolo della quattordicesima edizione, assegnata alla direzione artistica di Adam Szymczyk.

Realizzata all’interno di una cornice museale tradizionale, l’operazione si restituisce in una mostra molto articolata: per la vastità dello spazio espositivo, per il numero di artisti coinvolti (oltre ottanta), per la proposta tematica.

Cecilia Vicuña, Lenin and Karl Marx, 2017 Cecilia Vicuña, Lenin and Karl Marx, 2017 | Foto © Mathias Voelzke Le scelte curatoriali attuate negli spazi della Neue Galerie e le opere esposte esemplificano il carattere particolarmente engagée di questa edizione, rendendo la Neue Galerie una delle sedi cruciali per comprendere gli orientamenti tematici e metodologici perseguiti dal team curatoriale. Costruita nel 1877, agli albori dell’Impero tedesco, la Neue Galerie ha un valore simbolico ed è assunta in questa Documenta come spazio per stabilire una continuità tra contenuti e contenitore, a partire dalla rilevanza storica dei luoghi topici della città di Kassel. Le otto statue in marmo, originariamente collocate all’esterno dell’edificio e ora esposte in una delle gallerie del museo, accolgono i visitatori rappresentando, sotto forma di figure allegoriche, le nazioni tradizionalmente legate all’arte - antica Grecia, antica Roma, Italia, Francia, Germania, Spagna, Olanda e Inghilterra – costituendo l’intreccio identitario dei Paesi dominanti. Il luogo parla dunque della storia, una storia che spesso rintraccia la propria fonte di legittimazione nelle categorie precostituite di chi della storia è stato protagonista, da una posizione centrale e privilegiata. È questa stessa posizione - la safety zone che perpetua gli interessi di pochi - che documenta 14 intende rimettere in discussione. Come traspare dalle parole di uno dei curatori, Dieter Roelstraete, la scelta di una struttura duale e simultanea che vede confrontarsi Atene e Kassel, invitando gli artisti a riflettere su entrambe, presuppone un ripensamento dei tradizionali rapporti tra centri e periferie, privilegiando una posizione decentrata e transnazionale.

 

Il valore dell’archivio, della testimonianza e del monumento

In virtù del confronto serrato tra passato e presente, la mostra affronta questioni di natura sociologica, politica e storica attraverso il rapporto con la cultura materiale e visuale, concentrandosi sulle relazioni storiche tra Grecia e Germania e tra Nord e Sud del mondo. Nazionalità, appartenenza, dispersione e perdita sono alcune delle categorie ricorrenti.
Per questi motivi, la Neue Galerie diviene anche l’epicentro della memoria di Documenta, in cui viene rievocata l’eredità di Arnold Bode – fondatore della rassegna nel 1955, a guerra appena conclusa, e direttore delle prime quattro edizioni (1955-1964) – e, nelle intenzioni dei curatori, riveste la funzione di sede principale della sua “coscienza storica”. Dai dipinti di Arnold Bode, la cui produzione è andata quasi completamente dispersa durante i bombardamenti di Kassel, alle annotazioni dei taccuini di Samuel Beckett, che in visita ad Amburgo nel 1936 va alla ricerca di quell’arte d’avanguardia che di lì a poco sarebbe stata dichiarata “degenerata” dal regime nazista, sino al pittore di origini ebraiche Max Liebermann, costretto ad abbandonare dopo il 1933 il proprio incarico di presidente dell’Accademia d’Arte di Berlino, le opere esposte alla Neue Galerie mettono in evidenza un approccio storiografico incentrato sul valore dell’archivio, del documento, della testimonianza e del monumento. L’opera in mostra Reiter am Strand, del 1908, di Max Liebermann fa parte di una serie di dipinti realizzati agli inizi del ‘900: una di queste opere è stata rinvenuta nel 2012 nell’appartamento di Monaco di Cornelius Gurlitt ed è parte della ricca collezione di circa 1400 opere del commerciante d’arte Hildebrand Gurlitt, padre di Cornelius, sottratte agli ebrei durante il nazismo.

  • Maria Eichhorn, Libri illegalmente acquisiti da proprietà ebraiche, 2017 Foto © Mathias Voelzke
    Maria Eichhorn, Libri illegalmente acquisiti da proprietà ebraiche, 2017
  • Geta Brătescu, Atelieru: Scenariul [The studio:The film script], 1978 Foto © Mathias Voelzke
    Geta Brătescu, Atelieru: Scenariul [The studio:The film script], 1978
  • Piotr Uklanski, Real Nazis, 2017 Foto © Nils Klinger
    Piotr Uklanski, Real Nazis, 2017
L’affair Gurlitt costituisce il nodo cruciale dell’intera macchina espositiva realizzata negli spazi della Neue Galerie (dove viene significativamente ripercorsa anche la genealogia della famiglia con opere in mostra di Cornelia e Louis Gurlitt), come attesta il progetto interdisciplinare di Maria Eichhorn, The Rose Valland Institute (2017), in cui l’artista ricerca e documenta l’espropriazione dei patrimoni della popolazione ebraica europea e l’impatto persistente di tali confische. The Rose Valland Institute trae il titolo dal nome della storica dell’arte Rose Valland che segretamente, durante l’occupazione tedesca di Parigi, registrò i dettagli del saccheggio nazista. Dopo la guerra, Valland ha lavorato per la Commission de Récupération Artistique svolgendo un ruolo decisivo nella restituzione delle opere d’arte confiscate.

L'arte racconta la storia

Il ruolo assegnato in mostra alle testimonianze del passato è quello di una costante riattualizzazione che, discostandosi dalla visione tradizionalmente diacronica degli eventi, fa riemergere le persistenze e il sommerso dello storia. Significativa in tal senso è la scelta di esporre il Code Noir, il decreto emanato sotto Luigi XIV nel 1685 che definiva le condizioni legali della schiavitù e dell’esercizio della religione nell’impero coloniale francese, poi integrato al Codice Civile napoleonico nel 1803 e rimasto in vigore sino al 1848. Il Code Noir stigmatizza la presunta supremazia dei poteri forti sulle minoranze religiose, culturali ed etniche raccontando la sedimentazione delle sue coordinate all’interno della vita politica, sociale, economica e culturale delle colonie, definendo ancora oggi le gerarchie razziali. Lungo questa direttrice, la performance e l’installazione dell’artista nigeriana Otobong Nkanga, intitolata Carved to Flow (2017), indaga i concetti di dislocamento e di appartenenza per restituire il rapporto tra la terra e le sue risorse naturali, spesso legate all’avidità, al dolore, e, al contempo, alla speranza e alla conoscenza.
Come ha affermato Paul B. Preciado nel suo testo intitolato Upside Down, la distinzione tra Nord e Sud, tra centro e periferia, è soltanto l’espressione dell’affermazione di politiche finzionali costruite dal moderno colonialismo: un ripensamento e una riappropriazione della storia risultano dunque indispensabili per contribuire al rinnovamento dall’interno della società in cui viviamo.