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Intelligenza artificiale
Riusciranno i robot a dominare il mondo?

Intelligenza artificiale
Intelligenza artificiale | Foto (particolare): © Adobe

Saggio sulle differenze insormontabili tra l’essere umano e la macchina.

Di Peter Glaser

Nel 1997 usciva La marcia delle macchine del cibernetico britannico Kevin Warwick, un libro che si apriva con uno scenario futuro a tinte fosche: Warwick prevedeva infatti già per la metà del XXI secolo il dominio sulla popolazione terrestre da parte di un’intelligenza artificiale (IA) connessa in rete e di robot superiori, e un genere umano ridotto nel migliore dei casi a creare ulteriore caos nel sistema.
 
Chissà se le macchine, un giorno, proveranno imbarazzo per essere state generate dall’uomo, proprio come l’uomo, nel passato, si è vergognato di discendere dalle scimmie. Negli anni ’80 il pioniere americano dell’intelligenza artificiale Edward Feigenbaum immaginava che nelle biblioteche del futuro i libri avrebbero comunicato tra loro, perfezionando così in maniera autonoma le loro conoscenze. E il suo collega Marvin Minsky, co-organizzatore della conferenza al Dartmouth College nel New Hampshire nel 1956 in cui per la prima volta si parlava di “intelligenza artificiale”, aggiungeva: “Forse ci terranno come animali domestici”.

Oggi trattiamo le macchine come animali domestici. In futuro potrebbe accadere il contrario? Oggi trattiamo le macchine come animali domestici. In futuro potrebbe accadere il contrario? | Foto (particolare): © picture alliance / dpa Themendienst / Andrea Warnecke

Le promesse di un’espansione computerizzata dell’intelligenza erano spettacolari: sembrava che i cervelli elettronici potessero presto risolvere problemi di ogni genere, ma la maggior parte di queste aspettative è stata disattesa, oppure soddisfatta solo a decenni di distanza in campi strettamente limitati, come il gioco degli scacchi o il riconoscimento di forme. I progressi tecnici degli ultimi anni, tuttavia, hanno nuovamente smosso le acque: tecnologie innovative di stoccaggio dei dati, super computer sempre più potenti, nuovi concetti di database per l’elaborazione di enormi quantità di dati, investimenti nell’ordine dei milioni da parte di giganti di internet, e ora anche la corsa degli Stati per il dominio del mondo attraverso “vantaggi algoritmici” stanno risvegliando i vecchi timori nei confronti dell’intelligenza artificiale.
 
A maggio del 2014 quattro scienziati di spicco come il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek, il cosmologo Max Tegmark, l’informatico Stuart Russell e il fisico probabilmente più famoso del mondo, Stephen Hawking, lanciavano un appello ai lettori del quotidiano britannico The Independent, mettendo in guardia dal sottovalutare le macchine intelligenti come semplice fantascienza: “Avviare con successo l’intelligenza artificiale sarebbe il più grande evento della storia dell'umanità, ma purtroppo potrebbe essere anche l’ultimo, se non impareremo ad evitare i rischi connessi”.

L’annientamento del genere umano?

È evidente che la ricerca sull’intelligenza artificiale è dominata da uomini con un patetico desiderio di creazione che potrebbe corrispondere all’invidia del pene all’inverso, che potremmo chiamare “invidia della nascita”: un desiderio irrefrenabile di contrapporre a un organismo vivente che l’evoluzione perfeziona da circa 400 milioni di anni, vale a dire da quando si è formata la vita, non soltanto uno sviluppo computerizzato di pari livello, ma addirittura una forma evolutiva che superi l’essere umano degradandolo a elemento di transizione tra la scimmia e la creazione tecnica più recente ed evoluta.
 
Stiamo parlando di “IA forte”, intelligenza artificiale forte, una visione che presuppone di poter computerizzare qualsiasi funzione umana, e in particolare che il cervello umano funzioni come un computer. Tutte le grida di allarme nei confronti di macchine che potrebbero impazzire concordano nel punto critico della singolarità, ossia il momento in cui una macchina riesce ad autoperfezionarsi migliorando in maniera folgorante le proprie prestazioni. Chi lancia l’allarme teme che questa super-macchina, una volta avviata, possa sviluppare una propria essenza e diventare un sé intelligente.
 
Il timore che degli oggetti possano sviluppare l’ostinazione di annientare l’umanità ha radici profonde: è legato alla paura, ma anche alla speranza che qualcosa di inanimato possa prendere vita, ad esempio con la magia. Gli antichi egizi inserivano nel corredo funebre dei defunti gli “ushabti”, che nella loro lingua significava “quelli che rispondono”, ossia statuette che nell’aldilà avrebbero dovuto svolgere tutte le varie mansioni al posto dei defunti e che storicamente possono essere visti come il germe del concetto di computer, l’oggetto che risponde eseguendo ogni comando. Le istruzioni incise sulle statuette ricordano sorprendentemente la sequenza algoritmica di un moderno software:

Bambola magica, ascoltami!
Quando mi chiameranno
per svolgere il lavoro...
sappi che sarai al mio posto,
destinata dai custodi dell’aldilà
a seminare i campi,
riempire d’acqua i canali
portar qui la sabbia...


E alla fine è scritto:

Eccomi, ai tuoi ordini.

Gli ushabti, cioè “quelli che rispondono”, le statuette del corredo funebre dell’antico Egitto che nell’aldilà dovevano svolgere i vari lavori al posto del defunto, Gli ushabti, cioè “quelli che rispondono”, le statuette del corredo funebre dell’antico Egitto che nell’aldilà dovevano svolgere i vari lavori al posto del defunto. | Foto (particolare): © picture alliance / akg / Bildarchiv Steffens

Oggi parleremmo di guida utente su base dialogica e considereremmo superstizione una formula magica per animare statuette di argilla, eppure questa superstizione ha trovato una strada fino ai giorni nostri: i fautori dell’IA forte sono convinti che un giorno o l’altro in un computer in qualche modo si formerà una coscienza viva e ipotizzano che il pensiero possa essere ridotto a un’elaborazione dell’informazione indipendente dal supporto in cui si trova, e quindi che il cervello non sia indispensabile, perché la mente umana potrebbe essere caricata anche in un computer. Per Marvin Minsky, scomparso nel gennaio 2016, l’intelligenza artificiale è un tentativo di ingannare la morte.

L’illusione dell’io automatizzato

Nel 1965 al Massachusetts Institute of Technology l’informatico Joseph Weizenbaum aveva elaborato un programma chiamato ELIZA, con il quale si poteva dialogare in forma scritta, come se ELIZA fosse uno psicoterapeuta in contatto con un paziente: inserendo ad esempio la frase “Mia madre è strana”, il computer rispondeva: “Da quanto tempo è strana Sua madre?”. Possiamo parlare di risveglio delle macchine? Che cosa può indurci a credere che all’interno di un computer possa svilupparsi un’essenza a sé, praticamente identica a quella di un essere umano?
 
In precedenza, i dispositivi si esprimevano solo sotto forma di segnalazioni impersonali, ad esempio “riduzione pressione olio” o “errore tecnico”. Weizenbaum era estremamente colpito dalla rapidità con cui le persone che dialogavano con ELIZA stabilivano una relazione emotiva con una macchina: quando la sua segretaria aveva testato il programma, poco dopo gli aveva chiesto di uscire dalla stanza, perché lei le stava fornendo dei dettagli personali. Eppure una macchina programmata per dire “io” è ben lontana dall’essere dotata di un “io” vero e proprio.
 
Il cervello come computer non ha nulla a che fare con la conoscenza effettiva dell’encefalo, l’intelligenza umana o un sé personale: è una metafora moderna. In un passato più lontano si credeva che l’uomo fosse stato plasmato dall’argilla e che l’anima gli fosse stata infusa da un dio; in un periodo successivo aveva acquisito popolarità l’idea di fluidi corporei responsabili del funzionamento fisico e mentale. Quando nel XVI secolo si era cominciato a costruire macchine con molle e ingranaggi, grandi filosofi come il francese Cartesio avevano visto nell’essere umano una macchina complessa. A metà del XIX secolo il fisico tedesco Hermann von Helmholtz paragonava il cervello a un telegrafo e il matematico John von Neumann affermava che la funzione del sistema nervoso umano era digitale e delineava sempre nuovi parallelismi tra le componenti delle macchine calcolatrici dell’epoca e le componenti del cervello umano. Finora, però, nessuno ha trovato nel cervello una banca dati che funzioni in maniera anche solo lontanamente paragonabile alla memoria dati di un computer.

Tra i ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale sono in pochissimi a nutrire preoccupazioni per la creazione di una super intelligenza assetata di potere. “L’intera community è ben lungi dal creare qualcosa che possa realmente preoccupare l’opinione pubblica”, tranquillizza Dileep George, co-fondatore dell’azienda Vicarious. “Come scienziati abbiamo il dovere di chiarire all’opinione pubblica la differenza tra Hollywood e la realtà”.

Una macchina con i diritti civili: il robot umanoide Sophia conversa e mostra emozioni ed è il primo androide titolare di cittadinanza: è stato infatti riconosciuto come persona giuridica alla fine del 2017 dall’Arabia Saudita. Una macchina con i diritti civili: il robot umanoide Sophia conversa e mostra emozioni ed è il primo androide titolare di cittadinanza: è stato infatti riconosciuto come persona giuridica alla fine del 2017 dall’Arabia Saudita. | Foto (particolare): © picture alliance / Niu Bo / Imaginechina / dpa

La Vicarious, che ha ottenuto 50 milioni di dollari da Mark Zuckerberg e Jeff Bezos ma non solo, si è posta un obiettivo estremamente ambizioso: realizzare un algoritmo che funzioni come il sistema percettivo del cervello umano. Le più grandi reti neurali artificiali attualmente in uso nei computer hanno un miliardo di interconnessioni, mille volte di più rispetto a qualche anno fa, ma comuque una quantità trascurabile nel confronto col cervello umano, perché pari soltanto a 1 mm³ di tessuto cerebrale, che su una TAC corrisponderebbe a meno di 1 voxel, ossia l’equivalente tridimensionale di 1 pixel.
 
Il problema fondamentale dell’IA è la complessità del mondo, che l’essere umano affronta già da neonato mediante potenziali acquisiti nel corso dell’evoluzione, quindi grazie ai suoi sensi, a riflessi innati e vitali per la sopravvivenza, ma soprattutto grazie a potenti meccanismi di apprendimento che gli permettono di cambiare rapidamente per poter interagire sempre meglio con il suo mondo, anche se questo mondo è molto diverso da quello dei suoi lontani antenati.
 
Il computer invece non sa nemmeno contare fino a 2, si ferma a 0 e 1, e quindi ci prova unendo alla limitatezza la velocità, magari qualche regola generale, la cosiddetta euristica, e molta matematica ad alto livello (parliamo di reti neuronali). Tuttavia, per comprendere anche soltanto le basi del funzionamento dell’intelletto umano, potremmo aver bisogno di conoscere non solo lo stato attuale di tutti gli 86 miliardi di neuroni e i loro 100 trilioni di connessioni, non solo le diverse intensità con cui sono collegati, e non solo lo stato delle oltre 1.000 proteine esistenti in ogni sinapsi, ma anche come l’attività istantanea del cervello contribuisca all’integrità dell’intero sistema.
 
E tutto questo va aggiunta l’unicità di ogni cervello, dovuta all’unicità dell’esperienza di vita di ogni essere umano.

 

Intelligenza artificiale, algoritmi apparentemente potenti, conseguenze sociali di un mondo computerizzato… Ulteriori approfondimenti su Goethe.de.
 
In quest’era di big data, social network e algoritmi decisionali, i diritti fondamentali già sanciti garantiscono ancora una tutela sufficiente? A garanzia della nostra protezione, gli esperti del digitale in Germania si battono per una Carta dei diritti digitali fondamentali a livello di Unione Europea.
 
Quando una macchina intelligente prende decisioni basate sulla sua logica, le conseguenze non sono soltanto legali e pratiche, ma anche di ordine etico. Per questo esiste una Commissione etica, che si occupa ad esempio della responsabilità decisionale delle autovetture autonome.
 
Anche il potere dei “bot” viene visto in maniera critica: in che misura potrebbero avere un’influenza a livello politico? Le più recenti campagne elettorali hanno già dato adito a discussioni in merito.
 
Nel complesso, il dibattito sul potere effettivo degli algoritmi è caratterizzato da un lato da un’esigenza di trasparenza, e dall’altro da un utilizzo sempre più intensivo dei servizi di Google, Facebook e altre piattaforme.
 
L’espansione del digitale è evidente in numerosi contesti quotidiani: i robot vengono utilizzati sempre più spesso in aziende di ogni tipo, e non soltanto per procedimenti industriali, ma anche in ambito sanitario, con un potenziale positivo in termini di libertà e di efficienza, ma anche rischioso a livello di posti di lavoro.
 
Non è più solo un’utopia il modello di smart city, una città ecologica e a basso consumo grazie alle tecnologie intelligenti. Il prezzo da pagare per un bene comune così “intelligente”, però, è la mappatura costante dello spazio pubblico e delle persone che vi si muovono.
 
E quali sono i risvolti in ambito artistico? Anche l’arte sfrutta l’intelligenza artificiale: sono sempre di più i creativi che si dedicano con i loro lavori al rapporto tra codice, arte e vita nel mondo digitale.

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