Intervista con il collettivo A Wall Is A Screen Quant’è anarchico il cinema di strada?

A Wall is a Screen – Amburgo
A Wall is a Screen – Amburgo | © A Wall is a Screen

Quant’è anarchico il cinema di strada? Il collettivo artistico “A Wall Is A Screen” si spinge ai limiti portando il cinema negli spazi pubblici con un singolare abbinamento di cortometraggi ed esplorazione della città e dimostrando come utilizzare le facciate degli edifici in maniera creativa, oltre ad offrire nuovi punti di vista su temi come la gentrificazione e lo sviluppo urbano attraverso l’interazione tra cinema e architettura. In occasione del tour di Tallinn del 14 aprile 2018 nell’ambito della primavera tedesca, Sven Schwarz, membro del collettivo, illustra l’attività e l’importanza del cinema a livello mondiale.

Come siete approdati al cinema di strada? Qual è stata la vostra molla?
 
A Wall is a Screen è stato fondato nel 2003 da Antje Haubenreisser, Kerstin Budde e Peter Stein, all’epoca direttori tecnici del Festival internazionale del cortometraggio di Amburgo. Il desiderio era quello di creare un festival non commerciale del cortometraggio che utilizzasse gli spazi pubblici riproponendoli sotto una luce diversa. In quel periodo, e non solo ad Amburgo, l’uso dei centri urbani era per lo più riservato a iniziative puramente commerciali: shopping durante il giorno e un mortorio di notte. Lo sfruttamento degli spazi in ambito culturale, o comunque non a scopo di lucro, era praticamente nullo. È contro questo squilibrio che ha voluto porsi A Wall Is A Screen, con l’obiettivo di offrire agli spettatori un evento gratuito e non impegnativo, per dimostrare da un lato che gli spazi pubblici possono essere usati da tutti in maniera creativa, e dall’altro per veicolare i contenuti proposti dai cortometraggi. Per il collettivo, inoltre, è stato importante fin dall’inizio legare i luoghi utilizzati ai film proiettati e offrire così nuove prospettive su questi luoghi.
 
Come individuate nuovi luoghi? Come selezionate le piazze?
 
Per la maggior parte dei nostri tour, in particolare per quelli al di fuori di Amburgo, collaboriamo con partner locali con i quali definiamo delle linee guida e l’area da prendere in considerazione. L’approccio varia a seconda delle dimensioni della città in cui programmiamo il tour. A Tallinn era relativamente chiaro che volevamo partire dal centro. In città molto grandi come Parigi o Londra, a volte andiamo in quartieri non centrali e non necessariamente turistici. Per la definizione concreta dell’area, poi, ci muoviamo a piedi: esploriamo la zona prescelta, individuiamo i primi posti che sembrano stimolanti e cerchiamo di spingerci al di là degli itinerari più scontati, ed è così che poco a poco si delineano le tappe del nostro tour. A volte abbiamo anche un punto di partenza e di conclusione predefiniti e allora il compito che ci prefiggiamo è di collegare questi luoghi in maniera interessante e sensata, ma per lo più cerchiamo di definire itinerari e mettere in luce luoghi che possano risultare sorprendenti e inaspettati per il pubblico.
 
Anche se il cinema di strada è di per sé un valido intrattenimento, per voi sicuramente non è l’intrattenimento l’unico obiettivo: avete un’agenda per i contenuti? Come selezionate i film in funzione dei vari luoghi?
 
Per via della nostra formazione personale, ma anche per la natura del progetto, temi come lo sviluppo urbano, la gentrificazione e altri aspetti sociali sono fortemente presenti nei programmi e nei film. A seconda dell’argomento centrale e dell’articolazione del tour, poi, li si può ritrovare in maniera più o meno palese. Fondamentalmente, il fatto che il collettivo realizzi un’iniziativa non commerciale in uno spazio pubblico è già una dichiarazione riguardo al nostro concetto di sfruttamento di questo spazio e quindi non è necessario che il tema venga affrontato anche direttamente nei film. Oramai le nostre rassegne trattano argomenti anche completamente diversi, anche divertenti, anche musicali, storici o espressamente rivolti ai bambini. In ogni caso conta che il pubblico venga attratto e affascinato dalle nostre proposte. Se il programma risultasse poco accattivante per gli spettatori, lo capiremmo subito: rispetto a una sala cinematografica, non abbiamo le poltrone per trattenerli e per loro sarebbe un attimo girare i talloni e allontanarsi, per cui dobbiamo offrirgli dei buoni motivi per far sì che restino fino a fine spettacolo.

A Wall is a Screen, però, non propone mero intrattenimento superficiale, tenendo invece a offrire una abbinamento tematico sensato tra luogo e contenuti dei film. Nel tempo abbiamo sviluppato una certa esperienza nell’identificare film adatti ai luoghi in cui ci rechiamo; a volte il collegamento tematico è particolarmente evidente, ad esempio un film sul denaro proiettato sulla facciata di una banca. In molti altri casi, invece, la connessione si intuisce solo in un secondo momento, ad esempio se giochiamo in maniera molto astratta con l’architettura o la storia di un edificio, e in effetti sono queste per noi le combinazioni più avvincenti.
 
AWIAS a Braunschweig AWIAS a Braunschweig | © Maasewerd Voi affermate che il vostro tipo di cinema apre nuove prospettive sulla città. Come procedete per generare quest’effetto?
 
Solitamente, in ogni città per spostarsi da un punto A a un punto B gli abitanti seguono i percorsi più scontati. Noi cerchiamo di muoverci al di là dei soliti itinerari e di dare risalto a posti e facciate che la maggior parte delle persone non si aspetterebbe di vedere utilizzati a scopo culturale, in particolare come schermo per il cinema di strada. Per il periodo della tournée, e poi sul posto per tutta la durata del film, i riflettori vengono puntati su questi spazi, e per chi era presente, da quel momento in poi, questi luoghi manterranno un legame con la proiezione del film: un cortile finora trascurato, una parete laterale poco appariscente, ma anche la piazza principale di una città si arricchiscono grazie a noi di un nuovo livello virtuale, che può magari offrire un approccio diverso nei confronti di questi luoghi.
 
Le vostre rassegne cinematografiche sono preparate nei dettagli e per lo più, probabilmente, anche autorizzate, eppure hanno il fascino della “cultura della guerriglia”. Quant’è anarchico il cinema di strada?
 
Per noi vale il principio dell’autorizzazione formale. Il tipo di permesso, naturalmente, varia da un posto all’altro; alcune città e alcuni Paesi seguono normative molto dettagliate, in altri invece i permessi sono più generici. Spesso è difficile spiegare alle autorità preposte che cosa stiamo facendo. Se da qualche parte, per qualsiasi motivo, le autorizzazioni si rivelano problematiche, dobbiamo affrontare la questione con grande spirito di inventiva, ma quanto in là si può andare, naturalmente, dipende in concreto dal contesto del Paese e della città in cui ci troviamo. In Germania, appellandosi al diritto all’utilizzo degli spazio pubblici, qualcosa si ottiene, ma in alcuni Paesi le condizioni possono essere anche molto diverse. Noi ci divertiamo anche a testare i limiti, a vedere quanto in là possiamo spingerci, ma alla fine abbiamo anche una responsabilità nei confronti dei nostri partner locali e degli spettatori.
 
Siete già stati in tournée in tutto il mondo, avete dovuto usare approcci diversi? Quali similitudini e differenze avete riscontrato nella percezione da parte del pubblico?
 
Nei 15 anni di attività itinerante di A Wall Is A Screen siamo stati ospiti in più di 30 Paesi diversi, tra cui il Giappone, l’India, i Territori palestinesi e la Thailandia, tutti culturalmente molto differenti dalla Germania e dall’Europa. In ogni caso, dobbiamo reagire in base alle realtà e alle diversità culturali. In particolare, la gestione degli spazi pubblici in molti Paesi è diversissima dalla nostra: gli eventi culturali in strada possono risultare totalmente insoliti, o essere soggetti, come in Giappone, a una regolamentazione molto rigida; nei Territori palestinesi è sempre in primo piano la valenza politica di ciò che si propone pubblicamente; in India i cinema itineranti sono comuni ma non nella nostra stessa forma. Ovviamente, quindi, esaminiamo con grande attenzione le condizioni locali e per noi è fondamentale collaborare con istituzioni e film-maker del posto anche per non essere percepiti come alieni, e perché comunque intrattenere un dialogo interculturale, conoscere altre culture e collaborare con altre persone sul posto è una parte rilevante della nostra attività.
 
Una delle differenze più interessanti per il nostro lavoro è la percezione degli eventi e naturalmente, in particolare, del cinema all’aperto. Nell’Europa del sud, ad esempio, di sera la vita si sposta sulla strada, è normale mettere la tv di fuori o guardare dei film sotto le stelle, e quindi la proiezione di un film sulla parete di un edificio non attira più di tanto l’attenzione. In altri Paesi, invece, molti si chiedono con scetticismo se la cosa sia fondamentalmente consentita. Eppure, una volta arrivati gli spettatori, diventa irrilevante dove ci si trovi e tutti ne sono entusiasti. A volte poi registriamo percezioni differenti anche a casa nostra: il pubblico di Amburgo, Osnabrück, Berlino o Aalen in Vestfalia può reagire in modo molto diverso alla nostra presenza.
 
Il cinema ha lo stesso significato in tutto il mondo?
 
Nel nostro caso possiamo parlare principalmente di cinema di strada e l’elemento ricorrente è lo stesso ovunque: un gruppo di persone che probabilmente non si conoscevano prima si convince a passare la notte con noi davanti allo schermo, e automaticamente si crea uno spirito di gruppo e si instaura un legame, improponibile in una classica sala cinematografica, tra il pubblico e noi curatori e organizzatori. Quando l’inglese non funziona come lingua franca, organizziamo la traduzione oppure rinunciamo ai film con dialoghi, in modo che tutti possano sentirsi coinvolti, e così, come in ogni tournée di A Wall Is A Screen, a prescindere da dove siamo – a Toronto, a Ul’janowsk in Russia, a Tromsø in Norvegia, o Prizren in Kosovo – nasce sempre qualcosa di straordinario che per 90 minuti, se non di più, riunisce gli abitanti di una città.