Berlinale-Blogger 2017 Hot jazz e una storia che brucia

Reda Ketab nei panni del chitarrista jazz Django Reinhardt
Reda Ketab nei panni del chitarrista jazz Django Reinhardt | © Roger Arpajou

“Django” si apre sulle note di una chitarra. Un inizio non sorprendente, ma la scena è tutt’altro che armonica a dispetto di un baldanzoso ritornello: siamo nel 1943 e degli zingari si stanno riunendo in un bosco in Francia, mentre dei soldati tedeschi fanno irruzione nel loro lager e la musica si spegne a suon di pallottole.

Seguono altri velocissimi riff mentre ci caliamo nei panni del baffuto Django Reinhardt (Reda Ketab) alle prese con gli eventi di un’epoca turbolenta, tra gli inviti – che si trasformeranno in pressanti richieste – a lasciare la Germania per andare a suonare per personaggi influenti come Goebbels, e il desiderio di rifugiarsi in Svizzera per sfuggire al trattamento riservato ai Rom. Mentre i suoi piani di fuga sono offuscati da un’ansia crescente, una vecchia fiamma (Cécile de France) gli consiglia di varcare il confine per ridare la libertà a sua moglie (Beata Palya) e a sua madre (BimBam Merstein), ma il concetto di sicurezza personale e il desiderio di resistere all’oppressione non sempre si conciliano.

I dettagli non servono

In questa trasposizione cinematografica del romanzo di Alexis Salatko lo sceneggiatore Etienne Comar è alla sua prima esperienza regia, ma conferma l’attrattiva che su di lui esercita la portata delle decisioni: così come in Des hommes et des dieux (2010), di cui aveva curato la sceneggiatura, un gruppo di monaci prendeva la decisione di aiutare qualcuno benché ciò mettesse a repentaglio le loro vite, il protagonista di Django viene a trovarsi in una situazione simile: all’inizio del film tenta di ignorare il conflitto che lo circonda andando a pesca e facendo musica, completamente avulso dalla politica, ma man mano che il suo talento lo porta ad essere notato dal regime nazista, sarà costretto ad affrontare la pesante realtà, a rendersene conto e infine ad impegnarsi attivamente per scalzarla.

Nonostante tutto, però, Django non si sofferma sui particolari, né ne avrebbe bisogno, considerando che il tema della Seconda Guerra Mondiale è raramente lontano dal grande schermo e gli spettatori conoscono bene le atrocità che lo hanno caratterizzato. Le scene di colloqui e piani segreti, le manifeste intimidazioni e crudeltà non hanno bisogno di essere dettagliate e infatti non vengono mostrate in forma esplicita. Lo sparo che uccide un anziano, il modi rudi e irrispettosi del militare che irrompe in una casa, i metodi degli interrogatori sommari basati su presupposizioni e discriminazioni, le fiamme che distruggono i beni terreni, gli sguardi fugaci abbinati all’inevitabile coscienza della storia dicono già di per sé quanto basta. La colonna sonora del film è ispirata alla vivacità delle musiche di Reinhard e a un pezzo originale andato per gran parte perduto e scritto dal chitarrista dopo la guerra. L’approccio di Comar mostra così l’evidente contrasto tra orrore ed arte.

La storia colma le lacune

Ecco lo spazio che prende la Berlinale, che si apre proprio con la rappresentazione della sopravvivenza di Reinhardt e della sua musica. A pochi minuti di distanza dal Berlinale Palast in cui Django è stato presentato in prima mondiale e come proiezione inaugurale del festival 2017, si vedono resti del passato rievocati dalla pellicola. E il centro di documentazione Topografie des Terrors colma le lacune lasciate aperte dal film con dettagli strazianti. Grandiosa celebrazione del cinema contemporaneo e coscienza incrollabile dei terribili eventi del passato qui coesistono, ma è innegabile l’influenza dell’una sull’altra. Questo è l’insegnamento che ne trae Reinhard quando Django conclude la sua drammatica riflessione, e altrettanto vale per il pubblico.