Berlinale Blogger 2017 Frontiere

Fra balkongen | From the Balcony
Fra balkongen | From the Balcony | © Mer Film

Le frontiere possono essere geografiche, fisiche, psicologiche, sociali, biografiche, stilistiche, finanziarie... una lista infinita. Questo articolo riassume le impressioni sul tema dei blogger della Berlinale 2017.

Sarah Ward Sarah Ward – Australia: Una frontiera di cui spesso si parla è il passaggio da “l’un l’altro” a “l’uno contro l’altro”. Una manciata di personaggi, messi insieme in maniera apparentemente casuale in uno spazio ristretto in circostanze inconsuete, non sono una novità, ma tanto meno lo sono le conseguenze, neppure con Álex de la Iglesia in regia. Benché il caos, le liti, l’ipocrisia a cui assistiamo in The Bar siano prevedibili, infatti, il nuovo film del regista spagnolo non perde affatto smalto, e con l’umorismo nero che lo caratterizza e un ritmo elevatissimo, questo mix di thriller e commedia nera è una testimonianza dell’interazione tra persone nella lotta per la sopravvivenza. Gli stranieri cercano rifugio insieme, ma alla fine ognuno di loro si renderà conto di essere solo nella sua lotta, contro gli altri e contro il mondo.

Camila Gonzatto Camila Gonzatto – Brasile: Nel dibattito con l’artista Christo, uno dei momenti clou della sezione Berlinale Talents, il tema è la libertà invece delle frontiere. Christo lavora da anni a maxi opere senza metterle in vendita e a Berlino afferma: “Il lavoro è espressione di libertà e la libertà non si compra. Le opere rappresentano un’istantanea, un tempo non recuperabile. Dietro c’è molta politica, ma non si tratta di politica reale, né di una politica direttamente constatabile: la maggior parte dell’arte, oggi, consiste in immagini. Io apprezzo la fisicità delle opere e quest’interazione con l’uomo. È una cosa che crea molto lavoro e molti problemi, ma allo stesso tempo è proprio questo che mi tiene in vita”.

Yun-Hua-Chen Yun-hua Chen – Cina: Chi cerca di capire il concetto di confine, a mio avviso, trova la migliore risposta in Somniloquies di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor. Un film che riesce a illustrarne il significato con scene meravigliose e con un linguaggio sognante, poetico e autoriflessivo che alterna luci e ombre, conscio e inconscio, parole e immagini, corpo e spazio, figure dormienti e altre appena percepibili. I confini continuamente sfumano, si sovrappongono e si ridefiniscono. I colloqui nel sogno, che ascoltiamo a intervalli irregolari, sono talvolta divertenti, talvolta scioccanti, mentre la telecamera sembra gongolare voluttuosamente nel torpore dell’oscurità.

Ahmed Shawky Ahmed Shawky – Egitto: Che ci si intrattenga con lo spettatore seduto nella poltrona accanto, che si guardino i visi delle varie persone provenienti da ogni parte del mondo che dopo la proiezione lasciano la sala, o che ci si lasci commuovere e trascinare in altre dimensioni dagli innumerevoli film internazionali, il festival sprizza sempre un’atmosfera di un mondo senza frontiere, di quel mondo così particolare che è la Berlinale stessa.

Philipp Bühler Philipp Bühler – Germania: In Mr. Long, film in competizione di Sabu, le frontiere vengono permanentemente travalicate: prima fisicamente, da Taiwan in Giappone, ma poi anche tra i generi: Mr. Long è un sicario professionista, ma quando i suoi nuovi vicini ne scoprono il talento in cucina, lo aiutano a mettere in piedi un chiosco per street food. Um mix tra fornelli e cinema violento che naturalmente è piaciuto molto al patron del festival Dieter Kosslick, ma il culmine arriva con il superamento delle barriere linguistiche: come dimostra spesso Jim Jarmusch (ad esempio in Ghost Dog, 1999) una comunicazione non verbale coerente risulta vincente. Una piccola utopia in un concorso in cui invece lo sproloquio ha conseguenze per lo più catastrofiche (The Dinner, The Party).

Andrea D'Addio Andrea D’Addio – Italia: Borders, ovvero frontiere. Alla Berlinale sono quelle attraversate da Khaled, l’emigrato siriano protagonista di The Other Side of Hope di Aki Kaurismäki, il miglior film della Berlinale 2017. Khaled arriva in Finlandia nascosto all’interno di una nave da carico polacca dopo aver girato in lungo e largo l’Europa. Scappato dalla guerra, ha perso di vista la sorella lungo il tragitto. L’ha cercata nei campi rifugiati di Serbia, Austria, Germania, Croazia e Ungheria, ma senza successo. Quando la delegata finlandese che deve valutare se dargli lo status di rifugiato gli chiede come abbia fatto a girare indisturbato per l’Europa senza che nessuno gli chiedesse mai documenti o impronte digitali, Khaled risponde: “Nessuno in realtà vuole vederci”. Le frontiere di oggi non sono tanto tra Stati, ma tra diverse classi sociali.

Julia Thurnau Julia Thurnau – Norvegia: Je. Moi. Perché io e non tu? Io sono l’altra. No, tu! Io ho più soldi di te. Io sono al verde, ma la mia famiglia era ricca. Ehi, zotico dell’est! Straniero! Sei lesbica. Io sono transgender. Bisex. Ti vesti da donna. Io non sono un travestito, sono intersessuale. Sei omosessuale. Sugar Daddy. Puttana. Insegnante. Scrittore. Politica. Poliziotta. Medico. Addetto alle pulizie… Non sono tutti stereotipi? Fattori esteriori, producibili, modificabili, flessibili? Non sono compartimenti stagni in cui dividiamo le cose per categorie? La realtà, l’arte, non iniziano al di là di queste etichette? I confini non sono fatti per essere valicati? Molti del film di quest’edizione della Berlinale, pur non volendolo, affrontano gli stereotipi con affettata tolleranza.

Dorota Chrobak Dorota Chrobak – Polonia: I confini possono essere molto sottili. Uno di questi passa addirittura tra appartamento e balcone: quando sei seduto in balcone e guardi avanti, i pensieri scivolano via da soli, allontanandosi verso l’orizzonte, verso l’infinito. Basta voltarsi indietro, però, per tornare alla realtà, al trambusto quotidiano, ai nostri tanti obblighi. C’è un’enorme differenza tra stare in casa e stare in balcone, come ci mostra il film-diario norvegese From the Balcony, che mette in contrapposizione appartamento e balcone comparando quella che definiamo sfera personale con ciò che conosciamo come sfera sociale. Il confine tra le due è minimo e in un certo qual modo legato alla solitudine. Senza gli altri non riusciamo a essere persone, ma non possiamo nemmeno essere noi stessi senza essere soli.

Nathanael Smith Nathanael Smith – Regno Unito: Per me la scena del colloquio tra Khaled e le autorità per la richiesta di asilo è una delle più belle e allo stesso tempo la più semplice di The Other Side Of Hope: con il suo tipico umorismo asciutto e la sua inconfondibile maestria con il colore, Aki Kaurismäki ha realizzato un altro bellissimo film. Durante il colloquio, mentre Khaled racconta del terrore del passaggio della frontiera durante la fuga, della separazione dalla famiglia e della violenza che gli è capitata, l’inquadratura è fissa sul suo viso in primissimo piano. Il regista sa bene che alcuni visi hanno un’espressività che non ha bisogno di effetti speciali.

Pablo Lopez Barbero Pablo López Barbero – Spagna: In The Party di Sally Potter di confini ne ho visti tanti: confini fatti di parole non dette, di bugie, di gelosia; confini astratti, che poi sono forse quelli più umani. Durante una cena tra amici vengono alla luce infedeltà e altre storie, e quella che sembrava una sana amicizia finisce in frantumi. Con umorismo e paradossalmente in bianco e nero la Potter mostra scopre i lati più frivoli delle persone, mostrando le barriere sociali che alziamo nelle relazioni con i nostri amici o con noi stessi. E forse è troppo tardi per riuscire ad abbatterle.