Berlinale Blogger 2017 Identità

Una mujer fantástica | A Fantastic Woman
Una mujer fantástica | A Fantastic Woman | © Berlinale

La questione dell’identità è più che mai attuale: molti dei film della Berlinale 2017 trattano del confronto con il proprio ruolo, della coscienza di sé e della delimitazione dell’Io rispetto agli altri. Che ne pensano i blogger della Berlinale, provenienti da ambienti culturalmente diversi tra loro?

Sarah Ward Sarah Ward – Australia: Lo sguardo di una persona la dice lunga su di lei, sui chi è e chi vuol essere; può mostrare determinazione nell’intraprendere nuove strade, ma anche tradire paure, pensieri e sentimenti reconditi. Nell’espressione del viso di Lolita Chammah, in Barrage di Laura Schroeder, ritroviamo tutto questo: l’attrice veste i panni di una donna che per dieci anni ha fatto crescere sua figlia (Thémis Pauwels) con la nonna, sua madre (Isabelle Huppert); nel suo sguardo leggiamo la speranza di una nuova vita, di un nuovo rapporto con la figlia, ma al contempo la vergogna per gli errori commessi. Il fatto poi che Chammah sia realmente la figlia della Huppert dà una nuova dimensione al dramma familiare di una figlia che si stacca dalla madre, ma allo stesso tempo è alla ricerca di una propria identità, come madre e come donna.

Camila Gonzatto Camila Gonzatto – Brasile: Che cos’è che rende filmmaker? Quand’è che lo si diventa ufficialmente? Per molti registi il cortometraggio è il trampolino di lancio nel mondo del cinema; altri lo usano per iniziare a sperimentare il linguaggio cinematografico. I film in competizione quest’anno nella sezione Berlinale Shorts rientrano in due settori e spaziano da un’animazione con gatti sottoposti a sperimentazione in laboratorio, a musica brega brasiliana, passando da immagini riprese da cellulare durante un rodeo in Argentina. Il cortometraggio Everything, coproduzione irlandese-americana di David O'Reilly, racchiude tutte queste potenzialità condensandole in un universo in cui ogni cosa è correlata all’altra, che si tratti di un atomo, di un animale, di un pianeta o dell’uomo stesso. Il corto fa parte di un gioco interattivo che uscirà nel 2017.

Yun-Hua-Chen Yun-hua Chen – Cina: L’identità di una persona si forgia soprattutto grazie alle relazioni con gli altri. Per questo molti registi danno grande importanza al dialogo quando vogliono riflettere su questioni esistenziali e approfondire la propria percezione. È quello che fa Hui-Chen Huang, che in Small Talk tenta di avvicinarsi al modo di pensare di sua madre per riflettere anche sul proprio e per ripristinare il rapporto. Nel documentario Adriana’s Pact di Lissette Orozco, la questione del passato della zia preferita della regista diventa occasione di approfondimento delle proprie origini e di riflessione su come si possa continuare a vivere sapendo che il male fa parte di noi. Il problema affrontato in Call Me By Your Name è di natura esistenziale e riguarda la sessualità: chi amiamo e come possiamo accettare il fenomeno dell’amore con i suoi alti e bassi come parte naturale della nostra vita?

Ahmed Shawky Ahmed Shawky – Egitto: The Other Side of Hope parla di identità e dimostra quanto sia preziosa l’arte cinematografica. Il regista Aki Kaurismäki riesce sempre a sorprendere e a toccare i suoi spettatori e con quest’ultimo film ha voluto affrontare la questione dei profughi, riuscendo a realizzare qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto abbiamo visto sull’argomento negli ultimi anni.

Philipp Bühler Philipp Bühler – Germania: Anch’io sono stato colpito da quella scena di Wild Mouse di Josef Hader: un critico musicale viennese viene licenziato e la sua identità sembra finire sulle montagne russe. Un tema che tocca sicuramente anche altre categorie professionali. Al cinema le identità vengono costantemente minacciate, scosse, scambiate; anche consolidate, ma di solito con minore soddisfazione. È difficile immaginare un cinema che non affronti la questione dell’identità, sono tematiche intrinseche, legate alla connessione tra finzione, ruolo e pubblico. Non so dire, però, se l’umorismo tipicamente austriaco di Josef Hader possa essere capito anche al di fuori di un contesto di lingua tedesca.

Andrea D'Addio Andrea D’Addio – Italia: È quella di Elio (interpretato da Timothée Chalamet), protagonista di Call me by your name di Luca Guadagnino. Ha 17 anni e nonostante abbia una fidanzatina con cui passare l’estate vicino al lago del nord Italia, in cui è solito recarsi ogni anno con la sua famiglia, non si lascia sconvolgere quando capisce di essere attratto dallo studente universitario americano che aiuta il padre professore in una serie di ricerche universitarie. Elio non si nega il desiderio, abbraccia tutti gli stimoli della sua adolescenza senza il timore di esporsi, sia nei confronti dei genitori che dell’amore in senso assoluto, con tutto il carico di tristezza che arriverà quando i due saranno costretti a dirsi addio.

Julia Thurnau Julia Thurnau – Norvegia: La maggior parte dei film della Berlinale è stata prodotta da uomini bianchi e agiati, di quelli che hanno il potere. Molti dei loro film trattano il tema dell’identità e questi uomini bianchi e privilegiati riflettono con sensibilità sull’universo (From the Balcony), immaginando donne che si ribellano al patriarcato (Tiger Girl) o padri assenti che devono rendere conto ai figli (Helle Nächte). È una minoranza quella dei film realizzati dagli “altri”, ossia da donne, da “queer”, da chi non ha facilmente accesso a grandi budget o la possibilità di contrastare strutture predominanti. È a questo gruppo che è dedicato un premio a parte, il Teddy Award.

Dorota Chrobak Dorota Chrobak – Polonia: Un artista può trasformare in arte, qualsiasi cosa, veramente tutto. Che succeede quindi quando un artista decide di vivere sotto lo stesso tetto di un altro artista? Pensieri e sentimenti continuano ad appartenergli, o è possibile che l’altro possa appropriarsene? ;A Heart of Love – Director’s Cut, il secondo film Łukasz Ronduda, mostra in maniera brillante e piacevole le trappole che possono nascondersi in una relazione tra due artisti egocentrici. “Hai rubato il mio sogno!”, grida Zuzanna Wojtek, e per un attimo sembra uno scherzo, ma non lo è: è il grido disperato una persona che sta lentamente perdendo la propria identità e indipendenza. Il peggior incubo per una persona? Guardarsi allo specchio e vedere un viso estraneo.

Nathanael Smith Nathanael Smith – Regno Unito: In Wilde Maus (Wild Mouse), film in competizione di e con Josef Hader, c’è una scena in cui può ritrovarsi qualsiasi critico: dopo una lunga collaborazione con un giornale viennese, Hader, critico musicale viene licenziato. La sua reazione è patetica: “Ho fatto il critico musicale per vent’anni, è l’unica cosa che so fare!”. Il film si perde poi in una narrazione poco sostanziale e troppo articolata, ma la scena appena descritta non mi è andata più via dalla mente. In un mondo pieno di critici che pubblicano online recensioni gratuite, un vero critico sembra non servire più a nessuno. In quel momento, rappresentato così magistralmente, sul grande schermo ho visto me stesso, ed è stata un’amarissima visione.

Pablo Lopez Barbero Pablo López Barbero – Spagna: Il film Una donna fantastica (Una Mujer Fantástica) descrive la lotta di una persona etichettata come “diversa” da una società conservatrice, ostile e piagata dal pregiudizio. La protagonista è una transessuale che si trova a dover subire le umiliazioni che le riserva la famiglia del compagno appena morto. Nonostante gli attacchi, si trasformerà in una persona coraggiosa e autonoma e alla fine sarà più forte, più sicura e più capace di trovare un proprio posto nel mondo. Ma era davvero necessario farla soffrire così? Purtroppo sì.