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Allied Aliens – Spazi aperti
È l’estraneità che ci lega

Allied Aliens – Performance presso il Teater Den mangfaldige, Oslo, 10 maggio 2018
Allied Aliens – Performance presso il Teater Den mangfaldige, Oslo, 10 maggio 2018 | © Goethe-Institut Mailand

Gli spazi vuoti sono spazi intermedi: spesso inizialmente delle piccole nicchie, ma solo finché non si ingrandiscono sempre più, trasformandosi in veri e propri spazi aperti. Anche nel mio campo professionale, il teatro, in ogni singolo lavoro è necessario inventare ex novo, sviluppare e conquistare lo spazio comune, libero e creativo per elaborare una pièce o un progetto. 

Di Jan Bosse

Per il progetto europeo del Goethe-Institut Freiraum “Milano meets Oslo” sono stato invitato a portare sul palco del teatro “Den mangfaldige scenen” con Liv Hege Skagestad, in tempi insolitamente brevi, meno di un giorno, uno spettacolo su Freiraum con gli attori Camara Joof (ghanese, norvegese) e Sarah Camille Ramin Osmundsen di Oslo, Modou Gueye (senegalese) di Milano: Allied Alliens.
 
Il mio “Freiraum – spazio vuoto” di Oslo è iniziato con un incontro al Goethe-Institut nella scura Oslo, al centro del quartiere Grønland, al buffet del Goethe tra prosciutto di renna e polpettine di alce.
 
Non esiste una vera e propria “ricetta” per la produzione teatrale, tuttavia (come per la cucina o qualsiasi lavoro manuale) gli ingredienti, i singoli componenti ben scelti, sono sicuramente decisivi per la riuscita del tutto. “Ma la scintilla (...) che fa accendere il fuoco – per la vera gioia del palato (per usare un’altra metafora culinaria) – questa scintilla di Prometeo non è divina, bensì umana.

Più testimone perplesso che regista

Sono io la persona giusta per questo progetto? “White, middle-age male bourgeois theatre director from Germany”... Forse in fin dei conti sì, perché il pubblico mi somiglia più di quanto voglia ammettere. Le mie domande non sono le domande che si porrebbero l’un l’altro gli attori sul palco se fossero tra di loro. È l’estraneità che ci lega.
 
In questo progetto del Goethe-Institut io mi vedo più come testimone che si pone domande che come regista. Ma allora si scopre però che la scelta di una presentazione teatrale del nostro incontro, l’unire, l’ordinare, il vagliare questa ricchezza di storie richiede una struttura assolutamente necessaria, che elevi il dialogo oltre il mero ambito privato. Il culmine è costituito dall’aggiunta di tre canzoni, scritte di proprio pugno: una canzone norvegese, un poema inglese, una rapsodia senegalese.
 
Il tentativo di non graffiare solo la superficie, ma di raccontare invece per ogni storia la moltitudine di altri avvenimenti non narrati, le esperienze, i pensieri come premonizioni, le biografie, i respingimenti, il dolore, una vita intera. Aprire lo spazio nella mente degli spettatori europei bianchi. Domande che sollevano ulteriori domande, creano risposte, storie che risvegliano la voglia e curiosità di porre altri quesiti. E, ancora, un mistero rimane. Si racconta soltanto ciò che vuole essere raccontato, che deve essere raccontato.

Il regista Jan Bosse con Modou Gueye prima della performance a Oslo a maggio 2018 Il regista Jan Bosse con Modou Gueye prima della performance a Oslo a maggio 2018 | © Goethe-Institut Mailand Modou riporta come in Italia, ogni giorno, si scontri con il razzismo, quando, come spesso accade, nei negozi e nei caffè gli viene dato del tu in modo scortese: “Cosa vuoi?”. La sua risposta è: “Io Le dò del Lei, quindi per favore faccia altrettanto con me.” A volte, così dice Modou, scoppia a ridere alla domanda rozza, dispregiativa, tagliando le gambe all’interlocutore.

Raccontare l’appartenenza

Il nome come simbolo di identità. La conduttrice curda del workshop(*) racconta dell’importanza dei nomi, nomi curdi riconoscibili, che narrano quotidianamente la loro appartenenza a questo popolo disperso, sfollato, senza patria.

Rosina, la nostra traduttrice italo-tedesca del Goethe-Institut di Milano, che il padre voleva per forza chiamare Monika. La madre inorridita: “Troppo tedesco!” – Beh, allora come la nonna: Rosa! – “Oh, no! Rosa?! Allora per lo meno Rosina, per favore!”
 
La grande documentarista turco-norvegese, che da sempre utilizza il proprio nome turco quando per esempio intervista gli islamici, ed evita di menzionare il suo matrimonio norvegese in queste situazioni delicate.
 
La serata piena di emozioni ed entusiasmo finisce con la violenza: una donna comincia improvvisamente a parlare a uno dei nostri attori, insultandolo con irruenza, per poi avvicinarsi e spegnere una sigaretta sul volto dell’attore costernato ma rimasto assolutamente calmo. Si aggiungono improvvisi insulti razzisti: più sciocchi e stereotipati di un brutto canovaccio. 
 
Nessuno di noi poteva né voleva credere che proprio questa serata, in cui questo piccolo progetto che aveva aperto così tanti spazi ci aveva collegato tutti con così tanta euforia, potesse concludersi con un brutto spettacolo, un vero dramma. 
 
Proprio questo incidente dimostra perché il progetto Freiraum è necessario, e va portato avanti. Attendo con ansia il seguito a fine novembre a Milano!(**)

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(*) Il workshop interculturale condotto dalla mediatrice di pace curda residente in Norvegia si è svolto a Oslo con artisti e tutti i partecipanti al progetto (Milano e Oslo) come kick off alla collaborazione che sarebbe poi sfociata nello spettacolo di teatro.
(**) Lo spettacolo si è tenuto a Milano il 29 novembre 2018 presso Zona K.

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