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L’Europa del futuro secondo Livio Senigalliesi
Ascolto, empatia, cultura

Livio Senigalliesi con Katarina Panchenja nel villaggio di Pagost, in Polesia, Bielorussia, 2018.
Livio Senigalliesi con Katarina Panchenja nel villaggio di Pagost, in Polesia, Bielorussia, 2018. | Foto (particolare): © Maxim Kalesnik

Intervista al fotografo e giornalista celebre per i suoi lavori di “confine”: dalla caduta del Muro di Berlino alla Guerra del Golfo, dai giorni frenetici che portarono al crollo dell’Unione Sovietica fino al conflitto che dilaniò la Yugoslavia, senza dimenticare le collaborazioni con l’UNHCR e i reportage, negli ultimi 10 anni, sulle rotte dei migranti, dalla Grecia ai Balcani, fino all’Italia.

Di Davide Iannotta

Quant’è importante raccontare le storie delle persone che vivono ai margini della società? Cos’hanno da dire? Cosa possiamo comprendere? Domande che prendono le mosse dall’ultimo lavoro fotografico di Livio Senigalliesi, uno dei più importanti fotoreporter italiani degli ultimi 40 anni, esposto in questi giorni al Museo di Roma in Trastevere con la mostra Unseen – Non visti. Un progetto a 4 mani, realizzato in collaborazione con il Goethe-Institut, che ha visto la partecipazione di fotografi di fama internazionale come Jutta Benzenberg, Mila Tashaieva (autrici entrambe di due reportage dall’Albania e da zone rurali dell’ex Germania Est,), Andrei Liankevich e appunto Livio Senigalliesi (autori di due progetti fotografici in Polesia, una zona remota della Bielorussia, e nel Sulcis, una delle regioni minerarie della Sardegna).

Con Livio Senigalliesi abbiamo parlato del suo lavoro di “fotografo antropologico” (come lui stesso si definisce), del contatto con persone che vivono in contesti marginali della società, del futuro di un’Europa spesso distante dalle esigenze dei più deboli e del ruolo che la cultura e il dialogo culturale possono avere in questo momento storico.

Livio, nel progetto Unseen – Non visti, avete scelto pezzi d’Europa che di europeo sembrano avere poco o nulla: perché questo approccio?
 
Questo progetto ci ha dato l’opportunità di mettere a confronto l’idea generalmente diffusa dai media mainstream con la realtà. L’Europa non è solo una comunità economica ma è composta da milioni di persone che hanno una propria cultura e tradizione. Abbiamo scoperto comunità che vivono ai margini e proprio le differenze evidenziate sul campo sono la forza di questo progetto antropologico. Non siamo tutti uguali e a mio modesto avviso l’Europa ha bisogno di trovare una via comune nel rispetto delle differenze. Senza dimenticare gli “ultimi”.

A Pinsk in Polesia, Bielorussia Giovani danzatrici in abiti tradizionali a Pinsk, in Polesia, Bielorussia, 2018. | Foto © Livio Senigalliesi Siamo abituati a conoscere i tuoi reportage da zone di guerra; in questo lavoro, però, la sensazione è che le persone ritratte siano a proprio agio nel loro ambiente: come si concilia l’immagine stereotipata delle popolazioni marginali che abbiamo da “europei privilegiati” con quella che vediamo nella mostra Unseen – Non visti?
 
L’uomo ha grandi capacità di adattamento. Questa caratteristica ha determinato il suo successo sulla Terra. Nei miei viaggi in Polesia e nel Sulcis ho usato la mia esperienza e la sensibilità per avvicinare le persone e creare un rapporto basato sull’empatia. Solo in questo modo cadono i pregiudizi e si riesce a stabilire quel feeling che produce meravigliose storie e fotografie.

La comunità dei Paleshuki, che vive da centinaia di anni isolata in una grande palude, è in perfetta armonia con l’ambiente che la circonda e scoprirlo è stato meraviglioso. Stringere mani di persone che non vedono uno straniero da 50 anni, ascoltare il loro linguaggio antico, registrare i loro canti tradizionali è stata un’esperienza davvero unica.

Come pure scendere nelle viscere della terra nella zona mineraria del Sulcis è un’emozione difficile da raccontare. Una zona selvaggia, quasi sconosciuta, per gente tosta e coraggiosa. Camminare nel buio delle gallerie guidati da persone di grande esperienza rafforza il rapporto umano e si condivide il rischio perché c’è fiducia reciproca. Solo così nascono grandi storie.

Nuraxi Figus, Sulcis, Sardegna Minatori scendono nelle gallerie della miniera Carbosulcis a Nuraxi Figus, nel Sulcis in Sardegna, 2018. | Foto © Livio Senigalliesi Siamo a ridosso delle elezioni europee, dove assisteremo, forse, a una sensibile crescita dei gruppi populisti: credi che le istanze delle minoranze troveranno nuove rappresentanze o resteranno ancora escluse dalla costruzione della futura UE?
 
Un reporter ha il compito di registrare i fatti. Non mi è concesso di esprimere opinioni politiche e non dispongo di una sfera di cristallo per sapere cos’avverrà dopo le elezioni europee. È chiaro che la formazione di “blocchi” non facilita l’Unione e nemmeno il rispetto delle differenze e delle marginalità. Credo che la gente debba viaggiare di più e conoscere gli altri. Solo lo sviluppo di una mentalità e di una politica comunitaria porterà a un successo di questo continente. Solidarietà, condivisione e rispetto reciproco sono alla base del progresso umano.
 
Il tuo ruolo è sempre stato quello di osservatore privilegiato della società, nei suoi risvolti meno conosciuti. Tuttavia, un cittadino medio raramente entra in contatto con realtà distanti da quella in cui vive: attraverso quali strumenti credi si possa avvicinare l’europeo medio (se poi esiste) alla condivisione di tematiche tanto distanti dalla percezione quotidiana? Come si crea una coscienza europea allargata?
 

A mio modesto avviso, in questi anni la Comunità Europea è stata un’unione di Stati con una moneta comune. Poteva essere normale per i primi anni, anche per combattere la crisi economica mondiale, ma la grande sfida per il futuro è quella di abbattere i particolarismi e gli interessi nazionali. Come può una cosiddetta “comunità” restare frazionata da muri fisici o mentali? La nostra debolezza economica e strategica non ci permetterà di essere all’altezza delle grandi sfide che ci aspettano. La cultura e la fotografia possono avere un ruolo determinante: ampliare la conoscenza dell’altro e stimolare il dialogo. Per questo sono certo che la nostra mostra itinerante creerà molto interesse e premierà l’iniziativa culturale del Goethe-Institut (dopo l’inaugurazione a Milano, la mostra resterà a Roma fino all’8 settembre 2019 per poi spostarsi a Minsk, in Bielorussia, a settembre, a Tirana, in Albania, a ottobre e completare il suo viaggio itinerante nel 2020 ad Halle, in Germania, ndr.).
 
Nei tuoi scatti mi colpisce sempre l’annullamento della distanza tra il reporter e le persone ritratte; eppure sono convinto che le intenzioni dell’uno e dell’altro non possano coincidere: cosa cerchi nei volti di chi fotografi e cosa pensi possano cercare le persone che ritrai nell’incontro con il mezzo fotografico?
 
Quarant’anni fa, quando ho scelto di compiere questo mestiere, l’ho fatto per pura passione del viaggio e per l’opportunità di conoscere persone. La fotografia era solo un mezzo. Quindi, anche nella realizzazione di questo magnifico progetto, mi ha guidato l’istinto, l’empatia, la carica umana, la curiosità dell’altro. Le fotografie sono state solo l’ultimo atto, il prodotto di un rapporto umano che si è stabilito in lunghe chiacchierate alla scoperta di noi stessi. Le immagini sono frutto di uno scambio di racconti, di sguardi, di sorrisi. Non avrei potuto fotografare un rude minatore del Sulcis o un barcaiolo della Polesia senza condividerne le memorie e gli stati d’animo.

Colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno aperto il loro cassetto dei ricordi per lasciare una memoria di ciò che è avvenuto nelle loro vite e nelle loro famiglie. Alcune immagini e video sono assolutamente esclusivi e ci trasmettono emozioni uniche.

E per finire un grazie di cuore al Goethe-Institut che ha avuto fiducia nella nostra esperienza e professionalità.

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