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Nell’ombra
Albania

Migrazione verso le città e all’estero, zone rurali e montane abbandonate e in rovina. Che futuro è in serbo per giovani e famiglie rimasti?

 


Jutta Benzenberg e Mila Teshaieva con le loro foto e i loro racconti ci accompagnano a entrare nella vita degli albanesi - bambini, donne, uomini - come non l'abbiamo mai vista prima. Un incontro carico di significati.
Mila Teshaieva:
Shkodra, Kukes, Puke e Burrel

Ottobre 2018
Testi di Stela Suloti e Mila Teshaieva 
Il mio secondo viaggio in Albania mi riporta verso remoti paesi e città di montagna, nel momento migliore dell’anno: l’autunno dorato. Qui, con l’aiuto di alcune organizzazioni locali che lavorano a contatto con i giovani, abbiamo la possibilità di conoscere alcuni personaggi affascinanti, che si può affermare con orgoglio rappresentino il futuro dell’Albania. La nostra prima meta è Shkodra, o Scutari, una delle città più antiche dei Balcani, nonché secondo centro culturale dell’Albania. Qui incontriamo due ragazze, Samanda Zadrima e Rafaela Doshi. Si conoscono sin dai tempi del Parlamento dei giovani, un’iniziativa sociale locale nella quale erano entrambe attive, e che rappresenta un luogo ideale per fare nuove amicizie.

Samanda Zadrima ha appena compiuto 18 anni e nei prossimi giorni si trasferirà a Tirana per studiare Ingegneria Matematica. È molto motivata e desiderosa di essere una donna indipendente. Il suo sogno, ci dice, è quello di vivere da sola all’estero. Attraverso il Parlamento dei giovani ha avuto la possibilità di fare un breve soggiorno in Lussemburgo, durante il quale ha visitato il nuovo campus universitario, che le è piaciuto moltissimo e spera un giorno di poter viverci. Al momento Samanda vive a Shkodra, in una piccola abitazione di proprietà, con sua madre e un gatto. Samanda è una ragazza tranquilla, ma molto determinata e sicura di sè. Come prima cosa, appena compiuti i 18 anni, ha fatto la patente e ha preso un’auto. È già una donna indipendente, oltre che molto pratica e molto gentile.

Dopo aver conosciuto le due ragazze e aver parlato con loro, decidiamo di incontrarne una terza, Denajda Bisha, un’amica di Samanda, e anche lei  accetta di farsi fotografare. È una ragazza di eccezionale bellezza con uno stile mascolino, ed è cosciente del potere della sua avvenenza. A prima vista ostenta un’aria sicura di sè e disinvolta. Anche Denajda ha da poco compiuto 18 anni e sta per trasferirsi a Tirana con Samanda. Studierà Interior Design e ci racconta: “Dovetti iniziare a pensare a me stessa ed essere sicura del lavoro che avrei voluto fare nella vita, ossia la designer di interni. E, sì, voglio andare all’estero e tornare con idee nuove e creative, perché noi siamo il futuro del nostro paese”. Ebbe l’opportunità di studiare a New York, ma nonostante l’Università l’avesse accettata, le fu negato il visto. Dall’età di 3 anni fino ai 15, fece parte di un gruppo folkloristico, cosa che ci stupisce parecchio, considerando il suo look moderno. Denajda è davvero una giovane donna piena di energie, che crede nella forza e nel potere delle donne. Si considera una combattente e quando le chiedemmo in che modo abbia combattuto rispose: “Combatto lavorando”.

Trascorriamo la maggior parte del tempo poi con Rafaela. Vuole andare in un posto speciale, un luogo che ci avrebbe detto molto del suo carattere e delle sue abitudini. Indossa i suoi abiti vintage migliori e si mitte il rossetto nero. In lei c’è sicuramente un conflitto interiore e la domanda è quale direzione prenderà. Usciamo quindi dalla città in auto e saliamo all’antico castello nei pressi di Scutari. Rafaela proviene da una famiglia cattolica ed è molto religiosa. “Posso sentire la presenza di Dio nella mia vita e ho sperimentato alcuni miracoli veri e propri in questa presenza”. Al tramonto si mette a pregare guardando oltre le montagne e i campi dell’Albania. Cosa starà chiedendo nelle sue preghiere?

A Kukes la nostra guida, che ci accompagna da alcuni ragazzi, è Lavdrim Shehu, responsabile del Center for Youth Progress. Ci presenta a quattro giovani ragazzi e ragazze attivamente impegnati nel centro e che trascorrono qui gran parte del loro tempo libero. Sebbene a prima vista qui non ci sia nulla di interessante, è sufficiente una breve conversazione con loro per scoprire la storia straordinaria di questa città e delle sue personalità. Dorjan Beluli ha 18 e vive in un paese vicino. Ha una famiglia numerosa, con 5 sorelle e 4 fratelli, e sua madre è morta 8 anni fa. Durante gli anni del liceo, Dorian lavorò anche per Radio Kukes, ed è qui che lo fotografiamo con il suo migliore amico, con cui si trasferirà a Tirana per studiare.

Il nostro prossimo eroe è Briliant Demalia: ha 14 anni ed è il più giovane del gruppo a Kukes. Parlando con Briliant, restiamo sorpresi dal suo rigido programma quotidiano. Dopo la scuola, torna a casa a studiare tedesco con suo padre, che è anche un dirigente del centro per i giovani, e fa i compiti. Frequenta anche lezioni private di matematica e gioca a calcio a livello professionistico. Quando gli chiediamo se  diventerà ricco e famoso, ci risponde molto schiettamente, che non è una questione di soldi, ma di ciò che vuole fare nella vita.

Enisa Domi ha  17 anni e frequenta spesso il centro per i giovani. Ci dice che passare qui il tempo libero l’ha cambiata in modo positivo, benché continui a discutere con i suoi amici che non comprendono il suo impegno come volontaria. Ci dice che il centro l’ha aiutata perchè era una persona timida mentre ora è più aperta e sicura di sè. Parlando con lei, capiamo che qui non c’è molto da fare per i giovani nel tempo libero, oltre a bere caffè o fare passeggiate. Suo padre ha spronato la famiglia a praticare jogging e ora Enisa e sua madre vanno sempre a correre insieme. Non è una cosa comune qui, dice, e non  sono molti quelli che vanno a correre, tanto meno donne, ma loro lo fanno lo stesso. Enisa ha un luogo segreto dove ha voluto essere fotografata. È il luogo in cui si sente più libera.

Igli Cengu, parla benissimo inglese, con un forte accento americano. Ci dice che trascorre molto tempo con gli americani che si trovano lì per fare lavoro di volontariato. Igli ha 15 anni e sogna di diventare un attore. La sua attrice preferita è Emma Watson e adora guardare film, cucinare e, a volte, semplicemente oziare. Ha uno stile alquanto affascinante, con i capelli alla Elvis Presley e l’abbigliamento alla James Dean. Quando gli chiediamo quale sia il suo stile, ci dice semplicemente che non ci pensa molto, indossa la prima cosa che gli capita e i suoi capelli sono così. Con lui andiamo in un hotel abbandonato. Un tempo era un alloggio vacanze per ex leader comunisti, ma dagli anni Novanta è stato abbandonato e gradualmente è diventato un rudere.

Puke e Burrel

Dopo una lunga serie di tornanti di montagna circondati da un panorama mozzafiato, e alcune brevi soste, arriviamo finalmente a Puke. Respirare l’aria pulita, lontano dallo smog della città, è sicuramente un ottimo modo per iniziare la giornata. Prima di arrivare a Puke, parliamo con Linda Hyseni, una direttrice del Puke Youth Center, che ci informa del fatto che alcune ragazze ci stanno aspettando. Restiamo molto sorpresi nel vedere che ad attenderci c’è un folto gruppo di ragazzine. Stanno aspettando all’interno del centro, dove è impossibile non notare l’atmosfera accogliente e l’amicizia che le unisce. Molte di loro stavano facendo i compiti, mentre ci attendevano, e nessuna ha voluto andarsene. Ema Hyseni ha 14 anni e frequenta il liceo Sabah Sinai. È la figlia di Linda Hyseni, che è stata tanto gentile da permetterci di fare foto in casa sua. A molti genitori non va che degli sconosciuti entrino nelle loro case a fare foto. “Non sono abituati”, dice Linda. Sua figlia Ema ama gli animali e, nel tempo libero, dipinge. Vorrebbe studiare Veterinaria in futuro. Ema e la sua amica Sara trascorrono molto tempo in camera di Ema e condividono interessi comuni.

I personaggi più interessanti che abbiamo incontrato qui sono tre amiche: Klejda, Arseda e Eliasa. Hanno tutte 15 anni, sono piene di energia positiva e un po’ ribelli. Tutte pensano che la cosa più importante sia diventare una donna indipendente, libera di viaggiare e di esplorare il mondo. Trascorrono insieme la maggior parte del tempo e mi chiedo se riusciranno a rimanere amiche a lungo.

Una sorella di Klejda è Anisa Abazi, che ha un anno di più ed è una persona completamente diversa. Con il suo aspetto malinconico, preferisce starsene da sola e curare la sua bellezza. Anisa vorrebbe studiare medicina, poiché vuole avere successo nella vita, ma anche aiutare gli altri.

Burrel - Amelia Stafasani è la più grande di quattro sorelle e ognuna di loro è speciale a modo proprio. La famiglia ha vissuto due anni in Svezia, dove lei e le sue sorelle si integrarono molto bene e impararono a parlare uno svedese perfetto, che tuttora utilizzano per comunicare tra di loro quando non vogliono che altri le capiscano. Amelia ama fare ciò che vuole e dà l’impressione di essere presuntuosa e libera nel modo di esprimersi. Ci racconta: “Mi piace l’equitazione. Ho vissuto in Svezia e là ho imparato a cavalcare e ho praticato equitazione. Qui non posso coltivare questa passione, ma faccio origami e mi piace fare foto per poi disegnarle”. Anche sua sorella Deborah ha un interesse particolare: la boxe. Quando le chiediamo se e dove praticasse la boxe, a Burrel, ci rispose: “Lo facevo in Svezia, ma qui non più, perché in palestra ci sono più ragazzi”. Era un po’ timida a posare con i guantoni da boxe in strada, ma disse che non le interessa ciò la gente avrebbe potuto dire.

Anxhela vive in un paesino di montagna vicino a Burrel. Ogni giorno, deve camminare per almeno un’ora tra le montagne per raggiungere la scuola. Parla perfettamente inglese e ha un carattere forte. Vive con suo padre, con cui ha un legame molto forte, e con il fratello minore. Inizialmente, non voleva portarci a casa sua, perché non vedessimo la condizione di miseria in cui vive, ma dopo un po’ ha acconsentito e abbiamo anche incontrato suo padre e suo fratello durante il tragitto verso casa. Vive su una collina da cui si può ammirare uno splendido panorama e il fiume sottostante. Per quanto ammaliati dalla vista stupenda, è stato difficile non notare che non esisteva una vera e propria strada per raggiungere l’abitazione e la ragazza va a scuola a piedi con qualsiasi condizione atmosferica. Guardando Anxhela negli occhi si può immaginare quanto sia faticosa la sua vita, ma si può anche scorgere la sicurezza in se stessa che le permette di superare qualsiasi ostacolo lungo il suo percorso.


Mila Teshaieva:
Bathore, Ballsh und Mjeda
1-7 agosto

Testo di Mila Teshaieva e Ben Andoni
La nostra prima meta in Albania è Bathore, un insediamento nei pressi di Tirana. La storia di questo luogo ne spiega le attuali condizioni: all’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo del regime comunista, molte famiglie indigenti si trasferirono a Tirana da tutto il paese, alla ricerca di un lavoro. Si trattava per la maggior parte di contadini disperati e senza un centesimo, che decidevano di intraprendere il lungo viaggio dalle montagne e, benché la capitale offrisse qualche opportunità di lavoro, fu per loro molto difficile trovare un alloggio. Dopo alcuni anni, il nuovo governo concesse a queste persone un appezzamento di terra libero su cui costruire un nuovo insediamento.
Tuttavia, le famiglie che si stabilirono a Bathore non riuscirono mai ad adattarsi e ad abbracciare uno stile di vita realmente urbano. Proprio per questo, qui ho incontrato famiglie molto chiuse e tradizionaliste, in cui la disuguaglianza tra uomo e donna e la pratica dei matrimoni combinati sono ancora molto diffuse. Le ragazze non possono uscire dal cortile all’interno del quale crescono con i loro cugini, che sono anche i loro principali amici. Abbiamo potuto contattare queste famiglie grazie alla direttrice scolastica che si è gentilmente offerta di accompagnarci e la cui autorità ci ha permesso di parlare con i ragazzi.
Edlira Koloshi ha finito il liceo lo scorso anno e vuole iscriversi all’Università dello Sport di Tirana. Sogna di diventare un’insegnante di educazione fisica, ma l’unico luogo in cui può allenarsi nella corsa è il suo cortile. Le piace anche cantare, in particolare le canzoni popolari albanesi. “Mi piacerebbe diventare una cantante professionista, ma, come puoi vedere, qui non c’è alcuna possibilità di fare il lavoro dei propri sogni. Potrei stare con mia madre e aiutarla nei lavori domestici, per poi vedere se salta fuori qualcosa”.
I padri delle due ragazze, Olta e Klauvisa Sefa, lavorano duramente in Inghilterra e tornano soltanto in estate. Entrambe hanno 16 anni, sono molto legate e trascorrono le giornate in compagnia di parenti della loro età. Non hanno Facebook, né altri Social Network, e sono curate a vista dalle loro famiglie. Il passatempo principale è la pallavolo che praticano nel cortile. “Vogliamo imparare anche l’inglese perché offre la possibilità di andare all’estero. Ma stiamo aspettando cosa decideranno i nostri padri per noi”.
Benché i maschi siano generalmente più liberi di uscire di casa, raramente trovano fuori qualcosa da fare. Gerald Hoda (17) e Erion Spahiu (18) trascorrono il tempo insieme guardando video su YouTube e chiacchierando. Gerald non ha le idee molto chiare sul suo futuro, ma la sua preferenza sarebbe sicuramente avere la possibilità di studiare all’estero. Erion ha già qualche idea sulla vita all’estero: la sua famiglia ha fatto richiesta di asilo in Germania, senza però ottenere il permesso di rimanere. Erion è molto determinato a trasferirsi in Germania: “La gente che non ci è mai stata non può capire la vera vita in Europa. Ci proverò ancora, ma questa volta legalmente”.
Due amici, Igli Spahiu (17) and Mariglen Domi (18), trascorrono le giornate giocando a calcio o a carte in casa. Igli ha la maturità fra un anno ed è ancora incerto sul suo futuro. Mariglen ha finito gli studi e ora aiuta i genitori in casa. Andare all’estero lo rende insicuro, ma è anche molto scontento della sua vita quotidiana. “Non so davvero cosa fare. Ho paura di rimanere da solo in un paese sconosciuto, ma d'altra non vedo prospettive in Albania”.

Ballsh
La prossima tappa ci porta verso il sud del paese. Una strada dissestata conduce nella cittadina di Ballsh, dove una raffineria di petrolio rende l’aria inquinata. È difficile respirare a causa dell’odore di benzina, ma gli abitanti non sembrano farci più caso e, comunque, sono felici di avere un posto di lavoro in raffineria. Qui parlo con un gruppo di ragazze che frequentano la stessa classe, vivono nello stesso quartiere e sono molto legate tra loro. Hanno personalità e caratteri diversi, ma ciò che mi ha impressionato è il loro ottimo inglese. Vivendo in una cittadina che offre ben poche opportunità, queste ragazze sono abituate a guardare film americani, attraverso i quali imparano la lingua. Una di loro è Valentina Malasi, una ragazza dolce e sensibile, sembra un uccellino in gabbia. I suoi genitori gestiscono un ristorante in centro e Valentina trascorre gran parte del tempo ad aiutarli. Ma ciò che adora maggiormente è la pittura e la sua camera è piena di disegni e foto.
Un’altra ragazza della compagnia è Fabiola Dishaj, una ragazza timida e tranquilla, figlia di una direttrice scolastica e di un vigile del fuoco. Recentemente il padre ha subito ustioni sul 60% del corpo a causa di un incidente sul lavoro. Questo episodio si è tramutato in uno stimolo per Fabiola: “Vorrei fare il medico, perché mi piace prendermi cura di mio padre e della mia gente. Essere medico è fantastico, perché come per magia si fa apparire un sorriso sul volto delle persone”.
Gli idoli di Fiona Lamaj sono i suoi coetanei americani: vorrebbe essere libera come loro e poter godere appieno della propria giovinezza. È una ragazza coraggiosa e romantica e sogna di innamorarsi, benché allo stesso tempo abbia paura che l’amore porti soltanto dolore.
Klevi Malasi è tenuta sotto stretta sorveglianza dalla sua famiglia. Ma quando le viene concesso di uscire è felice di poter giocare con le sue amiche. Il suo sogno è quello di diventare tecnico informatico e sviluppare programmi. “Mi piacerebbe diventare tecnico informatico perché mi piace comunicare con altre persone tramite internet. Guardo film in cui i protagonisti fanno grandi cose con i computer. Qui siamo ancora piuttosto lontani dalla vita reale...”. Ho chiesto il permesso ai genitori e, sotto sorveglianza della direttrice scolastica, ci è stato concesso di uscire dal cortile e andare a un laghetto nelle vicinanze.
 
Mjeda
La nostra ultima tappa è Mjeda, un piccolo insediamento nella regione di Scutari, famosa in tutto il mondo per le vendette di sangue. Qui si può ammirare la vera bellezza della natura albanese: fiumi impetuosi circondati da montagne, foreste e prati incantevoli. Gli abitanti sembrano essere più rilassati che in altri luoghi e hanno mezzi di sostentamento migliori. Due amiche, Griselda Brahimi ed Erisa Brahimi, ci fanno da anfitrione, mostrandoci la vera ospitalità albanese. Anche in questo caso, le due ragazze parlano molto bene l’inglese, avendolo imparato dai film. Il carattere di queste due ragazze è decisamente in contrasto con la percezione del “ruolo della donna” nella società tradizionale. Sebbene le loro famiglie si dichiarino musulmane, il loro stile di vita in relazione alla religione è piuttosto neutrale. Inoltre, sembra che le due ragazze non siano sottoposte ad alcun vincolo di stampo religioso e siano libere di decidere della loro vita.
Erisa è appassionata di biologia e vuole diventare medico. “Mi piacerebbe andare all’estero; se sei un medico puoi trovare lavoro ovunque nel mondo. Sono pronta a tutto per realizzare il mio sogno: vivere una vita serena e aiutare la mia famiglia”.
La famiglia di Griselda prima viveva in Grecia, dove lavorava il padre, che ora è disoccupato. La sua famiglia investe tutto nell’istruzione e nel futuro dei figli. La ragazza è molto legata alla madre e sono convinta che farebbe di tutto per aiutare la figlia a essere libera di scegliere per la propria vita.
 
 
Jutta Benzenberg:
​I bambini di Adriatik City
​5-15 agosto
​Testo di Jutta Benzenberg, intervista a cura di Ben Andoni.
Ieri, ho intrapreso l’ultimo viaggio verso Adriatik City, per completare questo progetto in Albania. Ben, il giornalista albanese, e io abbiamo attraversato numerosi villaggi indolenti lungo la strada.
Casette graziose, in parte rinnovate, ognuna con uno stile architettonico e colori propri, a rappresentare l’appartenenza politica: le case dei simpatizzanti socialisti fucsia, rosso intenso o bordeaux; quelle dei democratici celeste o verde petrolio. Le case gialle dovrebbero essere quelle degli emigranti. 
Oggi, siamo venuti per chiedere ai giovani abitanti di Adriatik City come immaginano il loro futuro in questo paese e per documentare con fotografie alcune storie già raccontate in precedenza.
Come sempre, siamo partiti senza preparare nulla di preciso. Questo è il mio modo di lavorare. Vediamo cosa succede. E oggi sono successe davvero molte cose.
Per i bambini e le loro madri (i padri stavano tutti dormendo), abbiamo rappresentato un gradito diversivo nelle lunghe vacanze che i bambini trascorrono a casa, in questi luoghi per noi così desolati.
Mi sono fatta indicare dove giocano, dove fanno i compiti e dove dormono. I bambini sembrano una banda come quella della serie televisiva "Grani di pepe". Tutti molto legati tra di loro, vivaci e sempre alla ricerca di nuove avventure, mi hanno presa per mano e mi hanno condotta in un posto brullo e bizzarro che avrebbe potuto tranquillamente trovarsi in Africa, anche il caldo era opprimente.
Quindi siamo entrati nelle stanze in cui dormono e giocano. Non hanno camere per bambini, si dorme sullo stretto divano in cucina. Sotto la loro guida ho fatto un viaggio nel tempo, che mi ha fatto tornare indietro al 1991.
Hanno molto spazio per giocare e si spostano da una casa all’altra; non vi è alcuna separazione tra le varie famiglie.
Una giovane madre, molto bella, mi racconta orgogliosa di essere in affitto, ma di aver comprato l’appartamento di fronte. L’arredamento è improvvisato e si compone di vecchi tavoli e mobili di legno. Tutti sono comunque ammirevolmente molto fieri di ciò che hanno.
Un giovane ci chiama dalla finestra e ci chiede se può esserci di aiuto. Veniamo a scoprire che vive nella capitale e che trascorre qui le vacanze, nel posto che continua a sentire  come suo luogo d’origine. Mi racconta che da bambino andava tutti i giorni a prendere l’acqua con l’asino. Gli viene ancora la pelle d’oca quando lo racconta.
Sulla via del ritorno verso Tirana il giornalista albanese e io discutiamo sul titolo del progetto "Nell’ombra". Non ritengo che questi bambini vivano nell’ombra: anche qui sono felici, pur non avendo le cose che hanno i bambini di Tirana, Berlino o Parigi. La libertà di cui godono li riempie di vita. Ma si pone sempre la domanda: che cosa desiderano per il loro futuro?
Ecco le loro risposte espresse con parole proprie, che dicono molto di più di tutti gli esperti che ogni giorno si confrontano qui nei vari talkshow. 
 
Adjola (10 anni): I am convinced to be a lawyer. You could win and be very important person. Also, Albania needs beauty girls to be lawyer. But, also I would like to be a doctor in medicine. I like this profession too, because I see in Turkish movies how important the doctor are. We need also here the doctor because we do not have the doctor. You have to go far to confront the doctor.

Gerald (11 anni): I would like to be singer. The singer can profit a lot and like to be in Tv every day. I should sing and dance even here you can not get proper place to do, but I get possibility to do this lonely in my room. I like to be as famous and I will do that. Also I like to be Ninxha, but I do not say this to the people, because they can laugh with me.

Jutta Benzenberg:
Adriatik City

Gennaio 2018
„Ti faccio vedere un luogo in Albania che non dimenticherai tanto in fretta“. Eh sí, Herve il francese, che proprio come me vive già da tanti anni in Albania, aveva ragione. Fin dal primo incontro Adriatik City non mi ha più lasciato. Questa città fantasma è come uno di quei luoghi che si trovano solo nei sogni. 4 blocchi di case in mezzo al nulla, eretti nel periodo di Enver Hoxha per gli operai di una fabbrica statale in costruzione. La fabbrica non venne mai finita, ma le persone, che già abitavano nelle case, rimasero anche dopo la caduta del Muro. Notai i tanti bambini che si divertivano a giocare in questo vasto paesaggio solitario. Saltavano sui bunker, correvano senza meta da una casa all’altra, mi mostravano la vecchia scuola decrepita. Sprigionavano un’energia incredibile, lasciata al suo libero corso in questa regione abbandonata. Mi dissero: „aspettiamo solo di diventare grandi e poi scappiamo da qui“.
Durante il nostro secondo viaggio, Ben Andoni, il giornalista albanese, ed io abbiamo incontrato gli uomini di questa città dimenticata in un moderno ristorante, costruito assurdamente nel nulla. Bevevano, come di consueto, molto caffè e raki. Che io mi sono ben guardata dal bere. Tra tutte le loro lamentele una frase mi è rimasta impressa: „sai Jutta, se la vostra Cancelliera dicesse che gli albanesi possono andare in Germania senza problemi, l’Albania rimarrebbe giá domani senza un solo abitante“. Quando però si sono accorti della mia costernazione e tristezza, hanno cominciato a scherzare, a magnificare il paesaggio, la buona cucina e a dire che non è poi tutto così disastroso e che non hanno comunque perso la speranza, ecc. Non volevano che l’ospite tornasse a casa rattristato, perchè in qualsiasi luogo dell’Albania ci si trovi, l’ospitalità fa parte del loro più alto codice d’onore.
 

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