Roma - Torpignattara Torpignattara: i perché di uno stigma

Luogo di origini millenarie, la sua recente rapida trasformazione ne ha cambiato l’identità favorendone persino la negazione quando i media ne hanno amplificato solo aspetti soggetti al pregiudizio.

  • Il Mausoleo di Sant’Elena “Ad duas lauros” © Mariella Nocenzi
    Il Mausoleo di Sant’Elena “Ad duas lauros”
  • Le catacombe a Torpignattara © Mariella Nocenzi
    Le catacombe a Torpignattara
  • Ex Cinema Impero © Mariella Nocenzi
    Ex Cinema Impero
Non è un quartiere, né corrisponde esattamente ad uno dei 15 Municipi di Roma. Eppure Torpignattara è qualcosa di diverso, anche da quanto è più propriamente definita, ossia una zona urbanistica situata nella parte est della Capitale. E ciò per tante ragioni. Innanzitutto per motivi di ordine demografico: nella sua estensione di più di 2 chilometri ospita circa 50mila abitanti, una densità fra le maggiori in Italia, degna di una metropoli globale. Una densità che questa parte di Roma non ha mai conosciuto nella sua lunghissima storia. Le prime testimonianze risalgono all’età repubblicana dell’Urbs e raccontano di un’area rurale alle porte della città, dominata da distese di verde interrotte soltanto dagli acquedotti che fornivano acqua ai romani e da ville nobiliari, all’accesso di una delle quali spiccavano due maestosi allori che fecero attribuire alla zona il nome Ad duas lauros. Oltre alle residenze estive di nobili e imperatori venivano qui costruiti spesso i loro sepolcri fuori le mura, fra i quali a partire dal 330 d. C. quello dell’Imperatore Costantino in onore della madre Elena. Fu la sua struttura elevata con pignatte (anfore) incorporate a far denominare il luogo “Torre delle Pignatte”.

Da circondario del Mausoleo di Elena alla Torpignattara di Pasolini

La secolare storia che separa l’attuale Torpignattara dai tempi imperiali ha visto in questa zona campi di addestramento militare e, alla decadenza di Roma, latifondi della Chiesa sparsi nel resto incolto della campagna romana fino a quando l’afflusso di abitanti nella Capitale del Regno portò in queste aree i primi immigrati da tutta Italia. Il Fascismo con lo spostamento dal centro storico dei residenti verso i nuovi borghetti periferici e il Secondo Dopoguerra con l’arrivo di persone in cerca di lavoro trasformarono questa area rurale in urbana in tempi rapidissimi e senza una mirata pianificazione urbanistica. Un fenomeno che popolò questa zona di abitazioni spesso abusive e senza una rete di servizi, ma con una fiorente attività commerciale a servire i molti residenti e alcuni poli industriali come quello farmaceutico Serono. Un tratto che sembra comune a tante altre periferie del tempo, ma che già in parole e immagini filmate dal noto regista Pier Paolo Pasolini fa di Torpignattara una periferia “speciale”: “Quando ch’ebbero lasciato alle spalle, passa passo, Porta Furba e si furono bene internati in mezzo a una Shanghai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi, cantieri, gruppi di palazzoni, marane, e quasi erano arrivati alla Borgata degli Angeli, che si trova tra Tor Pignattara e il Quadraro” (Ragazzi di vita, 1955).

Una “periferia sociale” e la diffusione del pregiudizio

Nei decenni successivi la crisi economica ha colpito attività industriali e commerciali portandole spesso alla chiusura o con difficoltà ad una riconversione funzionale ai residenti e alla città. E la crisi sociale ha trovato maggiormente fra i ceti popolari che abitavano questa zona i soggetti più vulnerabili: famiglie monoreddito, giovani alla ricerca di lavoro già prima della fine della scuola. Ma, nuovamente, sono questi i tratti che accomunano le tante periferie sociali – non solo geografiche – negli ultimi decenni. Con la nuova particolarità per Torpignattara di essere eletta dai media come emblema delle periferie romane nell’accezione più negativa prima ed ora come ghetto multietnico propizio per covi terroristici islamisti. Torpignabeek è l’ultimo stigma con cui quartiere e residenti, in percentuale fisiologica anche stranieri, sono stati omologati a quello di Bruxelles, Molenbeek, in cui vivevano gli autori dei recenti attentati a Parigi e nella città belga. Lo stigma, per me che sono sociologa, è la negazione dell’identità. Quella di un luogo che la sua storia millenaria aveva cristallizzato e che gli ultimi decenni hanno trasformato nel suo opposto in modo molto rapido. Questa veloce trasformazione non ha negato l’identità storica, ma ha favorito l’attribuzione “amplificata” di alcuni nuovi tratti a Torpignattara: area lontana dal centro e dai servizi, abitata da ceti popolari, peraltro anche da stranieri in buona parte di fede islamica, quindi quartiere sovversivo. E se nessun dato oggettivo conferma che vi risiedano sospetti terroristi, ma musulmani da Paesi moderati come il Bangladesh, altri tratti oggettivi sono negati dal pregiudizio diffuso nell’opinione pubblica: l’effervescenza dell’associazionismo anche straniero, il recupero dal basso della sua storia anche recente come per l’ex Cinema Impero, la sfida dell’integrazione in scuole multietniche come l’Istituto Iqbal Masih.