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Autunno ’89
Altro che banane...

Sul Muro: Berlino, 10 novembre 1989, Porta di Brandeburgo
Sul Muro: Berlino, 10 novembre 1989, Porta di Brandeburgo | Foto (particolare): Jürgen Lottenburger © wir-waren-so-frei.de

Mentre a destra e a sinistra del Muro di Berlino le foglie si tingono dei tipici colori autunnali, nella Germania Est inizia la rivoluzione pacifica. Un anno dopo, la Germania è di nuovo un’unica nazione. Questi i fatti che conosciamo tutti, ma com’è stato veramente quell’autunno del 1989? Vi raccontiamo delle manifestazioni del lunedì e dei pezzi di Muro venduti ai turisti.

Di Regine Hader / Andreas Ludwig

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L’assurdità dei cartelli

Binari del tram che finiscono nel nulla Binari del tram che finiscono nel nulla | Foto: © Andreas Ludwig Una berlinese parcheggia l’auto nel bel mezzo della strada nel quartiere Kreuzberger e prosegue a piedi verso casa, negli ultimi centimetri di Berlino Ovest. Tanto quale traffico potrebbe mai intralciare? La donna attraversa lo stretto passaggio tra la facciata dell’edificio e il Muro, mentre il maggiolino sosta di fronte a quell’assurda barriera, come emersa all’improvviso a chiudere la strada. I binari del tram lì accanto finiscono nel nulla, come fagocitati da quel cemento imbrattato che tronca di netto qualsiasi connessione con il mondo che cela dietro di sé. Quello che non si vede in questo scorcio di Kreuzberg sono le oltre 130 vittime del confine, uccise nel tentativo di fuggire.

Il Muro circonda Berlino Ovest a partire dal 13 agosto 1961, separando in alcuni tratti anche i numeri civici pari dai dispari, sui lati destro e sinistro di una stessa via. La foto mostra come penetra negli spazi degli abitanti, quant’è vicino alle loro finestre e come solo la necessità può costringere a una vita del genere.

Il Muro: come una tela Il Muro: come una tela | Foto: © Andreas Ludwig Sull’altro lato gli abitanti ci scrivono sopra con le bombolette spray, se ne appropriano come se fosse una tela e con i loro graffiti commentano con ironia lo stile di vita a Berlino Ovest direttamente sul quel cemento grigio che spacca in due la città..

Sulla neve, lungo il Muro, giacciono dei cartelli che in quattro lingue segnalano la libertà oppure il pericolo di valicare la frontiera. Qualche passo più in là è chiaro che in quel punto è comunque impossibile spingersi oltre, ma sul lato di Kreuzberg il cartello indica: “You are Leaving the American Sector”, mentre il lato opposto, territorio di Berlino Est, fa parte di un’area desolata e vietata che tiene i cittadini a distanza dal cosiddetto “confine di pace”.

Rivoluzione e candele

Manifestazione a Wittenberge, 15 gennaio 1990 Manifestazione a Wittenberge, 15 gennaio 1990 | Foto: Horst Podiebrad © wir-waren-so-frei.de “Altro che banane! Non è stata certo la loro mancanza a farci scendere in piazza, ma piuttosto quella sensazione di paura che serpeggiava costante e la voglia di poter finalmente esprimere la propria opinione”, ricorda Katharina Steinhäuser di Jena.

La gente grida “Wir sind das Volk“, siamo noi il popolo, rivolgendosi direttamente ai politici della SED e ai portavoce statali. Il 7 di ogni mese i dimostranti marciano per le strade per manifestare contro lo “schiacciante consenso” del 98,85% per la politica della SED alle elezioni comunali truccate del 7 maggio 1989.

Di lunedì in lunedì, dopo le preghiere per la pace nelle chiese della Germania dell‘Est, diventa sempre più evidente che le cifre sbandierate non corrispondono al reale stato d’animo del Paese. Alle manifestazioni del lunedì, la gente sfila contro il regime. “In un primo momento l’atmosfera è ancora tesa e regna la paura”, racconta la testimone che all’epoca si trovava a Jena. Del resto si sapeva come lo Stato trattava chi osasse criticare il regime, o anche chi ne fosse semplicemente sospettato. La RDT era pervasa da quella paura, che aleggiava nell’aria da anni come un rumore di fondo, un ronzio persistente. “Ovviamente, anche noi eravamo giovani, magari innamorati e anche felici, ma dovevamo mostrare costantemente esultanza, e persino quello poteva essere sbagliato. Io ricordo grande desolazione”. Alle situazioni quotidiane e alle armi si associava “un’insicurezza perenne e diffusa, il terrore di fare qualcosa di sbagliato, di essere imprigionati e privati dei propri diritti, di trovarsi in balia dello Stato”. Katharina Steinhäuser racconta della sua prima manifestazione: “Quando ho sentito che a Lipsia erano scese in piazza migliaia di persone, ho preso coraggio, ho pensato che anche per me era arrivato il momento di smetterla di farmi da parte. Quello che ci ha incoraggiato moltissimo è stato il fatto che i manifestanti fossero già tanti”.

Trovarsi fianco a fianco con altri, marciare insieme, accendersi le candele l’un l’altro genera una sensazione di eccitazione: pur conoscendo per esperienza l’atteggiamento brutale nei confronti dei manifestanti, le possibili conseguenze per la vita e la professione, i dimostranti provano non soltanto coraggio, ma anche un senso di liberazione: dopo un periodo tanto lungo di depressione, ogni passo compiuto per strada insieme agli altri crea una sensazione di libertà. “Già il fatto di manifestare contro il regime era un’improvvisa novità, segnava l’inizio di qualcosa, significava smettere di rimanere in silenzio davanti a tutto ciò che ci pesava”.

Striscioni originali della rivoluzione pacifica Striscioni originali della rivoluzione pacifica | Foto: Bernd Schmidt © wir-waren-so-frei.de Gli abitanti di Lipsia manifestano per due giorni contro la brutale repressione delle dimostrazioni durante le celebrazioni a Berlino per il 40° anniversario. “No alla violenza!” è la richiesta che rivolgono ai funzionari della SED di sei cittadini di spicco di Lipsia, che effettivamente ottengono che la polizia, i militari e i “gruppi combattenti della classe operaia” restino passivi. E così i 300.000 manifestanti accerchiano l’intero centro di Lipsia distribuendosi lungo l’anello cittadino. Un momento cruciale.

Il giornalista Siegbert Schefke filma tutto di nascosto. Il suo video riesce a filtrare nella Germania Ovest e a passare alla tv, diffondendo così la notizia della rivoluzione pacifica.

Appello dell’opposizione della RDT Neues Forum Appello dell’opposizione della RDT Neues Forum | Foto: © Dokumentationszentrum Alltagskultur der DDR Come possono coordinare queste proteste le forze d’opposizione? Qualcuno passa segretamente un foglietto, qualcun altro si affretta a copiarlo, quelle parole che passano di mano in mano sembrano innocue come semplici appunti presi a lezione, ma hanno invece un profondo significato politico, perché è proprio con questi foglietti che in pochi giorni si diffonde l’appello del Neues Forum, che per la prima volta nella storia della RDT chiede che l’opposizione venga ammessa ufficialmente come gruppo politico. È questione di ore: nel giro di un paio di giorni i cittadini firmatari dell’appello saranno migliaia.

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