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Torino incontra Deniz Yücel
Stampa e dissidenza in Turchia

Deniz Yücel
Foto: Fabio Miglio

È difficile immaginare cosa voglia dire essere incarcerati per aver fatto il proprio lavoro. È difficile immaginare che questo possa accadere a pochi chilometri da casa nostra. In un paese ai confini con l’Europa e che per la sua storia e la sua importanza giocherà sempre un ruolo fondamentale nei rapporti politici e commerciali con i paesi membri, tra cui l’Italia e la Germania.

Di Hamilton Santià

L’incontro “Stampa e dissidenza in Turchia”, organizzato dal Goethe-Institut di Torino all’interno della rassegna Biennale Democrazia domenica 31 marzo 2019, ci racconta l’esperienza di Deniz Yücel, giornalista turco-tedesco, corrispondente a Istanbul per Die Welt e incarcerato nei giorni delle proteste di Gezi Park.
In quei giorni, come ricorda Murat Cinar, anche lui turco ma di stanza in Italia, con cui Yücel dialoga all’interno dell’aula magna dell’Università di Torino, succede letteralmente di tutto. Istanbul diventa il centro del mondo, simbolo di un modo di fare protesta, di costruire comunità partendo dalla dissidenza. Ogni luogo è Taksim, come recita il titolo del libro che Yücel e Cinar hanno scritto (pubblicato dai tipi di Rosenberg & Sellier). In un paese che perde posizioni sulla libertà di stampa — quando scriviamo è 163esimo e definito “Non libero” —, diventato ‘avanguardia’ di un modo inedito di intendere la democrazia (la cosiddetta democrazia illiberale) e che anno dopo anno ha visto il governo autoritario di Recep Tayyip Erdoğan adottare strategie sempre più efferate per sopprimere il consenso (non solo la stampa, ma anche gli oppositori politici, che vengono nel migliore dei casi screditati e nel peggiore dei casi arrestati, e ogni ulteriore forma di attivismo alternativo come nel caso delle manifestazioni LGBTI), il racconto di Deniz Yücel diventa quindi occasione di vedere da vicino, partendo da una esperienza autobiografica, cosa vuol dire vivere in un paese non libero. Questo racconto, inoltre, mette in luce la contraddizione di un’Europa che non può prescindere dal dialogo con Istanbul su tutta una serie di questioni (dal commercio alla politica estera, dalla difesa alla gestione dei migranti) e ridetermina i rapporti di forza tra istituzioni.

Non siamo qui per divertimento

Nell’anno passato nel carcere di massima sicurezza di Silivri — di cui molti mesi in isolamento — raccontato nel libro Wir sind ja nicht zum Spass hier (trad. lett. Non siamo qui per divertimento), si legge dell’incontro tra Yücel e una serie di dissidenti che si oppongono alla deriva sempre più autoritaria della Turchia. Dopo il colpo di stato fallito del luglio 2016, infatti, gli arresti per mano del governo sono aumentati. Una giustizia cieca e senza quartiere, che ha incluso anche ventotto cittadini tedeschi. Certo è che la detenzione di Yücel è stata la pietra dello scandalo tra i rapporti bilaterali tra Germania e Turchia. Se da un lato Angela Merkel ha da subito preso posizione dichiarando che i giornalisti devono essere in grado di fare il proprio lavoro, dall’altro Erdoğan ascrive Yücel non alla categoria della carta stampata, ma a quella dello spionaggio. Dal punto di vista giuridico i suoi avvocati non riuscivano a capire quale potesse essere il capo d’accusa.
Murat Cinar Foto: Fabio Miglio

Il “cane da guardia del potere”

Si suppone che l’attenzione particolare che la Turchia ha dedicato a Yücel nasca l’8 febbraio 2016, quando il giornalista sfrutta l’occasione di una conferenza stampa tra la cancelleria tedesca e l’ex primo ministro turco Ahmet Davutoğlu per chiedergli conto dell’incarcerazione di due giornalisti e sulla generale situazione della libertà di stampa nel paese. Un anno dopo, il 14 febbraio 2017, Yücel entra nel commissariato della polizia di Istanbul per rispondere a delle domande. È l’inizio di un calvario che finirà un anno dopo. Se questa storia ha, per ora, un lieto fine, non possiamo però dimenticare che in Turchia ci sia un serio problema di libertà e soppressione della dissidenza. E di come l’Europa che si avvicina alle elezioni debba chiarire in qualche modo la priorità della sua agenda democratica: come trattare con i paesi terzi che non rispettano i diritti e le libertà fondamentali dell’individuo? Come contribuire al processo di democratizzazione e di incremento di una stampa libera e in grado di assolvere al suo ruolo di “cane da guardia del potere”?

Il ruolo centrale del giornalismo

Curiosamente, Deniz Yücel e Murat Cinar parlano a Torino nei giorni in cui la formazione politica di Erdoğan,  il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - AKP), ha perso per la prima volta le elezioni ad Ankara, la capitale, e Istanbul, la città più grande. Forse non determinanti ora, ma interessanti per vedere l’evoluzione del fronte dell’opposizione sul lungo periodo e di come cambierà l’attenzione della comunità internazionale ora che queste due città fondamentali hanno mandato un segnale chiaro sulla necessità di un nuovo capitolo nella vita del paese. Forse anche grazie a esperienze come quelle di Deniz Yücel, che ci insegnano a lottare per quello in cui si crede (ad esempio, fare bene il proprio lavoro per raccontare e chiedere conto dei fatti) e ci ricordano il ruolo centrale del giornalismo per lo sviluppo e il mantenimento della libertà, anche in Turchia si potrà iniziare una nuova storia.

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