Introduzione al dibattito “sul Divano Verde” del 18/4/2018 Il Sessantotto, una critica alla modernità

Luciana Castellina
Luciana Castellina | © Foto: Goethe-Institut / Carlotta Rauch

Il Sessantotto, la sua eredità, le sue tracce, a cinquant’anni di distanza. Continuano gli incontri “Sul Divano Verde” del Goethe-Institut, alla scoperta delle contraddizioni di un’epoca, con Luciana Castellina, politica, giornalista e scrittrice, Detlev Claussen, sociologo e saggista e la moderazione del giornalista Michael Braun.

Come presentazione al dibattito del 18 aprile abbiamo raccolto una prima testimonianza di Luciana Castellina.

“Del Sessantotto si possono dare tante diverse interpretazioni. Non è un caso, ma si tratta di un’operazione in qualche modo voluta, che oggi si sia conservata soltanto la parte più indolore, la più ludica, quella ‘sesso droga e rock’n’roll’, quella cioè che non dà noia e fastidio al sistema, che è indolore. E il resto s’è buttato via. Una ‘rivoluzione passiva’, come avrebbe detto Gramsci. Il Sessantotto invece è stato una cosa molto più profonda, è stato una critica alla modernità nel modo in cui all’epoca veniva presentata. Questo è stato il suo nucleo comune. Gli anni ’60 sono anni di progresso rispetto al mondo quale era immediatamente dopo la guerra, ed è qui che cominciano a sorgere le nuove contraddizioni. Il consumismo, il lavoro alienato, la contraddizione ecologica, la contraddizione di genere. Poi ci sono altri elementi comuni, ci sono il Vietnam e la lotta al neocolonialismo, ci sono Che Guevara e la rivoluzione cubana e tutto quello che ne segue. C’è la fabbrica, altro elemento comune, che è il luogo dove la libertà ha origine. In tutto il Sessantotto, dovunque, gli studenti vanno a cercare la fabbrica. Il Sessantotto, insomma, è stato un movimento antiautoritario ma è stato anche un movimento di protesta contro il sistema.”

La scoperta della felicità, la scoperta della politica

Il Sessantotto ha portato effettivamente un mutamento dei costumi.

“Se questo è vero, allora è diverso il giudizio che diamo sull’eredità del Sessantotto, perché dal punto di vista del mutamento dei costumi è stato vincente. Questo però significherebbe ridurre il Sessantotto a una protesta contro i professori e  i genitori e non è stato solo così, è stato molto di più. Su quel terreno si è vinto, i costumi sono cambiati, la libertà sessuale è stata conquistata. La libertà è diventata però molto ‘rinsecchita’, limitata cioè alla libertà individuale. C’è un recente numero di Le Monde che è tutto di polemica contro quei sessantottini che sono diventati manager, direttori, potenti, ricchi eccetera e che quindi hanno un ricordo del Sessantotto ormai filtrato, vincente. E mi ha colpito moltissimo Paolo Mieli quando ha ricordato che ‘il Sessantotto è stato la scoperta della felicità’. In qualche modo lo condivido, perché il Sessantotto è stato l’uscita dalla solitudine, ci siamo ritrovati in tanti e abbiamo cominciato a stare insieme, abbiamo cominciato ad agire collettivamente, a non pensarci più come individui isolati, aandare fuori, scoprire le cose, a voler cambiare il mondo. Questa, oltre che la scoperta della felicità, è anche, banalmente, la scoperta della politica, solo di una politica che non era ridotta alla presa del potere, ma che era un’altra cosa. Questa felicità però è finita. Infatti il nostro è un tempo triste”.

Ma c’è un punto dove siamo andati avanti realmente?

“Anche se in qualche modo il significato del Sessantotto è stato immiserito, si va sempre avanti nel bene e nel male, l’esperienza conta, se non altro come motivo di riflessione. L’unico posto dove mi sembra che ci sia stato un segno più permanente è proprio la Germania. Il Sessantotto in Germania ha avuto una caratteristica molto specifica che è stata la scoperta del passato e la rivolta contro quel passato, che in Germania non c’era ancora stata, e che comincia per via della rivolta studentesca. Una profondissima riflessione critica che ha segnato la Germania di oggi. Io considero la Germania il Paese più democratico che ci sia in Europa, ed è il frutto del Sessantotto”.