Mongolia Galsan Tschinag

Cosa significa per Lei la parola “profugo”?
I profughi sono persone che si sono sottratte, fuggendo, al rischio del loro annientamento fisico.

La fuga dalla povertà è meno legittima della fuga dalla guerra o dalla repressione politica?
Questo spostamento da un luogo di residenza a un altro preferirei definirlo emigrazione.

Mentre la fuga dai problemi ecologici?
Questa è una situazione decisamente diversa rispetto a chi si trasferisca da un luogo a un altro con la prospettiva di beneficiarne sotto l’aspetto economico o altro. Ci sono casi in cui questo tipo di fuga può essere addirittura più urgente rispetto a chi va in esilio per motivi politici. Se l’aria che respiro, l’acqua che bevo, ecc., sono inquinate, devo fare di tutto per lasciare al più presto un posto così invivibile.
    
Quando si finisce di essere profugo?
Quando nel nuovo luogo di residenza si è accettati dalla comunità locale e quando ci si comincia a sentire come a casa propria.

Secondo Lei, esiste un diritto per l’asilo politico?
Per me l’asilo è parte integrante e inscindibile dal mio diritto umano a vivere in modo conforme alla mia volontà.

Se sì: è illimitato o si può perderlo?
Incondizionato nelle realtà in cui i diritti umani vengono presi sul serio.

Una società può ospitare un numero limitato o illimitato di profughi?
Teoricamente ogni società dovrebbe accogliere dei profughi, senza porsi subito il problema dei numeri. E sarebbe anche moralmente giusto. In pratica, tuttavia, quasi tutte le società odierne si sono poste dei limiti ai quali sono costrette ad attenersi.

Nel caso di un numero limitato in cosa consisterebbero questi limiti?
I limiti cominciano a delinearsi se la stessa società accogliente si espone al rischio di impoverimento o a un’insofferenza sempre più intollerabile.

Sono presenti nel Suo Paese profughi privilegiati, cioè profughi che il Suo Paese è pronto ad accogliere prima di altri? Se sì, perché?
In passato i nostri uomini al potere hanno accolto nella Mongolia occidentale dei profughi poverissimi perché il Paese soffriva di un calo demografico. Questi rifugiati erano di indole materialista, e col tempo hanno esaltato sempre più la loro diversità infischiandosene dell’integrazione. Questo accadeva poco meno di un secolo fa. Oggi questa prepotenza ha schiacciato in molti casi la popolazione originaria che si è addirittura vista sostituire quasi tutti i toponimi con dei nomi kazaki, perché il potere comunista, che all’epoca dettava legge, si era lasciato abbagliare dalla teoria dell’internazionalismo proletario e da un’idea astratta di amicizia tra i popoli, secondo la quale veniva sostanzialmente rispettato il diritto dei profughi, ma mai quello delle popolazioni autoctone.

Dal Suo punto di vista, i profughi vengono trattati giustamente nella Sua patria?
Da parte delle autorità, sì. Ma mai e poi mai da parte di alcuni gruppi sciovinisti che ritengono sacro il sangue mongolo che fanno discendere da Gengis Khan e sono orgogliosi della dubbia fama della macchia blu impressa sul fondoschiena dei mongoli.

Sarebbe per Lei accettabile un taglio netto al sistema sociale della Sua nazione se questo fosse d’aiuto ad accogliere più profughi?
Per me personalmente, sì. Perché sono propenso, come sempre sono stato, a farmi guidare dalla filosofia di vita sciamanica e nomade. Ma per molti, addirittura per la maggior parte degli abitanti del Paese, questi tagli sarebbero improponibili, perché i mongoli sono convinti di vivere in povertà, ma non è vero.

Quali sarebbero per Lei i presupposti per un’integrazione efficace?
Una sana filosofia di vita fondata sulla gratitudine che non separi i diritti dai doveri, per quanto riguarda i nuovi arrivati. Quanto ai cittadini del Paese di accoglienza, partendo da una sana base religiosa, essi dovrebbero impegnarsi perché non si affermi il principio della distinzione tra mio e tuo, e spianare la strada a concetti quali tolleranza, compassione e umanità, per facilitare l’integrazione dei profughi.

Ci sono richieste minime per chi arriva?
Il rispetto delle leggi dello Stato ospitante, nonché degli usi e costumi della popolazione. E la disponibilità a dare qualcosa in cambio di quanto si riceve. Dare può significare trasmettere esperienze di vita, adoperarsi con le proprie abilità manuali, conoscenze e quant’altro.

E per chi dà accoglienza?
Non esigere subito dagli stranieri quelle virtù che magari fino a quel momento erano le uniche ritenute valide. Considerare la necessità di dare una mano a gente bisognosa non come una fastidiosa zavorra, ma coglierne il privilegio di poter imparare qualcosa da quelle persone.

Conosce personalmente dei profughi?
Sì, certo. Un sacco di persone. Profughi fuggiti dal razzismo, dal fanatismo religioso, dalla repressione della libertà d’opinione e, negli ultimi tempi, anche dalle malattie del benessere.

Sostiene attivamente i profughi?
Sì, compatibilmente con le mie limitate possibilità. La nostra famiglia porta avanti una tradizione in questo senso. Mio nonno Hylbang possedeva tantissimi capi di bestiame, aveva cinque figli naturali, oltre a quelli adottati che erano tre volte tanto. La maggior parte di costoro erano profughi teleuti o kazaki. Tra i suoi “figli” una volta capitò addirittura un russo, un ex ufficiale della Guardia bianca che si era salvato grazie all’inaccessibilità dei Monti Altai. Ma dopo tre anni, in groppa a un animale da sella, equipaggiato di indumenti e provviste, poté lasciare l’Altai. Mio padre Schynykbaj, il maggiore dei due figli maschi del generoso uomo ricco, percorrendo sentieri segreti, accompagnò suo fratello dalla pelle bianca quasi fino alla frontiera russa. E ora, dopo tre generazioni, cerco di mantenere viva questa nobile tradizione prendendomi cura dei discendenti della signora Aiku, anche lei teleuta, che intorno al 1920 si rifugiò qui dopo essere scappata dall’Altai russo con i suoi sei figli piccoli.

Come si evolverà la situazione dei profughi nel suo Paese nei prossimi 2 anni?
È molto probabile che non succeda niente di decisivo. Alla Mongolia mancano ancora le infrastrutture di base. E dopo il crollo del socialismo lo sciovinismo che aspira alla Grande Mongolia ha guadagnato terreno. Ma in entrambi i casi ritengo si tratti di fenomeni transitori.

E nel prossimo ventennio?
Qui il discorso cambia: qualcosa di certo andrà fatto, ma preferisco non esprimermi sul come per non essere accusato di pessimismo o di saccenteria. Non vorrei, insomma, che mi si affibbiasse un’altra pesante etichetta che mi peserebbe come un fardello, di queste ne ho avute già abbastanza in questa vita. 

Può immaginarsi un mondo senza profughi?
Sì, ma in un lontano futuro, quando l’umanità sarà sufficientemente responsabile da mettere da parte la follia della guerra e rinunciare a dividere la propria specie in classi, razze e religioni.  

Se sì, cosa sarebbe necessario per realizzarlo?
Il buonsenso, di cui il creatore sicuramente ha provveduto a dotare ciascuno di noi bipedi inserendolo nel nostro viatico del destino.

Lei o la Sua famiglia in passato ha vissuto un’esperienza di fuga?
Passare da un pascolo all’altro per motivi climatici fa parte del modo di vivere nomade. Non ho fatto, quindi, esperienza di un esilio vero e proprio. Ma noi viviamo ogni giorno la continuazione delle storie dei nostri antenati che menzionerò di seguito. Questo è il capitale più prezioso che mi è stato tramandato dal mio clan Adaj Irgit, che mi ha reso cittadino del mondo e mi ha fornito la capacità di fare lo scrittore.
Gli abitanti originari dei Monti Altai sono stati costretti a lasciare i loro pascoli e le loro riserve di caccia per stabilirsi nell’entroterra della Mongolia a causa dello sciovinismo kazako, sistematicamente attizzato e guidato dalla direzione del distretto e delle circoscrizioni.

Lei crede che un giorno nella sua vita potrebbe diventare un profugo? Se sì, perché?
Non c’è niente di impossibile. Se un giorno gli sciovinisti mongoli dovessero conquistare il potere e prendere in mano le redini dello Stato, questo potrebbe essere per me un motivo per andare in esilio.

Come si preparerebbe a questo?
Resto sveglio anche durante il sonno. Soprattutto quando sono felice. E pulisco e lustro continuamente le mie antiche vene nomadi e quelle dei miei prossimi. Lo faccio quotidianamente in modo immaginario. Ciò che si fa idealmente centinaia e migliaia di volte, lo si può rapidamente trasformare in pratica senza problemi nel momento in cui si dovesse rendere necessario.

In quale nazione vorrebbe rifugiarsi?
In un Paese dove l’umanità sia ancora di casa.

Di quanta “Heimat”, ovvero Patria, ha bisogno? (*)
In realtà solo una, che è il pianeta Terra. Le singole parti del corpo di Madre Terra possono anche avere nomi diversi: il ventre può essere la Cina, la schiena la Russia, il polpaccio destro la Germania, il pollice sinistro la Svizzera, la pianta del piede destro l’Iraq, quella del piede sinistro l’Iran e così via. Ma tutto ciò appartiene al corpo terrestre, è parte del pianeta. E questa Terra appartiene a te, a me, a lei; a ogni raccoglitrice africana, a ogni cacciatore ciukci. È lei che ha dato vita a tutti noi, che ci ha nutriti, e quando il nostro tempo terreno sarà scaduto, ci accoglierà di nuovo nel suo grande ventre buono. Per questo lei è la nostra madre, per questo diciamo Madre Terra. E questa unica Terra Madre è la nostra grande casa comune!
 
*Questa domanda è stata tratta da un famoso questionario realizzato dallo scrittore Max Frisch.