Irlanda / USA Colum McCann

Cosa significa per Lei la parola “profugo”?
Significa sognare di poter riprendere a tessere il filo della memoria altrove. Sognare di appartenere legittimamente a un altrove.

La fuga dalla povertà è meno legittima della fuga dalla guerra o dalla repressione politica?
Guerra significa miseria. Questo vale anche per la repressione politica. E la povertà di emozioni, di fronte alla guerra e alla politica, è proprio ciò che ci dovrebbe preoccupare. Quindi, certo, fuggire dalla miseria è assolutamente legittimo.

Mentre la fuga dai problemi ecologici?
Sì, i problemi ambientali sono in qualche modo equiparabili alle guerre e alla repressione politica. Ma noi forse dovremmo restare e affrontare, possibilmente, i problemi ambientali. Come dice Osip Mandelstam: “Dobbiamo amare questa povera Terra, perché non ne abbiamo mai conosciuto un’altra”.

Quando si finisce di essere profugo?
Quando si è accolti in un ambiente in cui ci si senta a proprio agio. Quando è consentito ricordarsi di quanto si è perduto.

Secondo Lei, esiste un diritto per l’asilo politico?
Sì, è un diritto umano.

Se sì: è illimitato o lo si può perdere?
Lo si può perdere se si inizia a reprimere gli altri.

Una società può ospitare un numero limitato o illimitato di profughi?
Sì, purtroppo. Il numero è limitato perché la nostra capacità di empatia troppo spesso è tutt’altro che smisurata. E nei luoghi d’accoglienza ci sono dei dispositivi tecnici che devono garantire la sicurezza di ogni singolo profugo. Vorrei poter parlare di numeri illimitati, ma sul piano pratico non funziona. Le correnti di un fiume sono naturalmente molto più prevedibili di un torrente impetuoso.  

Nel caso di un numero limitato in cosa consisterebbero questi limiti?
Si stabilisce il limite dell’asticella dopo aver esaminato i polmoni del luogo destinato all’accoglienza dei rifugiati: il respiro è regolare o i polmoni sono sul punto di scoppiare?  Una parola che dovrebbe scomparire è “campo”. Se vogliamo che il nostro mondo respiri, dobbiamo rimuovere dalla nostra mente il concetto di campo profughi. Nessuno dovrebbe trascorrere tutta una vita in un campo.

Sono presenti nel Suo Paese profughi privilegiati, cioè profughi che il Suo Paese è pronto ad accogliere prima di altri? Se sì, perché?
Io sono d’origine irlandese e vivo a New York. Gli irlandesi sono abbastanza tolleranti. Ciò vale anche per New York. In generale gli Stati Uniti sono una realtà abbastanza tollerante, a dispetto di quanto traspare dalle cronache. Ma in entrambi i Paesi ci sono persone che sono state sottoposte a un lavaggio del cervello e sono convinte che la parola profugo debba essere declinata come nel XIX secolo. Di razzismo ce n’è in abbondanza. Be’, certo, qualche profugo privilegiato c’è. Ma ogni rifugiato sa che deve adeguarsi se vuole spezzare il filo che separa il privilegio dall’appartenenza.

Dal Suo punto di vista, i profughi vengono trattati giustamente nella Sua patria?
Trattati in modo corretto prendendo alla lettera il significato di “corretto”? Ne dubito.

Sarebbe accettabile per Lei un taglio netto al sistema sociale della Sua nazione se questo fosse d’aiuto ad accogliere più profughi?
Certo che sì. Ma questa domanda andrebbe fatta alle persone che dipendono dal sistema di sicurezza sociale per capire cosa ne pensino.

Quali sarebbero per lei i presupposti per un’integrazione efficace? Ci sono richieste minime per chi arriva? E per chi dà accoglienza?
Una buona integrazione significa ascolto. Dobbiamo essere capaci di narrare, ma soprattutto dobbiamo essere in grado di ascoltare le narrazioni degli altri.

Conosce personalmente dei profughi?
Penso proprio di sì. E penso anche che sia giusto. E anche se ne conosco alcuni, ce ne sono molti altri che dovrei conoscere.

Sostiene attivamente i profughi?
Sì, faccio delle donazioni a varie associazioni di beneficenza.

Come si evolverà la situazione dei profughi nel suo Paese nei prossimi 2 anni?
Fra due anni il numero aumenterà.

E nel prossimo ventennio?
Fra dieci anni saranno molti di più. È questa la nostra nuova realtà.

Può immaginarsi un mondo senza profughi?
Realisticamente, no. Vorrei poterlo desiderare, ma il mio lato cinico me lo impedisce.

Se sì, cosa sarebbe necessario per realizzarlo?
Sarebbe necessaria una rivoluzione universale dello spirito umano. Ma non succederà.

Lei o la sua famiglia in passato ha vissuto un’esperienza di fuga?
Io sono emigrato, ma non sono mai stato né profugo né in esilio. La condizione del profugo è la costrizione alla fuga. Io non sono mai stato costretto. Mi era concesso farlo. Essere profugo è una tragedia che conduce a una potenziale speranza.

Lei crede che un giorno nella sua vita potrebbe diventare un profugo? Se sì, perché?
Sono abbastanza certo che mi piacerebbe essere profugo da una realtà popolata di rifugiati. Quindi direi di sì.

Come si preparerebbe a questo?
Mi preparo sperando.

In quale nazione vorrebbe rifugiarsi?
Cercherei rifugio in un luogo costruito realmente da profughi.

Di quanta “Heimat”, ovvero Patria, ha bisogno? (*)
Una Patria che, naturalmente, comprenda anche tutte le altre Patrie. Un unico posto che abbracci tutto lo spazio.

(*) Questa domanda è stata tratta da un famoso questionario realizzato dallo scrittore Max Frisch.