Discriminazione a scuola Chi non porta il velo prende voti più alti

Non siamo tutti uguali: a scuola i bambini con un passato di immigrazione vengono spesso discriminati.
Non siamo tutti uguali: a scuola i bambini con un passato di immigrazione vengono spesso discriminati. | Foto (particolare): © Gorilla/Fotolia

Tutti i bambini hanno diritto alle stesse possibilità di istruzione. Suona bene, ma è vero solo in teoria. In pratica, invece, molti alunni con una storia di immigrazione alle spalle subiscono discriminazioni. A Berlino sono nate delle iniziative per contrastare questa situazione.

La figlia di Amina Nisic non aveva problemi a scuola. Tutto è filato liscio fino al momento in cui la ragazza, avviata a un diploma di qualifica professionale, ha chiesto di passare a un liceo per conseguire la maturità e accedere così all’università. In sede di scrutini, gli insegnanti non hanno dato il nulla osta. “Dicevano che mia figlia non ce l’avrebbe fatta comunque”, racconta la Nisic, che però non voleva farsene una ragione, perché la ragazza alla fine della decima classe aveva la media più alta della scuola. Ma in fin dei conti non era neanche la prima volta che la sedicenne aveva dovuto affrontare ostacoli simili, perché da quando faceva la quarta elementare portava il velo e ci teneva molto.

Quando alla ragazza hanno messo i bastoni tra le ruote, la madre, 42 anni, ha avuto la forza di reagire: già all’epoca in cui i professori della scuola precedente avevano chiesto a più riprese che l’alunna si togliesse il velo per poter prendere voti più alti, lei le aveva fatto cambiare scuola. Aveva anche parlato con l’insegnante principale della nuova scuola, dopo che quest’ultima l’aveva ridicolizzata davanti ai compagni accogliendola con una frase assolutamente infelice: “Avete visto com’è conciata questa ragazza? Sembra un profilattico!”. La professoressa si era poi scusata e giustificata, dicendo che aveva solo scherzato. Eppure, al momento degli scrutini, anche i professori di questa scuola erano stati inflessibili, e soltanto dopo che la Nisic aveva ottenuto un appuntamento al provveditorato e aveva parlato con il responsabile, era finalmente arrivato il nulla osta per il liceo. Purtroppo, però, per l’iscrizione a scuola ormai era troppo tardi. Davvero frustrante, racconta la madre.

Discriminazione soprattutto a livello istituzionale

Ellen Kollender, politologa all’Università Helmut Schmidt di Amburgo e studiosa del fenomeno del razzismo e della discriminazione a livello istituzionale nelle scuole di Berlino, di storie simili ne ha sentite fin troppe. Molti genitori immigrati le hanno raccontato più volte della discriminazione che si subisce in ambito scolastico: “Non si tratta sempre di esternazioni o azioni di singoli insegnanti, spesso è discriminazione istituzionale”, afferma. Lo testimoniano la mancanza di un aiuto a garantire la traduzione alle riunioni dei genitori, la scelta di rappresentanti di classe prevalentemente tra genitori con elevato livello di istruzione e senza un background di immigrazione, il divieto per i bambini di parlare in turco durante la ricreazione, oltre a esperienze simili a quella Amina Nisic. Anche un aspetto “non tedesco” fa la differenza e mostra quanto ancora oggi essere tedeschi sia spesso associato a determinate caratteristiche esteriori.
 
Emine Elçi, però, sa bene che un approccio differente è possibile: nata a Berlino all’inizio degli anni Settanta da genitori curdi immigrati, ha fatto parte della prima generazione dei figli dei cosiddetti Gastarbeiter. “Parlavo a malapena tedesco, ma potevo contare su un grande aiuto da parte dei professori e questo sostegno mi ha dato forza per la vita”. Oggi Elçi ha cinque figli e sente spesso raccontare da parenti o conoscenti che i loro bambini a scuola vengono etichettati dagli insegnanti in base alla loro provenienza o al loro status sociale e predestinati come futuri richiedenti di assegni familiari. Così come si sente dire che le ragazzine che portano il velo finiranno per fare le casalinghe.

Scambio tra genitori

Elçi conosce fin troppo bene le difficoltà del quartiere berlinese di Neukölln: dopo avervi conseguito la qualifica professionale di Stadtteilmutter(*), la “mamma di quartiere”, ci ha lavorato per anni fornendo informazioni e sostegno agli immigrati con familiarità ancora scarsa con la lingua o la burocrazia locale. Successivamente ha fatto da interprete, ha dato ripetizioni e ha iniziato a organizzare visite guidate nel quartiere, anche per lottare contro pregiudizi e cliché. “A prescindere da dove vada, in un primo momento il velo causa sempre un certo disagio, anche in un quartiere fortemente caratterizzato dall’immigrazione come Neukölln”, racconta, facendo anche notare che a scuola le aspettative dei docenti spesso non sono affatto ovvie per genitori provenienti da ambienti extra europei, che se non vengono espressamente informati non possono nemmeno immaginare che quella dell’insegnante non sia l’unica figura centrale nella vita scolastica e che anche i genitori vengano invitati a discutere alle riunioni e abbiano un certo potere decisionale. “Può essere di grande aiuto lo scambio diretto tra genitori, che può nascere ad esempio con gli incontri davanti a un caffè, sempre più frequenti ora nelle scuole. “Se si investe precocemente, ad esempio mediante un sostegno linguistico per gli alunni che ne hanno bisogno, o con insegnanti e assistenti sociali con un background di immigrazione, si possono evitare tante difficoltà”.
 
Molte iniziative come l’associazione di genitori turchi di Berlino-Brandeburgo o la Yekmal, che riunisce i genitori provenienti dal Kurdistan, sono nate già da tempo per migliorare le possibilità di istruzione degli alunni immigrati, ma, come sottolinea Ellen Kollender, non si può né si deve demandare interamente ai genitori la problematica del pregiudizio e dell’immigrazione: è necessario un forte impegno a livello delle istituzioni politiche e scolastiche.
 
Sono sempre più frequenti e incoraggianti gli sviluppi positivi, ad esempio nella formazione interculturale degli insegnanti in diversi Länder tedeschi. Altri approcci, come quello della “Fachstelle Kinderwelten”, organismo con sede a di Berlino dedicato al mondo dell’infanzia, puntano sull’inclusione a scuola, tanto materna quanto primaria. Anche Emine Elçi si augura ulteriori progressi in questo senso: “La scuola non è solo una struttura di mura e mattoni, di per sé non ha neanche il potere di commettere errori. Conta ciò che il sistema le permette di fare. La figlia di Amina Nisic, comunque, può solo confidare in un miglioramento per gli alunni che verranno: per lei, ormai, il passaggio al liceo non è stato possibile e dovrà accontentarsi di un diploma di qualifica professionale.
 

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(*) N.d.T.:  La qualifica professionale della “Stadtteilmutter” viene conseguita per lo più da donne immigrate che fungono da moltiplicatrici nei confronti di altre madri immigrate, alle quali, nell’ambito di un programma di diverse visite a domicilio, forniscono informazioni dirette, dettagliate e supportate da specifici opuscoli su temi primari come l’educazione, l’istruzione e la salute. Poiché lo scopo di questa figura professionale è raggiungere e informare famiglie altrimenti difficilmente penetrabili, le “mamme di quartiere” spesso provengono dallo stesso ambito culturale delle famiglie che le ricevono, parlano la stessa lingua e abitano nel loro stesso quartiere. La loro attività è finanziata in diversi modi, ad esempio dal Land di Berlino che le impiega sulla base di un contratto collettivo, e comunque non è mai a carico delle famiglie che ne beneficiano. In Germania la figura è nata nel quartiere berlinese di Neukölln nel 2006 sull’esempio di un progetto analogo già avviato a Rotterdam.
[Fonte: Wikipedia.de]