Spiccatamente… socievoli
Dance, dance, dance!

Ragazzo che balla
La possibilità di imbattersi in qualcuno che balla, oggi, è altissima. | Foto (particolare): Breakreate; © Unsplash

Se negli anni Ottanta ballare era veramente imbarazzante, oggi la situazione è completamente diversa. Ce lo racconta Maximilian Buddenbohm, che ha osservato un cambiamento culturale.

Di Maximilian Buddenbohm

Nel ballare non c’è più nulla di imbarazzante. È una delle conquiste sociali di cui si è parlato meno, eppure riguarda tutti, perché il ballo ormai non mette più a disagio né i più giovani, né i meno giovani, nessuna fascia sociale e nemmeno i tedeschi del Nord, il che è tutto dire. Chi ha voglia di ballare, può farlo e basta, anche in pubblico. Ogni tanto, però, ripenso a quanto sia incredibile.
 
Per sottolineare l’importanza di questa conquista, devo ripercorrere con la mente i primi anni Ottanta, la mia infanzia, quando era ancora categoricamente impensabile, per noi, muoverci a tempo di musica. Un’idea del tutto balzana, una cosa che non si faceva e basta. Facevano eventualmente eccezione le ragazzine, magari iscritte a un corso di ginnastica ritmica, cosa peraltro non frequentissima, ma se non altro scusabile. E altrimenti no, non si ballava. Poi, al momento della pubertà, per tradizione consolidata, si andava a scuola di ballo con tutta la classe, per essere iniziati ai misteri di discofox, rumba e valzer.

Momenti di stress

Era veramente imbarazzante, altro che piacere o divertimento, semmai stress all’ennesima potenza! Si ballava per lo più in coppia e questo significava contatto fisico con persone dell’altro sesso, che ovviamente potevano essere giuste o sbagliate, anche sono sicuro nemmeno di quale delle due ipotesi fosse peggio... So solo che per me ogni volta era come morire, con l’insegnante di ballo che scandiva implacabile il suo “passo indietro, stop, chassé” e mi strattonava con energia per attaccarmi alla mia partner.
 
Non avrei spazio qui per dilungarmi sulla successiva evoluzione della cultura pop, perché dovrei parlare dell’hip-hop, dei Fantastici Quattro, di MTV, dei videoclip in generale, e poi dovrei continuare con fenomeni attuali come il videogioco Fortnite e i vari passi che un’intera generazione ha già acquisito ed esibisce con scioltezza in tutte le occasioni possibili (e non).

“Io faccio danza”. Ovvio!

Ho dei figli maschi che a scuola fanno il tempo pieno. Oltre a fare lezione di matematica, tedesco e inglese, possono scegliere tra una grande varietà di corsi divertenti. Ogni tanto mi informo su quelli che stiano frequentandono e capita che mi rispondano “faccio danza”, come se fosse la cosa più normale del mondo. E allora ripenso a me da ragazzo, e alle prese in giro che avevo dovuto subire quando, controcorrente, mi ero iscritto a ginnastica ritmica, diventando per questo lo zimbello della scuola. Oggi, se si passa davanti al cortile di una scuola, è altamente probabile vedere dei ragazzini che ballano. Può sembrare un’osservazione insignificante, ma la storia che c’è dietro, invece, è lunga.
 
Recentemente al parco ho visto un gruppetto di ragazzi che provavano e riprovavano dei passi, ridendo e divertendosi un mondo. Ho impiegato un po’ a riconoscere quei movimenti ormai quasi dimenticati, prima di capire che ballo era. Ebbene sì... era discofox!
 

Per la nostra rubrica “Spiccatamente…” scrivono, alternandosi settimanalmente, Maximilian Buddenbohm, Qin Liwen, Dominic Otiang’a e Gerasimos Bekas. Per “Spiccatamente… socievoli” Maximilian Buddenbohm racconta di quel grande complesso che è la società e delle sue più piccole componenti, ossia la famiglia, le amicizie, le relazioni.

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