Lingua e linguaggi
Small talk: perché no?
Che si può dire contro lo “small talk”? Secondo Christiane Rösinger proprio nulla, anzi: conversare del più e del meno può intrattenere ed essere stimolante. Ecco i pro delle due chiacchiere informali, per le quali c’è chi prova una naturale avversione.
Di Christiane Rösinger
Per due chiacchiere informali occorre una tecnica culturalmente radicata, che tuttavia pare attraversare un periodo di crisi: sempre più persone, soprattutto giovani, rifiutano quella che il dizionario Duden definisce una conversazione leggera e marginale, bollandola come un inutile, insignificante ed estenuante bla bla. Sui social media ci si lamenta dell’insolenza di queste chiacchierate di circostanza, eppure uno “small talk” brillante e ben condotto può intrattenere e risultare stimolante, anche se sembra che la capacità sociale di scambiare due parole con leggerezza si stia perdendo sempre più.
Pane condiviso, lingua condivisa
È probabile che una delle cause sia l’aumento delle persone con difficoltà nelle interazioni sociali: condizioni di neurodiversità come autismo, iperattività, disturbi dell’attenzione o ansia sociale possono trasformare in una vera e propria sfida un breve scambio informale in un’atmosfera amichevole con estranei o conoscenti casuali. Si è inoltre sviluppato un ampio dibattito sulla mancanza di autenticità dei convenevoli. Instagram ha rilevato che chi evita lo “small talk” preferisce conversazioni più profonde e significative, il cosiddetto “deep talk”.Il primo a parlare di “comunicazione fàtica” è stato l’antropologo Bronisław Malinowski già nel 1923, per definire la pratica altamente funzionale di instaurare o mantenere un contatto mediante una breve conversazione, una sorta di “comunione che non si realizza condividendo il pane, ma condividendo il linguaggio”. I contenuti non hanno un vero e proprio scopo e sono irrilevanti dal punto di vista del significato, come i saluti formali e i convenevoli con domande sulla salute o le osservazioni su ovvietà come il tempo che fa.
Tipicamente tedesco?
Sarà un problema tedesco questa incapacità di fare small talk? Sulle differenze culturali nel comportamento durante le conversazioni sono stati effettuati dei sondaggi non rappresentativi, ai quali hanno partecipato persone che hanno viaggiato molto, selezionate in maniera casuale.Secondo queste indagini, a differenza degli inglesi, veri e propri maestri di small talk, i tedeschi risultano un po’ goffi, perché troppo seriosi e oggettivi nella scelta dei temi. Per i francesi, in queste brevi conversazioni conta mostrarsi il più possibile spiritosi e colti, mentre gli americani sfruttano l’occasione per diffondere il loro immotivato entusiasmo.
Anche in Asia la conversazione informale è vista come un’importante tecnica culturale, per la quale valgono poche semplici regole: cibo, calcio, sport e tempo sì; malattie, politica, preoccupazioni, religione no. Rifiutarsi di scambiare due parole durante in occasioni di socialità o incontri casuali è considerato scortese in tutto il mondo. Ecco perché Internet è pieno di consigli e trucchi per superare la fobia dello small talk ed esistono anche decine di manuali destinati ai più timidi e introversi.
Chiacchiere sotto pressione
Sostenendo con premura chi ha difficoltà a scambiare due parole, si dimentica tuttavia un’altra categoria di persone: quelle moderatamente estroverse e senza problemi, che nel quotidiano si trovano sempre più spesso a fare quattro chiacchiere anche al posto di chi allo small talk è proprio allergico. E siccome c’è sempre più gente che, con la scusa della propria neurodiversità, in compagnia sceglie il silenzio, ecco che la pressione su chi è disposto a fare un po’ di conversazione, invece, aumenta.
La cortesia prima di tutto
Anche per chi ha esperienza nei convenevoli, le occasioni di socialità possono rivelarsi stancanti e a volte preferiremmo tacere e restarcene in santa pace, ma per evitare questa grave scortesia ci facciamo forza e due parole le diciamo, anche perché lasciare il nostro interlocutore a continuare il suo small talk da solo, semplicemente non rispondendo, ci farebbe stare molto peggio rispetto al superare la riluttanza a parlare e riflettere su qualche osservazione non impegnativa.
Questa rubrica quindicinale è dedicata alla lingua come fenomeno socioculturale: come si evolve? Che rapporto hanno autrici e autori con la “loro” lingua? Qual è la sua influenza sulla società? Scrivono per questa rubrica editorialisti o persone con un legame professionale o di altro genere con la lingua, scegliendo un tema d’interesse personale che tratteranno per sei uscite.
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