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Lingua e linguaggi
Padri snaturati e madri di famiglia

Nella grafica sono raffigurati a sinistra due corvi con i becchi congiunti e sulla destra una foto di Bettina Wilpert, autrice dell'articolo.
Contrariamente alla loro reputazione, i genitori corvi sono tutt’altro che snaturati e accudiscono i loro piccoli in maniera amorevole e paritaria. | © mauritius images / William Mullins / Alamy / Alamy Stock Photos

Sulle madri ricadono infinite aspettative sociali. Così è stato in passato e così è spesso ancora oggi. La nostra nuova editorialista Bettina Wilpert propone uno sguardo critico sugli schemi mentali e sulle espressioni figurate che circondano la maternità, chiedendosi perché si parli di “madre corvo” senza mai declinare il concetto al maschile.

Di Bettina Wilpert

Una volta, camminando per strada con mia figlia nel passeggino, ho tirato fuori il cellulare, scatenando la reazione di un anziano passante che, gesticolando, mi ha fatto segno che ero fuori di senno. A quel punto mi sono fermata, chiedendogli quale fosse il problema, e lui, continuando a gesticolare, mi ha dato della “Rabenmutter” [letteralmente “madre corvo”, che in tedesco equivale a madre degenere, snaturata, N.d.T]. Questo perché, in presenza di mia figlia, avevo osato guardare le e-mail.

Brutta figura assicurata

È proprio vero che Germania, da madre, come fai sbagli: o hai allattato troppo o l’hai fatto troppo poco; riguardo al rientro al lavoro dopo la maternità, sarà stato troppo presto, oppure avrai aspettato troppo. Il fatto è che le aspettative sociali sulla genitorialità si concentrano principalmente sulle madri, tradendo schemi mentali palesemente sessisti e patriarcali, tant’è vero che il concetto tedesco di “madre corvo”, al maschile, non esiste.

L’evoluzione del ruolo materno

Il mito tedesco attorno all’immagine materna si è evoluto nel tempo, affondando le radici in Jean-Jacques Rousseau e nel suo romanzo pedagogico Emilio o dell’educazione (1762), che contrastò la consuetudine borghese di affidare l’allattamento dei bambini alle balie per riassegnarlo alle madri, naturalmente predisposte ad allattare e prendersi cura della prole, ripristinando il ruolo della donna casalinga e madre.

Secoli dopo, durante la dittatura nazista, la figura materna venne idealizzata: Johanna Harrer, nazionalsocialista convinta, scrisse un manuale pedagogico perfettamente in linea con l’ideologia corrente, intitolato La madre tedesca e il suo primo figlio, sottolineando come il ruolo della donna fosse quello di mettere al mondo figli e occuparsi della loro educazione.

Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, nella Germania occidentale si affermò il modello della famiglia monoreddito: madre casalinga, impegnata a gestire la casa e i figli, e padre lavoratore, destinato a provvedere al sostentamento economico della famiglia. Ancora oggi, la responsabilità di prendersi cura dei figli viene attribuita principalmente alle madri.

Diversa la situazione nella Germania dell’Est: erano molte le donne lavoratrici e i nidi d’infanzia erano diffusi in maniera capillare, ma l’attività di cura era per lo più di competenza femminile e quindi le donne si sono trovate a dover conciliare lavoro e famiglia, come diremmo ora.

La lunga strada verso la parità

In antitesi alla “madre corvo” c’è il padre di famiglia, un concetto nel quale riecheggia la tradizione patriarcale del capofamiglia. Anche se in Germania non si può più parlare di classico patriarcato, siamo ben lontani da una parità di diritti in famiglia: le madri prendono un congedo parentale più lungo dei padri, e nel 2024, stando ai dati dell’Ufficio Federale di statistica, la percentuale di padri in congedo parentale è addirittura scesa per la prima volta al 25,8%. Le donne lavorano più frequentemente in part time, risultando quindi più soggette a difficoltà economiche in età avanzata. Per molte donne resta poi il problema di non essere economicamente indipendenti, e quindi, ad esempio, di non potersi separare da un partner violento senza ripercussioni sul portafoglio. Un circolo vizioso che spesso inizia con il primo figlio.

All’insegna della passività

Dal punto di vista linguistico, il tedesco assegna alla donna un ruolo passivo e dipendente, attribuendo invece all’uomo la forma attiva, per cui per la madre esistono espressioni come “Sie hat einen Braten in der Röhre”, ha un arrosto in forno, cioè sfornerà un bambino, o “Sie ist von seinem Kind schwanger”, aspetta un figlio da lui, o ancora “Er hat das Kind gezeugt”, come se il bambino l’avesse concepito solo il padre. Per non parlare di frasi al passivo come “Das Kind wurde geboren”, il bambino è stato partorito; del resto si è anche detto per molto tempo che la parte principale stava nel seme dell’uomo, trascurando con quelle costruzioni passive il ruolo essenziale e la prestazione fisica di chi un figlio lo partorisce, dopo averlo portato in grembo per i nove lunghi mesi di gravidanza.

Per il momento del parto, poi, la lingua tedesca si colora di paura, in espressioni come “Dammriss”, la lacerazione perineale, “Wochenfluss”, le perdite post-partum, o “​​​​​​​Wehen”, quelle doglie che già nel termine evocano tutto il dolore del travaglio; in ostetricia, infatti, si preferisce parlare di “​​​​​​​Wellen”, le ondate delle contrazioni.

E poi ci sono parole che sembrano riflettere un’ossessione materna, come “​​​​​​​Muttermilch”, il latte materno, “​​​​​​​Mutterkuchen”, la placenta, che in tedesco sarebbe letteralmente la “torta materna”, “Mutterinstinkt”, l’istinto materno (che peraltro non esiste). Da un lato, sembra trasparire un’ideologia che attribuisce alla madre tutta la responsabilità nei confronti del bambino; dall’altro, il termine “latte materno” riflette un pensiero binario di genere, perché tecnicamente possono allattare anche i padri trans. Non sarebbe più bello parlare semplicemente di “breast milk”, il latte del seno, come in inglese?
 
Lingua e linguaggi
Questa rubrica quindicinale è dedicata alla lingua come fenomeno socioculturale: come si evolve? Che rapporto hanno autrici e autori con la “loro” lingua? Qual è la sua influenza sulla società? Scrivono per questa rubrica editorialisti o persone con un legame professionale o di altro genere con la lingua, scegliendo un tema d’interesse personale che tratteranno per sei uscite.

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