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Lingua e linguaggi
Oggi è domani

Un murales sulla parete dell'edificio dell'ex Kunsthaus Tacheles, con la scritta: Quanto dura adesso?
© picture alliance / dpa | XAMAX

Perché? Quando? Cosa?
Le figlie di Bettina Wilpert cominciano a scoprire il mondo e a fare domande anche sulle particolarità della lingua tedesca. Estremamente stimolante per i genitori, ma a volte anche faticoso, perché non tutte le spiegazioni sono semplici da dare.

Di Bettina Wilpert

La mia bambina di un anno sta imparando a parlare. Da madre femminista, non potrei essere più orgogliosa, dato che la sua prima parola è stata il «no». La usa soprattutto quando le offro cibi sani. A parte le banane, non c’è frutto o ortaggio anche solo avvicinabile alla sua bocca. Oltre a questo, finora nel suo vocabolario ci sono le parole haben (avere) e un allegro Hallo! (ciao), che rivolge (pronunciandolo senza l’H davanti) a chiunque incontriamo per strada. Com'è bello reagire in modo così aperto a tutte le persone, con la beata ignoranza di chi non sa ancora nulla degli orrori del mondo!

Curiosità e inventiva

La lingua tedesca non è così semplice da imparare, nemmeno per chi è di madrelingua: l’altra mia figlia, di quattro anni, ha capito come si forma il passato prossimo: Ich habe gespielt (ho giocato), ich habe Mittagsschlaf gemacht (ho fatto il riposino), ich habe Peppa Wutz geguckt (ho guardato Peppa Wutz), ich bin in die Kita “gelauft” (sono andata all’asilo) – ups, in realtà il verbo laufen è irregolare, ma lei non lo sa ancora.

Ogni tanto inventa parole nuove: Der Strauch “dornt” ganz schön, che potrebbe a corrispondere a “il cespuglio spina molto”, oppure esseri strani e interessanti nei giochi di ruolo: Ich bin das “Schulkindeinhorn” und du die Mama, ossia “io sono l’unicorno scolaro e tu sei la mamma”. Okay, in fin dei conti avevo sperato di non dover giocare troppo al classico mamma-papà-e-figlio con lei.

Le mie figlie mi costringono continuamente a rimettere in discussione la mia visione del mondo. Circa un anno fa mia figlia era nella fase dei perché:

«Perché piove?»
«Perché gli alberi hanno sete.» 

«Perché devi andare a lavorare?» 
«Perché devo guadagnare dei soldi.»

«Perché quel bambino sta lì?» 
«Non ne ho idea.»

Spiegare anche il peggio

Non tutte le domande hanno una risposta facile. Ogni mattina, quando andiamo all'asilo, passiamo davanti a tre pietre d'inciampo. Mia figlia le ha notate solo quando, per la Giornata Internazionale della Memoria dell'Olocausto, sono stati deposti fiori e candele. Mi ha chiesto cosa fossero e io le ho spiegato che lì avevano vissuto delle persone che erano morte. «Perché?» «Perché un tempo, qui, delle persone molto cattive hanno ucciso altre persone solo perché non gli andavano a genio.» Aspetta, ricominciamo da capo: «In realtà non erano [tutti] così cattivi, [alcuni] erano persone normali, anche i tuoi nonni lo erano e, beh, comunque non si dovrebbe uccidere nessuno!». Come si spiega l’Olocausto a un bambino piccolo?

Quando diventa presente il futuro?

Un argomento che interessa molto mia figlia in questo momento è il tempo, per il quale ha cominciato a sviluppare una certa comprensione. Ogni mattina si sveglia e chiede: «Cosa facciamo oggi? Chi mi porta all’asilo? Chi viene a prendermi?» E la sera: «Chi mi mette a letto oggi? Cosa facciamo domani?» «Per domani non abbiamo ancora programmi.» «E dopodomani cosa facciamo?» «Dopodomani vedremo la tua amica Alma», le rispondo. Comincia a collocare il passato e il futuro ma non sa ancora esattamente quanto tempo ci vuole fino a domani. Domani, dopodomani, nel fine settimana, durante le vacanze: sono tutti concetti vagamente collocabili nel futuro.

Una mattina mi ha chiesto di nuovo: «Cosa facciamo oggi?» «Oggi non abbiamo ancora programmi.» «Ma pensavo che avremmo incontrato Alma.» «No, incontreremo Alma domani.» «Ma oggi è domani», è stata la sua risposta.

Il tempo va avanti e indietro

Nella teoria narrativa si distingue tra tempo del racconto e tempo della storia: il primo comprende il periodo di tempo necessario al narratore per raccontare una storia, ovvero il tempo necessario nella realtà per leggere il testo; il tempo della storia, invece, indica il periodo di tempo in cui avvengono i fatti della storia, non è legato a tempi e luoghi reali. Per questo motivo, in un romanzo può esserci la frase «Domani era Natale». Ma non era appena stata Pasqua? Forse il tempo non è poi così lineare come ci piace immaginare.

Christiane Rösinger una volta cantava: «Ognuno vive nel proprio mondo, ma il mio è quello giusto». E nel mondo di mia figlia, oggi è proprio domani..
 
Lingua e linguaggi
Nella nostra rubrica "Lingua e linguaggi” ci dedichiamo ogni due settimane alla lingua come fenomeno culturale e sociale. Come evolve la lingua, quale atteggiamento hanno scrittori e scrittrici nei confronti della “loro” lingua? In che modo la lingua influenza la società? Editorialisti, persone che hanno un legame professionale o particolare con lingua si alternano in queste pagine, approfondendo un loro tema personale nel corso di sei puntate.

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