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Humboldt Forum
Nuove attuali prospettive per la cultura

Hartmut Dorgerloh all'inaugurazione della mostra "L’inarchiviabile" a Roma presso il Kunstraum Goethe.
Hartmut Dorgerloh, direttore generale dell'Humboldt Forum di Berlino, è stato ospite il 26/10/2021 all'inaugurazione della mostra “L'inarchiviabile” al KunstRaum del Goethe-Institut di Roma. | © Goethe-Institut Rom | Foto (dettaglio): Francesco Cicconi

Hartmut Dorgerloh, direttore generale dell'Humboldt Forum di Berlino, è stato ospite all’inaugurazione della mostra “L'inarchiviabile” al KunstRaum del Goethe-Institut di Roma. Con lui abbiamo parlato dell’Humboldt Forum, della rielaborazione del colonialismo in Europa, della restituzione dei beni depredati e del cambio di prospettiva culturale, necessario oggi più che mai.

Di Sarah Wollberg

Un cordiale benvenuto al Goethe-Institut Rom. Ha visitato nel nostro KunstRaum la mostra “L'inarchiviabile”. Che impressione ne ha ricevuto?

Sono posizioni artistiche molto stimolanti, che mostrano quanto siano diversi gli approcci nel trattare questo importante patrimonio, sia esso rappresentato dalle collezioni museali sia dalle questioni e dai problemi di grande attualità.

Il motto del Goethe-Institut in tutto il mondo è “Lingua. Cultura. Germania”. Come può in particolare il linguaggio contribuire ad evitare la discriminazione, il razzismo e le visioni unilaterali?

Il linguaggio riflette sempre lo stato della società e del nostro dibattito sociale. Vent’anni fa, quando furono prese le decisioni in merito all’Humboldt Forum, si parlava delle collezioni “extraeuropee” che sarebbero arrivate nell'Isola dei Musei di Berlino per costruire un grande museo universale. Oggi non uso più il termine collezioni “extraeuropee”. Se vogliamo davvero uscire dal punto di vista eurocentrico, dobbiamo iniziare dal nostro linguaggio.

All’inaugurazione dell'Humboldt Forum, il presidente federale Frank-Walter Steinmeier ha detto: “Quando si tratta dell’epoca coloniale, noi tedeschi, in altre occasioni molto consapevoli della storia, abbiamo troppi vuoti. Abbiamo punti ciechi nella nostra memoria e nella nostra autopercezione”. Perché?

Credo che per la Germania dipenda dal fatto che, comprensibilmente, negli ultimi decenni ci siamo occupati molto intensamente della rielaborazione del nazionalsocialismo e poi anche della storia tedesca più recente: la rielaborazione di quanto successo nel periodo della Stasi e della dittatura della DDR è stato un argomento importante. La storia coloniale tedesca è finita ufficialmente nel 1918 con la fine della Prima Guerra Mondiale, che, tra l'altro, è anche troppo poco presente nella coscienza dei tedeschi. Ora ci sono determinati sviluppi globali: la migrazione, grande parola chiave, ma anche la globalizzazione, la creazione di una rete dei nostri sistemi economici e, soprattutto, la consapevolezza che oggi dobbiamo risolvere le grandi questioni globali del nostro tempo, cambiamenti climatici inclusi.

L’autrice Chimamanda Ngozi Adichie ha trovato parole chiare nel suo discorso all’inaugurazione dell’Humboldt Forum. Ha chiesto se gli scolari tedeschi sanno del genocidio degli Herero e dei Nama in Namibia e ha detto che raccontare loro solo una parte della storia è in definitiva una bugia. In che modo l’Humboldt Forum può contribuire a raccontare questa storia nella sua interezza?

All’Humboldt Forum in una mostra temporanea abbiamo esposto, tra le altre cose, i libri di testo. Il titolo della mostra è Questione di punti di vista. Lì si può vedere che i libri di testo fino ad oggi hanno prospettive molto occidentali, bianche e postcoloniali. Questo chiaramente deve cambiare. Non dobbiamo più scrivere degli altri da una prospettiva tedesca nei nostri libri di testo, ma aprire questa forma di materiale di insegnamento e apprendimento alle posizioni degli altri, non parlando più degli altri, ma ascoltando gli altri.
 


A che punto siamo nel dibattito sulla restituzione dei bronzi del Benin da parte dell’Humboldt Forum?

I Musei Nazionali di Berlino hanno preso una decisione fondamentale: ci saranno sostanziali restituzioni, tra l'altro anche da altri musei tedeschi. L’Humboldt Forum è stato certamente una sorta di catalizzatore di questo processo, perché è chiaro che i bronzi del Benin non possono più essere esposti nel modo in cui lo erano venti, trenta o forse anche solo cinque anni fa. È un dibattito internazionale che sta approdando a risultati concreti. È un processo che verrà deciso insieme ai partner in Nigeria. Sono molto possibilista sui risultati. Penso che le restituzioni efficaci siano sempre l'inizio di una nuova cooperazione. Non si tratta di liberarsi della storia coloniale con la restituzione. Non è così che si chiude la questione! Alcuni partner, non solo in Nigeria, dicono anche: “Questi sono importanti testimoni della nostra cultura, della nostra tradizione e della nostra storia. Vogliamo che rimangano esposti nei musei, in Occidente, in Europa, in America”. Ma quali pezzi devono essere esposti e in che modo è deciso dai partner, in questo caso dalla Nigeria. Oltre alla restituzione materiale, c'è anche il rimpatrio digitale, la possibilità di circolazione o un prestito a tempo indeterminato. Sono sicuro che l’Humboldt Forum sarà un luogo dove molte di queste possibilità potranno essere sperimentate nei prossimi anni.
 

Berlino è (di nuovo) il centro di un dibattito globale in cui molto si sta muovendo in questo momento. Una grande responsabilità dopo la Conferenza di Berlino del 1884/85. Dove saranno tra dieci anni l’Humboldt Forum e i nostri dibattiti sul colonialismo?

Spero che tra dieci anni la rielaborazione del patrimonio coloniale avrà fatto un significativo passo avanti, non solo nei musei ma nella società intera. Che la gente ne sia a conoscenza, che se ne occupi intensamente, che soprattutto si occupi anche degli effetti dello sfruttamento e dell’oppressione coloniale nel mondo fino ad oggi. Non si tratta solo di guardare indietro, ma anche della domanda “Come possiamo oggi raggiungere una vita più giusta e migliore nella nostra collettività?”. Mi auguro che i musei etnologici possano svolgere una sorta di ruolo pionieristico in questo ambito.

Come si trova nella posizione di direttore generale di uno dei grandi progetti più criticati in Germania, l’Humboldt Forum?

Come Humboldt Forum, abbiamo la possibilità di portare davvero questo argomento all’attenzione di un vasto pubblico. Soprattutto perché il luogo è così problematico, anche nello scontro sull’architettura con le facciate del palazzo ricostruito. Credo che l’Humboldt Forum abbia molte più opportunità che rischi.

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