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Tutto passa, tranne il passato
Per fare pace col passato coloniale, partiamo dai musei

Reperto dell’ex Museo Coloniale di Roma
Reperto dell’ex Museo Coloniale di Roma | © Goethe-Institut Italien | Foto: Maik Reichert

Raccontare la storia delle opere nella sua interezza, dando spazio tanto alle glorie quanto ai crimini, è la rivendicazione emersa durante il festival online “Tutto passa tranne il passato”, organizzato dal Goethe-Institut e dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Di Kibra Sebhat

“I musei stanno morendo”. Lo sentenzia l’artista Grace Ndiritu ogni volta che le viene chiesto di descrivere la condizione dei musei, la loro capacità di realizzare una narrazione completa sull’origine delle opere che custodiscono e la loro disponibilità ad accogliere nuovi metodi di trasmissione delle conoscenze, partendo dalla condivisione di emozioni e sentimenti. Da questo verdetto, Ndiritu ha costruito un metodo di lavoro che passa dallo sciamanesimo e che arriva fino a workshop rivolti non solo al pubblico e ai curatori delle mostre, ma anche a tutte le figure professionali del contesto museale, dagli addetti alla biglietteria ai commessi del bookshop, dai camerieri della caffetteria agli inservienti per le pulizie.
 
Durante il festival Tutto passa tranne il passato / Everything passes except the past, ideato dal Goethe-Institut e realizzato, per la tappa italiana del 2020, con la Fondazione torinese Sandretto Re Rebaudengo, si è discusso delle diverse pratiche messe in atto da ricercatori, artisti, attivisti che vogliono mantenere vivo il rapporto tra i cittadini e la loro storia.

Il soggetto attraverso il quale sono passate tutte le riflessioni è stato proprio il museo. Simbolo di prestigio, per la tradizione europea-nordamericana, oggi ha un futuro incerto. La preoccupazione per le sue sorti ha messo in moto un confronto internazionale: chi è rimasto escluso, per secoli, dalle scelte sugli allestimenti e sull’offerta culturale? Come fare per instaurare un dialogo più inclusivo con il pubblico, a partire dalla gestione del patrimonio che si è venuto a creare durante il periodo della colonizzazione?

Restituzione o trasferimento temporaneo?

La giornata del 17 ottobre 2020 ha offerto la preziosa occasione di osservare tre realtà italiane: Torino, Roma e Milano sono state protagoniste di diversi filoni di discussione, che, insieme, fanno quasi sperare che si possa parlare del panorama italiano come di un elemento unico. A introdurre i lavori, Bénédicte Savoy, docente di Storia dell’arte moderna all’Università tecnica di Berlino e di Storia culturale del patrimonio artistico in Europa del XVIII e XX secolo al Collège de France di Parigi, nota per la sua decisa posizione a favore della restituzione delle opere africane ai paesi di appartenenza. Al suo fianco, Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino. Dallo scambio serrato tra i due rappresentanti europei, sostenitori di posizioni opposte, è emersa quella di Didier Houénoudé, professore di Storia dell’arte all’Università Abomey-Calavi nel Benin: il rientro incondizionato delle opere nei loro Paesi d’origine. Una richiesta che gli intellettuali del continente africano portano avanti da oltre quarant’anni.

Il direttore del Museo Egizio, prossimo ai duecento anni dalla fondazione, lancia allora una sfida: se i tesori egizi in esso custoditi e ormai parte dell’identità italiana tornassero in Egitto per un tempo stabilito, ad esempio 5 anni, potrebbe essere questo il primo passo per una collaborazione sopranazionale capace di superare confini e proprietà statali?

La voce degli afrodiscenti

Le voci femminili che hanno descritto il contesto milanese e romano, invece, sono Simona Berhe, ricercatrice dell’Università Statale e Rosa Anna di Lella, antropologa culturale. La prima fa parte del comitato scientifico che sta lavorando al riallestimento della collezione permanente del Mudec, Museo delle Culture di Milano; la seconda è curatrice del Museo Italo Africano, la nuova sezione del Museo delle Civiltà dedicata all’eredità del colonialismo italiano, a Roma. In due panel diversi, le esperte hanno spiegato lo sforzo innovativo delle proprie squadre di lavoro: da una parte il coinvolgimento delle comunità della diaspora del Corno d’Africa e del Nordafrica, dall’altra l’accessibilità ai reperti strappati con la violenza ai loro luoghi d’origine. A Milano il Mudec ha realizzato un’attività di museologia partecipata che ha messo al centro lo sguardo degli afrodiscendenti, per leggere in anteprima l’effetto che la nuova esposizione avrebbe potuto avere sui visitatori. A Roma la parola d’ordine è stata “condivisione”. Il lavoro di inventario e digitalizzazione dei dati ha creato le condizioni di base per la restituzione, prima di tutto, delle informazioni necessarie per ricostruire i tasselli che legano il Belpaese all’Eritrea, all’Etiopia, alla Somalia e alla Libia. I risultati si potranno valutare solo nel 2021, ma questo “nuovo” inizio era la premessa di cui avevano bisogno i musei per essere considerati luoghi disponibili all’ascolto. Di tutti.
 
Mentre alcune statue vengono macchiate di vernice o abbattute e altre messe al sicuro nei magazzini dei musei (di nuovo loro), affinché l’opinione pubblica non possa metterne in discussione la legittimità, come ha spiegato con passione l’artista peruviana Daniela Ortiz nell’ultimo panel, in Italia cerchiamo ancora di costruire una storia comune. Perché tutto passa, tranne il passato.

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