Berlinale 2018: il blog Sette cose da sapere sulla Berlinale

“Toppen av ingenting” di Axel Petersén, Måns Månsson
Léonore Ekstrand in “Toppen av ingenting” (The Real Estate), film svedese in competizione di Axel Petersén e Måns Månsson | Foto (particolare): © Pierre Björk

Spettacolare, dimenticata, memorabile e utopistica. Perché la Berlinale è quello che è?

Il fattore fungo riscaldante: quando una lacuna diventa un asso

Dopo Cannes e Venezia, la Berlinale è senza dubbio al top dei festival internazionali del cinema. Ma mentre Cannes a maggio risplende tra glamour, star e arte cinematografica, e Venezia, il primo festival in assoluto, a fine estate brilla tra romanticismo e relax, che fa la Berlinale? A livello meteorologico la capitale tedesca ha davvero poco da offrire nel gelo di febbraio, solitamente neanche il fascino della neve, quindi altro che brindisi all’ombra di una palma: sul red carpet solo brividi e birra tedesca sotto un fungo riscaldante.

Il fattore pubblico: a noi piace Ciò che abbiamo

Folla di spettatori accalcati nel Berlinale Palast Folla di spettatori accalcati nel Berlinale Palast | Foto (particolare): © Jan Windszus, Berlinale 2017 Quantità di star ed effetto glamour, nel confronto, si attestano a livelli modesti, eppure con i 330.000 biglietti venduti ultimamente e ben mezzo milione di spettatori in sala, la Berlinale è il primo festival del mondo quanto a pubblico. A chi ci viene, piace. Ma perché questo successo? Un sondaggio effettuato nel 2017 ha indicato che il 90% degli intervistati, accanto a una piacevole atmosfera e film straordinari, alla Berlinale trova cose “che altrimenti non vengono offerte”, mentre non sembra sentire la mancanza delle cose offerte a malapena anche dalla Berlinale: solo l’1% ha dichiarato infatti di andare al festival per incontrare star e vip. Per fortuna!

Il fattore brividi: Chi gela sul red carpet?

Davanti al Berlinale Palast Davanti al Berlinale Palast | Foto (particolare): © Alexander Janetzko, Berlinale 2017 Chi vuole scherzarci su dice che alla Berlinale, rispetto agli altri festival, le star scarseggiano perché fa un freddo cane, ma è una battuta per modo di dire, perché è vero che molte star di Hollywood evitano la sfilata sul red carpet davanti al Berlinale Palast. Chi oserà nell’edizione 2018 la passeggiata sul tradizionale tappeto “rosso Berlinale” (in codice il RAL 30011500), sfidando gelo e intemperie? Ci saranno Tilda Swinton, Robert Pattinson, Isabelle Huppert, Franz Rogowski, Marie Bäumer, l’orso d’oro alla carriera Willem Dafoe e molti altri. C’è da dire che fino al 1978 il festival era a giugno, ma poi è stato spostato in inverno per distanziarlo maggiormente da Cannes, che ogni anno si svolge a maggio, e così da allora i brividi sono entrati a pieno titolo nella tradizione della Berlinale.

Il fattore donna: parità di genere!

Se fosse per Anna Brüggemann, l’immagine della donna che muore di freddo in un abitino super leggero sarebbe già tramontata: l’attrice lancia l’hashtag #nobodysdoll per incitare ad abolire il dress code da passerella al festival: “Chi ha sperimentato personalmente la differenza tra una serata in sneaker e giacca avvolgente oppure tacchi a spillo e vestitino succinto sa benissimo di cosa parlo”. La Berlinale conferma che sessismo e dibattito sul #MeToo sono già approdati al festival: nella selezione dei film è stata posta particolare attenzione a scene sessiste, ma anche alla discriminazione in generale. Le cifre parlano chiaro: secondo i dati statistici di quest’anno, appena 1/3 dei film presentati, ossia il 32,9%, portava la firma di una regista. Le donne hanno girato 1/6 delle produzioni in concorso, 4 su 24. In 67 edizioni della Berlinale sono 5 gli Orsi assegnati alle donne, di cui uno nel 2017 all’ungherese Ildikó Enyedi per On Body and Soul.

Il fattore politico...

C’è chi dice che l’approccio decisamente politico della Berlinale derivi da una nevrosi, una sorta di offensiva su base ansiosa: non potendo puntare su spiagge, sole o star, diamo almeno un taglio politico. È vero, comunque, che la Berlinale ha avuto un’ispirazione politica fin dalla sua nascita, nel 1951, in una città in macerie che voleva proporsi come “finestra sul mondo libero” e “baluardo culturale contro il bolscevismo” e che per decenni è stata segnata dalla Guerra fredda. Solo dopo la caduta del Muro è venuto meno il clima di tensione culturale, ma anche oggi, dietro la grande macchina di un marketing sempre più marcato non si spegne la scintilla del festival che si propone di muovere qualcosa.

... E un po’ di filosofia canina

“Isle of Dogs” di Wes Anderson “Isle of Dogs” di Wes Anderson | Foto (particolare): © Twentieth Century Fox Per questo l’attuale edizione riguarda anche il nazionalismo e lo spostamento verso il centro della società, il coraggio civile, il superamento del passato, una gestaltung del presente e le utopie future. Per la prima volta la Berlinale si apre con un film d’animazione, Isle of Dogs di Wes Anderson. Forse, come afferma il direttore del festival Dieter Kosslick nel discorso di saluto, perché in questo film è un cane a fare il punto della situazione: “Chi siamo? E chi vogliamo essere?”.

Il fattore concorso: sorpresa!

“3 Days in Quiberon” di Emily Atef “3 Days in Quiberon” di Emily Atef | Foto (particolare): © Rohfilm Factory / Prokino / Peter Hartwig Ogni sezione della Berlinale ha le sue gemme, ma il pezzo forte è il concorso. Dei 24 film totali, provenienti da 24 Paesi, 19 sono in corsa per l’Orso d’oro, e tra questi 19 sono 4 le produzioni tedesche. Se una di queste dovesse portare a casa l’Orso d’oro, sarebbe l’8° assegnato alla Germania dall’inizio della Berlinale. Al momento in testa a tutti, con ben 13 Orsi d’oro vinti, ci sono gli USA. Nella storia del festival sono stati assegnati anche più Orsi d’oro: nel 1951 sono stati 5 i film vincitori del premio più prestigioso, nel 1987 ce ne sono stati 3, più volte 2 e nel 1970 invece l’Orso d’oro non è andato a nessuno: all’epoca o.k., il film sul Vietnam di Michael Verhoeven, aveva suscitato reazioni talmente forti che l’allora direttore del festival Alfred Bauer aveva deciso di interrompere il concorso.

Il fattore Dieter: solo acqua passata?

Il direttore del festival, Dieter Kosslick Il direttore del festival, Dieter Kosslick | Foto (particolare): Ulrich Weichert / Berlinale 2017 Già prima dell’avvio di quest’edizione è arrivata una notizia che ha destato clamore: Dieter Kosslick guida la giostra del festival dal 2001, anche se sembra una vita, ma l’era di questo papà del buonumore è destinata a concludersi a maggio 2019. Per questo 79 film maker tedeschi l’anno scorso hanno chiesto di sfruttare il cambio al vertice anche per avviare un nuovo corso a livello curatoriale e organizzativo, innescando un dibattito che ha assunto toni aspri, generando l’impressione che Kosslick praticamente non fosse idoneo come direttore. Tre mesi dopo, poco prima dell’avvio della 68a edizione, lui stesso ha dichiarato che era tutto acqua passata, ma Mr. Buonumore si è dimostrato stranamente riservato: “L’umorismo si è ridotto, i guastafeste non gradivano”. La lotta per il trono non potrà non lasciargli il segno.