“La nostra casa” va in tournée Bov Bjerg in Italia

Bov Bjerg
Bov Bjerg | Foto (particolare): © Milena Schlösser

Dal 10 aprile 2018, l’autore tedesco Bov Bjerg andrà in tournée per tutta l’Italia. Nel suo romanzo “La nostra casa” (Keller Editore), illustra la convivenza tra sei ragazzi e il momento in cui si rendono conto che la realtà non è rosea come avevano creduto. Con Gabriele Kreuter-Lenz, direttrice generale del Goethe-Institut in Italia, Bov Bjerg ha parlato delle esperienze personali che ha lasciato confluire in questo romanzo.

Ci sono due canzoni che fanno da fil rouge nel romanzo. La prima è quella orecchiabile del gruppo inglese Madness Our House, che si ritrova già nel titolo originale del libro, “Auerhaus”, e ne è la storpiatura nella pronuncia tedesca. La seconda è Birth, School, Work, Death dei The Godfathers, altra canzone anni Ottanta, perché i ragazzi non vogliono che la loro vita sia un semplice avvicendarsi di nascita-scuola-lavoro-morte. Per questo motivo vanno a vivere in una casa senza adulti, un luogo che battezzano Auerhaus. Non è solo la loro vita però che vogliono salvare. Soprattutto vogliono proteggere Frieder, il loro amico che ha tentato il suicidio.


Höppner vive in un paese senza nome nei pressi di una città senza nome del sud della Germania. Frequenta un liceo senza nome, quello più periferico della città, quello destinato ai “ragazzi dei paesi”. Due sere a settimana lavora in un allevamento di polli e sa già come va la vita, almeno quella dei pennuti, che preleva dalle gabbie e carica diligentemente sul camion diretto al macello. Stoccarda, Colonia, Berlino, o perfino Verona, sembrano distanti ma in realtà sono vicine, lontane soltanto un autostop.
L’amico migliore di Höppner è Frieder. Ed è da lui che tutto ha inizio. Figlio di contadini, Frieder ha una risposta filosofica per ogni quesito, che si tratti di un barattolo di caffè da rubare al supermercato o del tipo di bara migliore per il proprio funerale. Un bel giorno non viene a scuola, non si siede al posto vicino a Höppner, guarda caso proprio il giorno in cui il professore di tedesco parla del giovane Werther. Il giorno in cui Frieder tenta il suicidio. E si salva, ma solo perché il padre torna a casa in un orario insolito alla ricerca di un’ascia dimenticata.
Ma anche se la vita e la scuola vanno avanti come se niente fosse, tutto cambia per i ragazzi. Frieder deve staccarsi dai suoi genitori, dicono i medici, e dopo un breve ricovero nella clinica psichiatrica va ad abitare nella vecchia casa del nonno nel centro del paese, è lei La nostra casa, portando con sé i suoi amici come angeli custodi: un preoccupatissimo Höppner che teme che Frieder ci provi di nuovo, la bella e un po’ cleptomane Vera, Cäcilia, l’unica ricca di famiglia che si unisce a Vera per fuggire a sua volta da una casa, quella grande e vuota dei genitori che non ci sono mai. Completano il gruppo Harry, elettricista apprendista ma soprattutto gay, picchiato per questo e cacciato di casa dal padre italiano, che arrotonda spacciando erba e prostituendosi alla stazione di Stoccarda, e Pauline, bellissima piromane nota al personale della clinica psichiatrica, e forse grande amore di Frieder.

Come fossero i Mari del Sud

I sei ragazzi vivranno nella casa i loro giorni migliori raccontati dalla prosa di Höppner, a cavallo del loro esame di maturità, tra bravate più o meno gravi, feste leggendarie e tragicomiche vicende per evitare il servizio di leva. È bravo Bjerg a evocare fin dalla prima pagina la tragedia che inevitabilmente colpirà i ragazzi finita la scuola, finita l’Auerhaus, ma ancora di più è bravo a darci la speranza che questa tragedia non arriverà mai, anche con un finto finale a cui non crede nessuno, neanche Höppner mentre ce lo racconta, e che anticipa di pochissime pagine quello vero e struggente. È bravo a farci accorgere del tempo che fugge, ma a farci godere quello che stiamo vivendo, proprio come i sei ragazzi, a farci navigare con Höppner e Frieder su un materassino gonfiabile come “se fossero i Mari del Sud”, e invece “è solo un laghetto di cava”. Ben sapendo, lo sanno Höppner e Frieder, ma lo sappiamo bene anche noi, che con gli anni, con i giorni, basta aprire gli occhi come fa Frieder, e volerà via anche quello. Ed è proprio questa, forse, la morale della favola che è La nostra casa.
 
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