Freiraum Se il vulcano lo permette

Giuseppe Valente e gli ospiti da Amsterdam (Sophia Karimi) e Berlino (Yasser Almaamoun) guardano Napoli da Corso Vittorio Emanuele.
Giuseppe Valente e gli ospiti da Amsterdam (Sophia Karimi) e Berlino (Yasser Almaamoun) guardano Napoli da Corso Vittorio Emanuele. Da sinistra: Sophia Karimi, Giuseppe Valente, Yasser Almaamoun, Fabio Landolfo (urbanista, Napoli). | © Bianco-Valente

Napoli è la città con la più alta densità demografica d’Europa. Gli abitanti si creano regole proprie e sono abituati a organizzarsi quotidianamente in spazi molto piccoli. Quali sono gli spazi liberi in una città in cui regna la carenza di spazio?
 
Per rispondere a questa domanda i partner del progetto “Freiraum”, Sophia Karimi e Yasser Almaamoun, sono partiti da Amsterdam per raggiungere la metropoli partenopea a fine maggio 2018, e si sono confrontati con l’angustia degli spazi, lo spirito di rassegnazione e l’energia della città di Napoli.

Nella raccolta di brevi racconti di viaggio Neapel – Lieblingsorte/ Napoli – I luoghi del cuore Maria Carmen Morese narra anche della scrittrice Elena Ferrante, che grazie alla tetralogia L’amica geniale ha portato nuovamente questa città dell’Italia meridionale nella coscienza europea. “In tempi passati l’immagine di Napoli è stata già determinata dalla letteratura” scrive Morese, riferendosi ovviamente a Goethe e al suo Viaggio in Italia. “In seguito sono arrivati i film e l’immagine della città ne ha risentito in termini negativi. Con Ferrante la letteratura ha di nuovo voce in capitolo.”

E qual è stata per lungo tempo l’immagine di questa città? Il mare? La camorra? La pigrizia del sud? Morese narra come Lenù e Lina, le protagoniste del romanzo di Ferrante cresciute negli anni Cinquanta in un quartiere non meglio definito della città, vedano il mare per la prima volta da Castel dell’Ovo, all’età di 13 anni: “Perché la vista dell’azzurro del golfo è solo per i fortunati dei quartieri di Chiaia e Posillipo”, commenta laconicamente, citando il titolo del romanzo di Anna Maria Ortese Il mare non bagna Napoli: “Chi vive nei vicoli più bui” – scrive– “non si rende neanche conto che Napoli è una città di mare. Lo splendore delle onde, per loro, è soltanto una parola, o nel migliore dei casi un vago sogno”.

Il mare non bagna Napoli Bianco-Valente: Il mare non bagna Napoli, 2015, Lettere in ferro verniciato, cm 25X567X1, Collezione permanente Museo Madre | Bianco-Valente, Museo Madre, Napoli

SPAZIO LIBERO: MERCE RARA E GENERE DI LUSSO

Non desta meraviglia che a Morese vengano in mente molte cose di Napoli e del mare, del buio nei vicoli e degli scorci luminosi colti dal quartiere borghese del Vomero, dove il panorama sul mare è gratuito, l’affitto per i più però quasi inaccessibile. E naturalmente all’autrice, che allo stesso tempo è anche direttrice del Goethe-Institut di Napoli, vengono in mente molte altre cose sulla libertà e lo spazio libero: nel quartiere chic di Chiaia, dove presso Palazzo Sessa si trova il Goethe-Institut, il mare è onnipresente, e il mare significa libertà e allo stesso tempo ampiezza; guardando il mare si può dare libero sfogo ai propri pensieri.

Completamente diversa sembra essere invece l’atmosfera nelle viuzze dei limitrofi e modesti Quartieri Spagnoli, o del quartiere Sanità, reso malsicuro dalla camorra. Da queste parti, chi esce in strada da un alloggio angusto si ritrova in vicoli altrettanto angusti. Lo spazio libero è merce rara. Anche per questo motivo il Goethe-Institut di Napoli, con il partner scelto per il progetto, è partito chiedendosi come si viva in una città in cui lo spazio è tanto poco. “Gli abitanti di Napoli reagiscono all’alta densità di popolazione e alla ristrettezza degli spazi con uno stile di vita caratterizzato da grande tolleranza”, si legge con una certa meraviglia nella bozza del progetto Freiraum. Anche questo ha un prezzo però: “Le costruzioni abusive vengono considerate una reazione alle rigide regole statali e un diritto da esercitare per ampliare il proprio spazio vitale, ma si può davvero parlare di libertà?”.

CONFINI CONTINUAMENTE SPOSTATI E SENZA REGOLE

La domanda da porsi, quindi, sarebbe piuttosto: Ci può essere libertà senza spazio libero? Nei Quartieri Spagnoli, se ci si deve spostare, si usa occupare con le proprie sedie il parcheggio trovato a fatica o con un pizzico di fortuna. È una rivendicazione della strada a spese di chi il parcheggio lo sta ancora cercando, ma nessuno si mette a discutere con chi fissa col nastro adesivo due sedie di plastica per occuparlo. Così come nessuno dice nulla ai venditori ambulanti che si allargano con la propria merce sulla strada. “Qui ognuno sonda i propri confini e valuta fin dove può spingersi” – dice la coordinatrice dei programmi culturali Johanna Wand, arrivata 11 anni fa a Napoli dalla Turingia – “e così in città i confini vengono spostati di continuo”. Un altro esempio è dato dai piccoli affacci o dai balconi con cui gli abitanti dei bassi, gli appartamenti bui e spesso umidi a piano terra, estendono il proprio spazio abitativo a scapito del suolo pubblico. Quella che dal punto di vista degli abitanti è una strategia di sopravvivenza viene però vista dalle autorità cittadine come una privatizzazione del suolo pubblico, peraltro già ridotto. “Questi sconfinamenti sono all’ordine del giorno” – racconta Johanna Wand – “e per un osservatore esterno i criteri utilizzati restano un mistero”.

Anche il video girato dagli artisti Bianco-Valente su incarico del Goethe-Institut di Napoli per illustrare il quesito formulato nell’ambito del progetto Freiraum documenta questi spostamenti di confini da parte di commercianti che occupano con le proprie merci muretti e sporgenze. Nessun angoletto, per quanto piccolo, è al riparo dall’appropriazione da parte di qualcuno e nemmeno davanti ai tetti si ferma quest’espansione selvaggia, come dimostra il panorama da Castel Sant’Elmo, ovvero dal Vomero verso la città sottostante.

DELL’ANGUSTIA E DEL LIBERO SPAZIO DI UN ATELIER: IL DUO ARTISTICO BIANCO-VALENTE

In un soleggiato mattino di maggio Maria Carmen Morese e Johanna Wand si incontrano in via Spaccanapoli, nel centro storico, con il duo artistico Bianco-Valente. Giovanna Bianco e Giuseppe Valente sono i partner del Goethe-Institut di Napoli per il progetto Freiraum. Lavorano spesso– come scrivono – sul punto d’incontro tra spirito e corpo, e attualmente stanno realizzando una mostra sui rifugiati che verrà esposta a Palermo e non si occuperà del passato, bensì del futuro delle persone che in fuga attraverso il Mediterraneo hanno abbandonato praticamente tutto. “Gli sono rimasti solo i loro corpi e le loro speranze”, racconta Giuseppe, Pino per gli amici.

“Quando ci hanno chiesto se volessimo partecipare al progetto Freiraum non abbiamo esitato un attimo, perché è un tema importante per Napoli” – e aggiunge ridendo: “La libertà esiste soltanto dove c’è anche spazio libero”. I Bianco-Valente si sono creati uno spazio, per sé e per la loro arte: hanno preso in affitto un paio di locali a Palazzo Marigliano e davanti al loro studio c’è un giardino per rilassarsi sotto le palme. Un lusso per Napoli, che con un centro con oltre 8.000 persone / km2, è lo spazio urbano con la più alta densità demografica in tutta Europa.

Si potrebbe dire che Napoli sia la New York dell’antichità, ma non esplicitamente una città della non-libertà? Johanna Wand non si spinge così lontano, ma aggiunge: “A Napoli una sfera privata praticamente non c’è. La gente vive ammassata, la vicinanza dei corpi è una caratteristica della città e nessuno è infastidito dal contatto fisico”.

In effetti, camminando per i vicoli del più grande centro storico d’Europa, capita di continuo di sfiorare le pareti delle case, la spalla di chi ci viene incontro, le auto che ci passano accanto. “Percepisco chiaramente la ristrettezza di spazio” – racconta Johanna Wand – “la parola distanza non esiste, qui si cerca il contatto, tutto viene portato fuori”. Eppure l’atmosfera nelle viuzze del centro storico, lungo i negozi di via Toledo, ma anche dei Quartieri Spagnoli o alla Sanità, non risulta aggressiva: il clacson si suona per farsi sentire, mentre è raro che assuma il significato di rimprovero che ha invece in Germania, e anzi quello che si constata continuamente è una grande pazienza, momenti sorprendenti di cortesia e attenzione, perché dove non c’è niente che vada con rapidità, non è certo qualche secondo o qualche minuto a fare la differenza.

LAVORARE PER GODERE: OPPORTUNITÀ E RISCHI DELL’INERZIA

Questa città in cui tutti si spingono all’esterno appena comincia a far caldo è sempre stata così: “Ogni uno vive in una sorta di ebbrezza e dimenticanza di sé” – afferma già Goethe nel suo Viaggio in Italia – “Mi succede lo stesso, mi riconosco appena. Mi sento una persona completamente diversa”. Un parente prossimo della pazienza e della tolleranza è l’ozio, Goethe a Napoli ha sperimentato anche questo e lo ha riportato nel suo Viaggio in Italia, tramandandolo ai posteri quando scrive: “Ognuno a modo suo non lavora solo per vivere, ma per godere, e addirittura vogliono essere perfino felici nel lavoro che li accompagna per la vita”.

Molti visitatori, dopo Goethe, hanno riconosciuto in quest’ozio non soltanto una caratteristica tipicamente napoletana, ma anche il motivo del permanente stato di crisi della città. In effetti Napoli non è riuscita a compensare la sua perdita di importanza dopo l’unità d’Italia nel 1861, sprofondando invece nel “demi-monde” della camorra e della corruzione.

Napoli, quindi, non solo infonde pazienza e tolleranza, ma anche indolenza e immunità ai lati oscuri del sud, alla corruzione e alla criminalità organizzata? Johanna Wand, che ha studiato italianistica e letteratura, ride. Il fatto di impigrirsi, come Goethe, lo ha sperimentato direttamente: “Nei miei primi anni qui ero piena d’energia, volevo darne anche un po’ alla città e non rassegnarmi a tutto, come fa la maggior parte della gente”, ma poi ha dovuto constatare di essere diventata napoletana: “La città mi ha assorbita”, afferma, sorridendo compiaciuta.

UNA CITTÀ SENZA FUTURO: LA RASSEGNAZIONE NAPOLETANA

L’indolenza e una certa immunità alle pretese della quotidianità, secondo Johanna Wand, sono parte integrante di Napoli e uno dei motivi, a suo avviso, è il Vesuvio: “Il vulcano è onnipresente nella vita dei napoletani”, afferma; è una testimonianza costante della caducità della vita. “Napoli è il simbolo di una vita in cui la morte svolge un ruolo decisivo”, spiega, e quest’atteggiamento porta a un certo fatalismo: si mette in conto che il vulcano possa eruttare da un giorno all’altro distruggendo ogni forma di vita, e con essa anche la città, con i suoi spazi ridotti, la disoccupazione e la camorra.

L’esperienza della finitezza si è talmente radicata in 2.500 anni nel DNA della città, che in napoletano, che molti parlano ancora correntemente, i verbi non si coniugano al futuro – aggiunge Giuseppe Valente: “Qui non si dice domani farò questo o quello, ma domani vorrei fare questo o quello, vulcano permettendo”. A Napoli la vita col vulcano non è una festa fino alla fine dei giorni, ma umiltà e totale rassegnazione.

“LA PRESSIONE DIMINUISCE”: NAPOLI VISTA CON ALTRI OCCHI

Due giorni dopo l’incontro tra le collaboratrici del Goethe-Institut e il duo artistico Bianco-Valente, è finalmente il momento di conoscere i partner del gemellaggio con Amsterdam, giunti a Napoli: Sophia Karimi, che lavora ai programmi culturali del Goethe-Institut di Amsterdam, arriva dai Paesi Bassi, mentre Yasser Almaamoun viene da Berlino, dove lavora in uno studio di architettura. Entrambi si occupano del tema dei nuovi immigrati arrivati in Europa, la Karimi perché ad Amsterdam collabora con la libreria-caffè Pages, che è ormai un ritrovo sia per gli abitanti locali, sia per i profughi arabi, e Yasser perché è lui stesso un profugo siriano e nell’ambito del progetto Multaka fa da guida ai nuovi arrivati nei musei di Berlino.

Ma Amsterdam e Berlino sono lontanissime quando i due si trovano catapultati per le vie di Napoli: “Qui è rumorosissimo” – esclama meravigliato Yasser, che improvvisamente si trova a ricordare Damasco. Sophia è abituata alla massa di persone per strada anche ad Amsterdam, “dove però si tratta prevalentemente di turisti”, racconta, mentre la calca di Napoli è legata anche alla presenza dei napoletani. Entrambi capiscono immediatamente cosa intendono Giovanna Bianco e Giuseppe Valente quando parlano di una libertà che a Napoli corrisponde soprattutto a “spazio libero”. Allo stesso tempo Yasser, che ha non ha Goethe nel proprio patrimonio culturale, racconta che subito dopo l’atterraggio, nel viaggio in taxi verso il centro città, ha improvvisamente sentito venir meno la tensione che si portava addosso.
Da sinistra: Fabio Landolfo, Sophia Karimi, Giovanna Bianco, Maria Carmen Morese, Yasser Almaamoun Da sinistra: Fabio Landolfo, Sophia Karimi, Giovanna Bianco, Maria Carmen Morese, Yasser Almaamoun | © Bianco-Valente
Yasser Almaamoun, Sophia Karimi e la libreria Pages devono ora convogliare tutte le loro impressioni e mettere in piedi un progetto, che potrebbe essere una mostra, un film, un pezzo teatrale. Ancora non sanno dire esattamente cosa realizzeranno, ma sanno per certo che troveranno un’immagine simbolo della città, una città che ha delle leggi proprie e che vede Roma tanto distante quanto Bruxelles, una città che forse può essere metafora di un futuro in cui l’ordinamento statale pian piano perde potere e si ritira abbandonando sempre più a se stessi gli abitanti. E Napoli mostra anche un’altra cosa: la gente sa contrattare da sola le proprie regole di convivenza, senza bisogno di strutture statali o di polizia. Ognuno si prende ciò che gli serve, e quando incontra un ostacolo fa semplicemente un piccolo passo indietro. È così che fanno i poveri, e anche se questo è uno dei lati oscuri della libertà, è così che fa anche la mafia.

UNA CITTÀ CHE ritorna aL MARE

E anche il mare potrebbe rientrare in un’elaborazione artistica del quesito formulato da Napoli “Come si organizza il proprio spazio vitale in relazione agli altri?”. Dal momento che Napoli, il cui distacco dalla costa è stato causato anche la marina militare americana, che occupando il porto lo separò di fatto dal resto della città, si sta riavvicinando al mare. A Piazza del Plebiscito, la piazza più grande della città, già negli anni Novanta furono sfrattate le auto parcheggiate. Così lì ci giocavano a calcio i ragazzi dei Quartieri Spagnoli, racconta Maria Carmen Morese. Anche dal lungomare che da Piazza del Plebiscito arriva fino a Posillipo sono scomparse le auto. Oggi le protagoniste dei libri di Elena Ferrante riuscirebbero a vederlo ben prima dei 13 anni che avrebbero impiegato all’epoca.

Forse un contributo artistico di Sophia Karimi e Yasser Almaamoun potrebbe consistere nel rimuovere la scritta con le parole alate Il mare non bagna Napoli che Bianco-Valente anni fa hanno installato sul tetto del Museo Madre e sostituirla con un’altra, ad esempio una frase dei nuovi arrivati in Europa, per i quali il mare è speranza e allo stesso tempo un enorme cimitero.