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Cultura della democrazia
Mercati globali e democrazie nazionali non sono conciliabili

Democrazia e globalizzazione, secondo il sociologo Wolfgang Streek, non sono conciliabili.
Democrazia e globalizzazione, secondo il sociologo Wolfgang Streek, non sono conciliabili. | Foto (particolare): © Adobe

Secondo il sociologo Wolfgang Streeck, democrazia e globalizzazione, mercati aperti e sovranità nazionale sono incompatibili gli uni con gli altri e non possono quindi sorprendere i conflitti sociali che si generano in molti Paesi.

Di Wolfgang Mulke

Il sociologo non è sorpreso dai conflitti sociali che attualmente affliggono molti Paesi dell’Europa occidentale: a suo avviso, democrazia e globalizzazione, mercati aperti e sovranità nazionale non sono di fatto conciliabili, e un’intervista spiega perché, per rilanciare la democrazia, ritiene necessario un contromovimento in reazione alla globalizzazione.

Nelle democrazie occidentali si osservano una crescente spaccatura delle società e la perdita delle capacità di compromesso. Questo tipo di sviluppo mette in pericolo il sistema democratico?
 
Trovo sbagliata l’impostazione della domanda: con l’inizio della rivoluzione neoliberale, negli anni ’80, il capitalismo si è definitivamente distaccato dal compromesso del dopoguerra con le società democratiche. Un processo accompagnato da una crescente sottomissione dello Stato e delle politiche statali a mercati sempre più globalizzati. Oggi assistiamo a un massiccio contromovimento che si oppone alla rottura neoliberale del contratto sociale del capitalismo democratico, in forme diverse e non sempre apprezzabili. Se andrà tutto bene, questo contromovimento darà nuova vita al sistema democratico.
 
Da un lato, si chiede a gran voce una maggiore partecipazione al processo decisionale, ad esempio nei progetti riguardanti le infrastrutture, mentre dall’altro lato si fa appello a una guida forte, ad esempio sul tema dell’integrazione. Come può tener conto la democrazia di queste richieste contraddittorie?
 
Io non percepisco appelli di questo genere, né tantomeno i presunti conflitti tra loro. È urgente e necessario, piuttosto, che le politiche statali recuperino efficacia nei rapporti con i mercati, compreso quello del lavoro su scala internazionale. A tal fine, lo Stato deve riproporsi come istanza di regolamentazione, quindi come guida forte. Al contempo, è importante anche una democratizzazione decentrata, da realizzare conferendo diritto di partecipazione ad aziende e imprese, regioni e comuni.
Il sociologo Wolfgang Streeck auspica una rinascita delle democrazie occidentali attraverso un contromovimento che reagisca alla globalizzazione. Streeck, classe 1949, fino al 2014 è stato il direttore dell’Istituto di ricerche sociali Max Planck di Colonia. Il ricercatore emerito sarà ospite a marzo 2019 alla Biennale Democrazia di Torino, sul tema della cultura della democrazia democratica. Il sociologo Wolfgang Streeck auspica una rinascita delle democrazie occidentali attraverso un contromovimento che reagisca alla globalizzazione. Streeck, classe 1949, fino al 2014 è stato il direttore dell’Istituto di ricerche sociali Max Planck di Colonia. Il ricercatore emerito sarà ospite a marzo 2019 alla Biennale Democrazia di Torino, sul tema della cultura della democrazia democratica. | © Foto privata Si può imporre dall’alto una nuova cultura democratica, o deve piuttosto emergere dalla società? Ci sono almeno dei segnali di movimento, in una forma o nell’altra, verso questa direzione?
 
In democrazia non si tratta di “cultura” o di comportamenti corretti, ma piuttosto di potere, di interessi, di chi si prende cosa, quanto e da chi. E va tutto bene finché i toni restano civili e pacifici. Purtroppo, però, la democrazia ha anche un lato più grezzo, più terra terra: chi tenta di minarla, rischia di spianare la strada verso una dittatura dei ceti medio-alti. In democrazia ha voce ogni cittadino, anche chi non è arrivato al diploma di maturità.
 
La politica è sottoposta a una forte pressione economica dall’esterno: multinazionali e mercati finanziari operano al di là dei confini delle legislazioni e dei regolamenti nazionali. Le società democratiche stanno perdendo il primato della politica?
 
Non è più un pericolo questo: è una realtà, e già da diverso tempo. Mercati globali e democrazie nazionali sono inconciliabili. Non può esistere una democrazia globale, perché non sono globali le manifestazioni di protesta. Se si vuole la democrazia, si deve ottenere libertà decisionale locale, quindi più sovranità, meno globalizzazione. I dibattiti politici più interessanti di oggi sono quelli che puntano alla riduzione della globalizzazione e al ripristino dell’autonomia di governo locale.
 
Se così fosse, gli attuali governi sarebbero solo e soltanto organi esecutori di interessi di terzi. Lo si può provare?
 
Nessun governo è “solo e soltanto” qualcosa: i governi delle democrazie occidentali hanno creduto per diversi decenni di poter servire gli interessi non solo del capitale ma anche dei loro cittadini, in termini di prosperità, libertà, uguaglianza e così via, aprendo la società ai mercati internazionali e alla concorrenza. Nel capitalismo, soprattutto se democraticamente organizzata, la politica deve costantemente mantenere l’equilibrio tra gli interessi del 2% che muove il capitale e quelli del 98% che è soggetto al movimento del capitale. La variante neoliberale di questo tentativo è fallita. Ora siamo in attesa, vediamo che cosa escogiteranno prossimamente governi e capitale.
 
Che ruolo ha l’indebitamento rispetto a questo stato di cose?
 
Un grande ruolo: fondamentalmente, il debito pubblico è un modo per aumentare a breve termine la massa distributiva disponibile per stabilizzare un’economia politica capitalistica. Il denaro, però, viene preso in prestito da chi un capitale lo possiede e lo vuole conservare. Invece di pagare tasse allo Stato – anzi, come dimostrano evasione ed elusione fiscale, o anche i tagli fiscali strappati dalle imprese e dai più abbienti – allo Stato si prestano soldi, ma ovviamente soltanto a condizione di riaverli indietro con certezza, e possibilmente maggiorati da interessi. È il “mercato”, vale a dire i possessori di capitale, a determinare la misura e i requisiti della solvibilità. E quindi la democrazia deve diventare “conforme al mercato”, come ha precisato con insolita chiarezza la Cancelliera Merkel.
 
Come può avere un nuovo futuro il sistema democratico?
 
Riunendo i perdenti del mercato, mobilitando il potere politico democratico per restituire equità a una distribuzione delle opportunità della vita iniqua e guidata dal mercato.
 
In che misura, in questo contesto, la digitalizzazione rappresenta un rischio o un’opportunità per una distribuzione più equa del benessere e della partecipazione?
 
Non lo so. Dipende dall’esito dei prossimi conflitti. Stiamo a vedere.


Questa intervista è stata condotta in forma scritta.
 

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