Progetto “Ospiti a casa” 7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale

Sasha Marianna Salzmann eTucké Royale
Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale | Goethe-Institut Palermo

Per il progetto “Ospiti a casa” si trovano a Palermo Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale. Durante il tragitto in taxi verso il secondo evento serale abbiamo parlato del progetto, dell’immagine della Germania all’estero, di politica e di esperienze personali.

  • Sasha Marianna Salzmann e Tuké Royale Goethe-Institut Palermo
    Sasha Marianna Salzmann e Tuké Royale
  • Tucké Royale canta Goethe-Institut Palermo
    Tucké Royale canta
Stiamo andando al secondo appuntamento “Ospiti a casa” a Palermo. Sasha Marianna Salzmann, Tucké Royale, quali sono le vostre aspettative? Siete già entrati nella routine?
Sasha Marianna Salzmann: Non può diventare routine ed è questo il bello: si tratta di incontrare gente nuova, perciò è proprio il contrario, ma per questo non saprei neanche che cosa aspettarmi.
 
“Ospiti a casa” è un progetto di viaggio. Fa bene uscire dal proprio consueto raggio di azione?
Tucké Royale: Sì, uscire fa molto bene. È bello essere a Palermo, ma dopo la prima serata e prima della seconda è come trovarsi tra due spettacoli: non si possono fare confronti tra il pubblico dell’uno e quello dell’altro, ma piuttosto si deve essere aperti, vedere che come si presenta concretamente la serata per trarne il miglior risultato possibile.
 
È possibile prefiggersi degli scopi da raggiungere, o immaginare cosa trarre per sé e riportare a casa, a prescindere dall’incarico avuto dal Goethe-Institut?
Salzmann: Mi porterà molto perché viaggiare per me è strettamente collegato con lo scrivere: l’uno non va senza l’altro. Gli incontri mi arricchiranno di impressioni, lo scambio con la gente e con nuovi punti di vista, con culture che magari si credeva di conoscere, può essere fruttuoso anche in termini di saggezza. I nuovi incontri sono sempre positivi, soprattutto in ambito artistico.
 
Royale: Fa un bell’effetto scambiarsi qualcosa: a noi arrivano nuove impressioni e nel gruppo ci si presenta. Può succedere di riuscire a farsi coraggio a vicenda, che in qualcosa si sia già a un buon punto, oppure che si decida di cambiare rotta perché a qualcuno si è offerto in maniera molto convincente di vivere diversamente, di seguire un altro corso. È il vantaggio di parlare con la gente.
 
È anche il risultato della serata di ieri, quando si è affrontato il concetto del teatro postmigrante, un’espressione che non rientra probabilmente nella cultura più diffusa. Voi siete entrambi relativamente giovani: accettate il fatto di non far parte della “maggioranza”?
Salzmann: Il lato più interessante della cosiddetta cultura di maggioranza è che non esiste. La società dominante inizia ad aver paura perché gli emarginati si uniscono e pretendono delle risposte. Dobbiamo renderci conto, però, che tutti a un certo livello siamo delle minoranze. Su molti punti non saremo mai uniti, ma in fondo che cosa c’è di male? Io lo vedo in positivo. La marginalizzazione non necessariamente rende vittime o sottomessi: trovo più che altro originale l’atteggiamento di chi non ritiene di doversi smuovere da posizioni vecchie di secoli. E noi siamo qui apposta per dimostrare il contrario.
Royale: Direi anche che l’attributo di marginalizzazione ha sempre una conseguenza: non si tratta di essere minoritari o sottomessi, ma piuttosto sottovalutati. E quando si viene sottovalutati, non è poi così drammatico, perché non significa essere meno validi; si può sempre lottare, si può essere convincenti nel secondo modo. E quando funziona, funziona sempre benissimo.
 
Sasha Marianna Salzmann, Lei vive tra Istanbul e Berlino e ora si trova a Palermo; ha trascorso l’infanzia in Russia e quindi forse anche si ritrova anche personalmente in alcuni personaggi. Che ruolo svolge la propria esperienza come rifugiata, come ebrea, nella politicizzazione? O non si deve necessariamente collegare al proprio sviluppo individuale?
Salzmann: No, non serve nessun nesso con la propria storia individuale. Quello che mi porto dietro non è una premessa per la politicizzazione o per l’obbligo di agire. Semmai è vero il contrario: chi subisce dovrebbe essere sempre anche protetto, ma è raro che accada, e trovo che non sia corretto pensare che “dovrebbe esere il primo ad aprir bocca”. Nel mio caso, la politicizzazione è legata piuttosto a mio nonno, che amava fare lunghe passeggiate con me discutendo di storia e di politica. E facendo teatro, che di fatto è una forma di politica, mi sono politicizzata. Anche il fatto di ricoprire un ruolo di responsabilità in un teatro statale è stato determinante. Allora poi si comincia a riflettere sulla città e sui soggetti che questa vuole prendere in considerazione, e ormai tutti abbiamo fatto esperienze di minoranza, se vogliamo usare questo termine. Non tutti seguono lo stesso percorso, si potrebbe anche dire che chi ha avuto una storia simile alla mia potrebbe anche essere modella oppure manager, e se lo avesse scelto deliberatamente andrebbe bene così.
 
Royale: Ci sono due estremi: il proprio intreccio biografico e poi sempre anche il livello di testimonianza. Io posso dire che la mia prima esperienza politica risale al 1992, quando il centro per richiedenti asilo di Quedlinburg dovette essere evacuato e mia madre, in un sit-in di protesta con sole 12 persone, non poté fare nulla contro i pogrom. Con i miei 8 anni scarsi non potevo testimoniare nulla, se non questa sconfitta, e quest’esperienza mi ha colpito anche personalmente, perché il mio vicino di banco a scuola, l’unico con cui avevo provato a fare amicizia, fu evacuato anche lui. Avevo capito che era troppo tardi, che non potevo più oppormi, che non potevo intervenire, neanche nella situazione di vedere, da bambino, che un adulto ha paura di una rivolta che dura da una settimana in un centro del genere. Ecco perché non si tratta sempre di distinguere se si venga aggrediti o se si sia testimoni di un’aggressione, ma piuttosto di elaborare la propria esperienza. Ci sono persone che fino ad oggi, apparentemente, hanno deciso di non elaborare quanto hanno vissuto direttamente e che non vogliono sviluppare un’empatia nei confronti di altre persone.
 
Il Goethe-Institut ha tra i suoi compiti anche quello di diffondere un’immagine attuale della Germania e questo all’estero risulta particolarmente interessante. Spesso prevalgono gli stereotipi del Paese fantastico dove si costruiscono le belle automobili, tutti i servizi funzionano e c’è ancora uno Stato sociale… Come si fa a trasmettere un’immagine differenziata e corrispondente alla realtà?
Salzmann: Nell’esempio concreto degli “Ospiti a casa” si deve valutare di cosa si parla e con chi. Io tratto le tematiche relative al mio lavoro, per esempio gli incendi nei centri di accoglienza per richiedenti asilo di oggi in continuità storica con gli incendi nei centri di accoglienza degli anni ’90. Si può analizzare che cosa è accaduto alla politica reale in Germania negli ultimi vent’anni? Se ne può discutere a lungo. Potrei anche accennare alla mia cultura, a come si viene assorbiti e travolti dalla cultura dominante tedesca e alle strategie di contrasto. Sono strategie artistiche, che possono essere adottate in diversi settori in cui la gente crede di doversi arrendere alla dinamica della discriminazione, mentre forse non dovrebbe. Non si tratta neanche di inveire contro la Germania, ma piuttosto di guardare attivamente cosa fa e cosa può fare l’arte per lavorare a un concetto di identità più ampio e diversificato possibile.
 
Royale: Con “Ospiti a casa”, non sapendo ancora chi si va a incontrare, secondo me si deve decidere in maniera relativamente intuitiva in quale direzione indirizzare la serata, dopo di che si può optare per ricercare i punti in comune, partendo dal presupposto che formalmente le differenze siano relativamente grandi. E forse, in un contesto in cui ci si sente simili, è possibile trattare argomenti che ad esempio ieri, nella prima serata, non abbiamo affrontato: non abbiamo parlato dei centri di accoglienza mandati in fiamme, non abbiamo parlato del terrorismo di estrema destra in Germania, sono molti gli argomenti non trattati. Bisogna vedere se si vuole dare un’impronta ottimista, creare un’ondata di empatia, oppure se si vogliono sviscerare gli argomenti, se si vuole fare critica.

Nel frattempo siamo arrivati in Via Ausonia: il tempo è volato! Grazie a Sasha Marianna Salzmann e a Tucké Royale per l’intervista.