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69° Berlinale
Lacrime d’addio, controversie e film premiati

Cerimonia di premiazione 2019: il direttore del Festival Dieter Kosslick con i vincitori e i membri della giuria
Cerimonia di premiazione 2019: il direttore del Festival Dieter Kosslick con i vincitori e i membri della giuria | Foto (particolare): © Alexander Janetzko/Berlinale 2019

Si è chiusa l’ultima edizione della Berlinale sotto la guida di Dieter Kosslick, con una competizione più articolata del solito e dibattiti accesi.

Di Ula Brunner

Dieter Kosslick non è riuscito trattenere le lacrime quando, alla cerimonia di premiazione, al direttore artistico uscente è stato riservato un lunghissimo applauso. Forse gli sarebbe piaciuto, per quest’ultima edizione, che il concorso fosse un po’ più glamour, visto che nonostante la presenza di star internazionali come Christian Bale, Diane Kruger o Catherine Deneuve, i loro film non fossero in concorso. Per il resto, il festival si è svolto nel classico “stile Kosslick” degli ultimi 18 anni: i 400 film in programma, il protagonismo del padrone di casa e le consuete, accese polemiche.

Le sagge scelte della giuria

In totale sono stati 16 i film che si sono contesi l’Orso d’oro e l’Orso d’argento della 69a edizione, lavori anche molto diversi tra loro, sia per estetica che per contenuti, che spaziavano dall’amore lesbico al ritratto, dalla saga familiare all’horror. A livello qualitativo, e su questo i giudizi sono concordi, è stata un’edizione piuttosto mediocre, ma la giuria, sotto laguida di Juliette Binoche, ha saputo dare una corretta impostazione e prendere decisioni intelligenti.

Orso d’oro per il miglior film: “Synonymes” di Nadav Lapid - Il regista Nadav Lapid e il produttore Saïd Ben Saïd Orso d’oro per il miglior film: “Synonymes” di Nadav Lapid - Il regista Nadav Lapid e il produttore Saïd Ben Saïd | Foto (particolare): © Richard Hübner/Berlinale 2019 A portare a casa il premio principale, l’Orso d’oro, è stato Synonymes di Nadav Lapid, una coproduzione franco-israeliana che racconta con nervosa energia il tentativo radicale di Yoav di lasciarsi il passato dietro le spalle a Parigi. La storia ruota attorno allo sradicamento e alla ricerca un senso, sollevando interrogativi importanti sulla determinazione dell’identità in un mondo caratterizzato dalla migrazione e dal cambiamento.

Due Orsi a due film tedeschi inconsueti

Due le registe tedesche vincitrici dell’Orso d’argento. Una è Nora Fingscheidt, al debutto con Systemsprenger (System Crasher), film su una bambina traumatizzata e aggressiva, che ha ottenuto il Premio Alfred Bauer, assegnato a lavori che “aprono nuove prospettive nell’arte cinematografica”. L’Orso d’argento per la migliore regia è andato invece ad Angela Schanelec, regista della cosiddetta scuola di Berlino, per Ich war zuhause, aber (I Was at Home, But), un film che ricorda un puzzle e parla di un tredicenne che torna in famiglia dopo diversi giorni di assenza. Un dramma sociale artificiale dalla trama piuttosto scarna e reminiscenze shakespeariane che si sofferma anche sull’osservazione di animali e che ha suscitato nel pubblico reazioni controverse, da chi non è riuscito a seguire il filo di una narrazione enigmatica a chi invece lo ha applaudito con entusiasmo.

Un horror molto discusso

I dibattiti più accesi, tuttavia, sono stati riservati al terzo lavoro portato alla Berlinale da Fatih Akin, Der Goldene Handschuh (The Golden Glove). Akin, che nel 2004 aveva vinto l’Orso d’oro per la forza espressiva della storia d’amore La sposa turca (Gegen die Wand), fa parte di quei registi che alla Berlinale sono cresciuti. Il suo Der Goldene Hanschuh è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Heinz Strunk, un’analisi dell’ambiente in cui si sviluppa la vera storia di Fritz Honka, tristemente noto come serial killer di Amburgo. La narrazione punta con coerenza su scene horror e macabri effetti splatter che generano disgusto, ma nonostante avesse conquistato l’attenzione già nei giorni precedenti la prima, il film è stato poi snobbato in fase di premiazione.

Orsi d’argento per la Cina e sospetto di censura

Sono tutti d’accordo nell’applaudire lo splendido film cinese in concorso So Long, My Son, firmato da Wang Xiaoshuai e considerato favorito nella corsa all’Orso. Come molti registi della 69a edizione, Xiaoshuai non era un volto nuovo: già nel 2001 il suo Beijing Bicycle aveva vinto un Orso d’argento. Il suo contributo di quest’anno è un dramma su una coppia che perde l’unico figlio per un incidente, illustrando le conseguenze di trent’anni di politica di pianificazione familiare in Cina. 

Orso d’argento come migliore attrice a Yong Mei per il suo ruolo in “So Long, My Son” di Wang Xiaoshuai Orso d’argento come migliore attrice a Yong Mei per il suo ruolo in “So Long, My Son” di Wang Xiaoshuai | Foto (particolare): © Richard Hübner/Berlinale 2019 Per la sensibilità con cui hanno saputo rendere i rispettivi personaggi, Wang Jingchun e la sua collega Yong Mei hanno ottenuto l’Orso d’argento come migliori interpreti. Il fatto che la giuria abbia voluto premiare questo film cinese attira l’attenzione anche su un altro tema: Zhang Yimou ha dovuto ritirare dal concorso, quasi a ridosso dell’apertura, il suo attesissimo One Second. Motivo ufficiale: difficoltà di produzione. Si presume però che c’entri piuttosto la censura cinese, visto che per la Cina l’era della rivoluzione culturale, tema centrale del film di Yimou, è tuttora un argomento delicato.

Il futuro del cinema (e della Berlinale)

A livello di esercenti cinematografici ha sollevato proteste già prima dell’inizio del festival la produzione da parte di Netflix del film spagnolo in concorso Elisa y Marcela di Isabel Coixet: è giusto che un film non prevalentemente destinato alla distribuzione nelle sale possa competere in un grande festival? Non c’è dubbio che i servizi di streaming avranno un ruolo nel futuro del cinema, e non solo.
 
Da quando Dieter Kosslick ha assunto la gestione della Berlinale nel 2001, l’industria cinematografica si è trasformata in maniera radicale, così com’è cambiata l’importanza del festival. Secondo Kosslick, il mondo dell’audiovisivo sta attraversando una fase di grandi cambiamenti. Nei suoi 18 anni di direzione, Kosslick ha fatto molto: ha incentivato il cinema tedesco, si è occupato dei talenti cinematografici, ha reso la Berlinale il maggior festival del pubblico su scala internazionale. La sfida più grande che dovranno raccogliere Carlo Chatrian e Mariette Rissenbeek, che gli succederanno a maggio, sarà dare alla Berlinale una nuova impronta, anche in vista di un mondo mediatico in continua evoluzione.

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