Il romanzo sui profughi di Jenny Erpenbeck Privilegio e responsabilità

Nessun altro romanzo del 2015 ha trattato il tema della migrazione in modo tanto preciso, eterogeneo e con tale forza narrativa come Gehen, ging, gegangen di Jenny Erpenbeck.

Jenny Erpenbeck ha scritto il libro dell’anno 2015. Eppure il romanzo di Frank Witzel Die Erfindung der Roten Armee Fraktion durch einen manisch-depressiven Teenager im Sommer 1969 (trad. lett.: L’invenzione della RAF da parte di un adolescente maniaco-depressivo nell’estate del 1969) ha vinto non senza ragione il rinomato Deutscher Buchpreis per l’anno 2015. Tuttavia, in nessun altro romanzo tedesco contemporaneo il tema della migrazione, onnipresente nell’inverno 2015-2016, è stato trattato in modo tanto preciso, eterogeneo e con tale forza narrativa come nel romanzo di Jenny Erpenbeck Gehen, ging, gegangen.

Per di più Jenny Erpenbeck, nata nel 1967 a Berlino est e pluripremiata per i suoi romanzi, non è uno di quegli autori che si appropriano dei temi cari allo spirito del tempo e ci si dedicano a lungo con un buon fiuto per il mercato. Ad ogni modo non va preso seriamente un autore che si lascia imporre dalle circostanze esterne il tema a cui sarà dedicato il suo prossimo romanzo. Idealmente l’autore è un sismografo in grado di anticipare ed elaborare qualcosa di vagamente percepibile, che aleggia appena nell’aria. Proprio così ha agito Jenny Erpenbeck quando ha avviato le sue ricerche. La sua disponibilità ad ascoltare i migranti e a scoprire qualcosa delle loro storie ha rappresentato il presupposto per un romanzo intriso di realtà, che racconta molto degli immigrati, ma altrettanto della nostra società.

Un compendio di storie di fuga

Jenny Erpenbeck descrive l’avvicinamento tra due mondi che apparentemente non hanno niente in comune. Il suo protagonista è il professore emerito Richard, che si reca per pura curiosità al campo di protesta degli immigrati in Oranienplatz, Berlino, perché vuole scoprire da che cosa sono mossi quei profughi accampati in città, di cui sente sempre parlare nei media. Richard vuole conoscere le storie che si celano dietro quei numeri astratti. Queste persone vengono dall’Africa, da paesi di cui il colto borghese Richard spesso non conosce nemmeno la capitale. Lui stesso ha vissuto gran parte della sua vita nella DDR e in un certo senso si sente come se, nel giro di una notte, gli avessero portato via il suo paese per sempre.

Da un lato quindi il vedovo Richard, filologo di lingue classiche, dall’altro giovani uomini così diversi dal suo mondo e dalle sue idee, che provengono da paesi come Guinea, Ghana, Sierra Leone, Mali. All’inizio sono collegati solo dal fatto di essere umani e questo è uno dei maggiori punti di forza del romanzo: Jenny Erpenbeck non cerca mai di negare o di dissimulare l’abisso, la paura dello straniero, e quindi anche l’aspetto sconcertante e inquietante di questi incontri agli antipodi. Mentre Richard si occupa sempre più dei profughi, li aiuta e insegna loro il tedesco, anche il lettore acquisisce maggiore familiarità con lo straniero nella sua concretezza. Si capisce da dove hanno origine i problemi, che il romanzo di certo non tenta di nascondere: questi giovani uomini non possono lavorare né spostarsi, la burocrazia tedesca e la legislazione dell’Unione europea li condannano a essere nullafacenti. Se ne stanno lì tutti insieme privi di prospettive, alcuni più, altri meno pazienti. E alcuni anche disposti a prendere in mano il proprio destino, se necessario ricorrendo alla violenza.

La sera Richard mette per iscritto le storie che quegli uomini gli hanno confidato, destini diversi, ma tutti segnati dallo stesso schema: la fuga o l’espulsione dalla propria patria, la migrazione attraverso l’Africa, le esperienze di brutalità subita, di aiuti ricevuti, la perdita di genitori, fratelli, amici, e infine i viaggi sui barconi di notte nel Mediterraneo, durante i quali molti muoiono. Ecco che Gehen, ging, gegangen è un compendio di storie di fuga. Chi vuole sapere qualcosa dei motivi che spingono i migranti a fuggire deve solo leggere questo romanzo, con la sua lingua chiara, priva di fronzoli ed estremamente densa, tipica di Jenny Erpenbeck.

Al centro una sola domanda: cosa significa essere umani

Il fatto che Jenny Erpenbeck si sia avvicinata a questa tematica in modo simile al suo protagonista va a favore dell’autenticità del romanzo. Per non ricevere notizie sui profughi solo dai media anche lei ha visitato l’accampamento di Oranienplatz, perché voleva crearsi una propria opinione con uno sguardo libero dai pregiudizi: un “privilegio” dello scrittore, come ha detto in un’intervista, ma anche “una sua responsabilità”. Rientra in questo senso di responsabilità anche il fatto che Jenny Erpenbeck iniziò a fare ricerche e a scrivere nell’estate del 2014, e adesso ogni giorno si occupa di questi giovani per diverse ore, aiutandoli a districarsi nella burocrazia tedesca e nelle attività quotidiane.

Nonostante il forte coinvolgimento personale, Gehen, ging, gegangen non è un reportage sociale basato sulla compassione, l’indignazione o l’identificazione. Le storie ascoltate da questi giovani uomini Jenny Erpenbeck le ha trasformate in una realtà romanzesca, in cui eventi reali e inventati si mescolano in un amalgama indistinguibile. Sopra tutto risuona sempre la stessa domanda: cosa significa essere umani.

L'edizione italiana di “Gehen, ging gegangen”, “Voci del verbo andare”, è stata pubblicata dalla casa editrice Sellerio.