Berlinale-Blogger 2017 Es war einmal in Deutschland: ebrei in Germania dopo il ’45

Es war einmal in Deutschland
Es war einmal in Deutschland | © Es war einmal in Deutschland

“Es war einmal in Deutschland” racconta la scelta di chi, finita la guerra, decise di provare a ricostruire la propria vita in Germania accanto a chi aveva provato a sterminarli.

Sono stati circa 12mila. Un numero esiguo, prima delle guerra erano 500mila, ma a proprio modo comunque emblematico per rendersi conto del legame che c’era, allora come oggi, tra gli ebrei e la Germania.

Nel film presentato come evento speciale della Berlinale si parla di Francoforte sul Meno, anno 1946. Protagonista è David (Moritz Bleibtreu), uomo brillante, abituato a scherzare su tutto. Assieme ad altri ebrei sopravvissuti alla guerra, decide di commerciare biancheria per la casa. Vuole guadagnare abbastanza da potere emigrare negli Stati Uniti. Gli affari vanno bene, ma le autorità americane non sono convinte del suo passato nel campo di concentramento. Vogliono capire se ha collaborato con i nazisti e così lo sottopongono ad un lungo interrogatorio a cui lui non sembra mai rispondere sinceramente. “Non è facile parlare di certe cose, meglio inventarci sopra delle storie per poterne rendere accettabile il ricordo” è la sua filosofia.
 

Es war einmal in Deutschland di Sam Garbarski, tratto da una trilogia di libri autobiografici di Michel Bergmann (molti dei personaggi sono ispirati alla sua famiglia), affronta un argomento poche volte rappresentato sul grande schermo: il dilemma e le difficoltà di reintegrazione di quegli ebrei che provarono a rifarsi una vita in Germania. Alcuni non resistettero e dopo pochi anni ripartirono in particolare verso gli Usa e Israele. Altri invece rimasero nonostante nel 1948 il Congresso internazionale ebraico tenutosi a Friburgo, in Svizzera, affermò che “nessun ebreo avrebbe mai più calpestato il suolo tedesco e austriaco”.

La Germania Ovest come zona protetta dagli alleati

Negli anni successivi, a quella comunità si aggiunse quella composta dalle migliaia di ebrei in fuga dal crescente antisemitismo di Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia, persone che – come racconta lo storico Paul Behrens – vedevano la Germania dell’Ovest “non come la patria dei loro persecutori, quanto piuttosto una zona protetta degli alleati”. In un’epoca di rifugiati, fughe dalle guerre e razzismo più o meno esplicito, negli Stati Uniti come nel resto d’Europa, ripensare a quanto sia difficile abbandonare la propria patria (e la Germania lo era per molti ebrei) è un tema più che mai attuale.