Lingua e linguaggi
Cosa resta del dialetto?

Bettina Wilpert è cresciuta in Baviera ma si è trasferita presto a Berlino e poi a Lipsia. Nostalgia della Baviera ne ha appena, ma alcune stravaganti parole o detti bavaresi la accompagnano ancora nella sua quotidianità.

Di Bettina Wilpert

Nella provincia dell’alta Baviera, dove sono cresciuta, l’ora si dice in maniera diversa, a volte persino a seconda del paese. Ad esempio, a Erlbach si dice: viertel nach acht (un quarto dopo le otto), mentre a Perach, lo stesso orario diventava viertel neun (un quarto di 9) e a Reischach si dice in un altro modo ancora.

Che ore sono?

Dopo la maturità mi sono trasferita a Berlino. Lì mi guardavano per lo più con aria perplessa quando dicevo dreiviertel neun (tre quarti di 9), ovvero le 08:45. Perciò poi mi sono abituata a chiamare quell’ora viertel vor neun cioè "un quarto alle nove". Mentre il Master l’ho conseguito a Lipsia e lì potevo tornare a dire dreiviertel neun. Gli abitanti di Lipsia e della Sassonia mi capivano, mentre i nuovi arrivati mi guardavano con aria confusa.

Dopo essermi trasferita dalla provincia cattolica ero orgogliosa del fatto che quasi nessuno capisse le mie origini bavaresi, ma nonostante tutto, ancora oggi faccio fatica a dire Brötchen (panino) per riferirmi al panino tondo, che da sempre conosco come Semmel, come si dice nella Germania meridionale. La helle Semmel, molto chiara, poco cotta, è la preferita dai miei figli, che per il resto, in fatto di cibo, sono molto hoaklig, schizzinosi, ma non saprei rendere perfettamente il concetto con un termine tedesco standard.

Di tanto in tanto andiamo a trovare mia madre in Baviera, e lì ricasco rapidamente nel dialetto. Alla mia figlia maggiore suona molto strano, tanto che una volta in cui ho detto anche a lei qualcosa in bavarese, mi ha risposto: «Dai, mamma, non parlarmi in inglese».

Solo in bavarese

Della Baviera non ho nostalgia, ma del bavarese sì, soprattutto per alcuni termini. Una delle mie parole preferite in bavarese è tramhappad, che siginifca “intontito dal sonno”, come quando dopo esserci alzati, quindi dopo il sogno – cioè Traum, che diventa Tram – non siamo ancora del tutto svegli. Una persona ,però, può essere tramhappad per tutta la vita.  

Quando si traducono alcune espressioni bavaresi si rischia di incappare nei cosiddetti “falsi amici”: parole che foneticamente si somigliano molto, ma nelle due lingue hanno significati diversi.  Ad esempio, da adolescenti il venerdì sera si andava furt, ma non nel senso del fortgehen del tedesco standard, cioè andare a vivere da soli lasciando la famiglia, ma semplicemente nel senso di uscire la sera, per divertirsi, furtgeh appunto.

Quando mia figlia ha compiuto due anni, entrambi i miei genitori hanno detto, in momenti diversi: «De Zwoajährigen deaf ma nia ausgeloßn», che tradotto letteralmente significa che i bambini di due anni non si devono far uscire la sera. È vero, i bambini piccoli non dovrebbero andare alle feste, ma il significato  che intendevano loro era un altro: “non dovrebbero mancare”, cioè ci dovrebbero sempre essere bambini di due anni, perché è un’età molto bella, in cui non sono più neonati, camminano e spesso già chiacchierano, ma non sono ancora entrati completamente nella fase dell’autonomia e i capricci sono ancora limitati.

In bavarese si usa anche un modo verbale a sé stante, per esempio quando ci si presenta puntuali a un appuntamento, ma l’altra persona si fa attendere. Allora la si chiama al telefono e le si dice: «I warad jetzt do», che in italiano si potrebbe rendere con il condizionale “io sarei qui”. In tedesco standard sarebbe anomalo dire «Ich wäre jetzt da», “io sarei qui”. Questa forma bavarese è stata resa celebre dal cabarettista austriaco Josef Hader, che nel suo programma Hader muss weg diceva al suo fonico: «Sog ned i warad jetz da, wannst eh da bist», cioè “Non dire sarei qui, se effettivamente sei già qui”.

Caro Hochdeutsch (tedesco standard)

Sono felice che altre espressioni non siano in uso nel resto della Germania. La cosa interessante è che spesso si tratta di forme di saluto bavaresi: invece di dire Guten Tag  (buongiorno), in Baviera ci si rivolge a Dio con la formula Grüß Gott (Saluti a Dio). Io, comunque, non ho alcuna voglia di salutarlo.

Quando andavo a scuola, ogni mattina dovevo prendere lo scuolabus per arrivare nella città vicina. I miei compagni di classe, maschi, di solito salutavano l’autista Maddin (Martin) con Habedehr o Servus. Già allora entrambi questi saluti mi sembravano stranamente antiquati, e poi non volevo rendere omaggio all’autista sessista, dato che Servus deriva dal latino e significa “schiavo”, quindi come formula di saluto è come dire “ti servo”. Con espressioni linguistiche del genere non c’è da stupirsi che in Baviera il conservatorismo sia ancora molto apprezzato.

Concludo qui il mio ultimo contributo a questa rubrica. A questo punto: I warad jetzt weg (ora me ne andrei).


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Nella nostra rubrica “Sprechstunde” ci dedichiamo ogni due settimane alla lingua come fenomeno culturale e sociale. Come evolve la lingua, quale atteggiamento hanno gli scrittori/trici nei confronti della “loro” lingua, in che modo la lingua influenza la società? Editorialisti, persone che hanno un legame professionale o particolare con la lingua si alternano in queste pagine approfondendo un loro tema personale nel corso di sei puntate.

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