Lingua e linguaggi
Il giogo dei traduttori
Tradurre è un’arte, spiega Nora Gomringer, poetessa, recitatrice ed editorialista del Goethe-Institut che paragona questo duro lavoro a quello degli animali da fatica. L’espressione che può suonare svilente, ma è intesa invece in senso positivo.
Di Nora Gomringer
Per anni e anni ho seguito in televisione i Simpson. Quando per la prima volta li ho sentiti in inglese, sono rimasta scioccata: Homer sembra un idiota, Marge è decisamente rauca, Bart ha una voce da cattivo, quella di Lisa è stridula. I doppiatori della serie firmata da Matt Groening si sono adattati a questi ruoli, è così che si è formato l’intero “cast”, le voci dei protagonisti si sono saldamente ancorate nella mente dei fan e oggi, attraverso i servizi di streaming che tanto amano i giovani, anche in Germania le versioni originali non fanno più uno strano effetto. Per me, invece, ascoltare le “vere” voci era stato un tale shock che mi ero chiesta seriamente se per la versione tedesca, oltre ad aver modificato il modo di raccontare, avessero stravolto anche i contenuti.
Avevo 17 anni, mi sentivo adulta e matura, eppure non mi ero ancora mai resa conto che quasi tutta la letteratura che avevo assorbito fino a quel momento mi era stata messa davanti in traduzione. Perciò, da ardente ammiratrice di Stephen King, che consideravo (e considero tuttora) un filosofo tra gli scrittori horror, mi sono posta una sfida: rileggere tutti i miei libri preferiti in versione originale, confrontandola con la versione tradotta che conoscevo. E così, meraviglia delle meraviglie, mi si è aperto un mondo.
L’arte del tradurre
Un mondo che mi ha fatto capire che era il traduttore a spiegarmi nella mia lingua come mi si dovessero drizzare i capelli, mentre l’autore, affacciato su di me dall’alto di un suo mondo, mi descriveva il perché. A tutt’oggi posso contare sulle dita di una mano le traduttrici e i traduttori che vengono menzionati come si deve, con la pausa che meritano dopo il nome, una di quelle pause che in una partitura musicale generano uno sprazzo di luce, un arcobaleno, quel secondo che crea un’aura di riverenza e onora l’opera di un artista. Tradurre è un’arte. Davanti alla mia casa, a Bamberg, da un paio d’anni è attivo un traghetto, una specie di chiatta che, trainata da una fune, fa la spola da una sponda all’altra. Un passaggio in totale tranquillità che si compie nell’arco di un minuto, poco più, poco meno, a seconda che venga un po’ accelerato o rallentato dal traghettatore – o traghettatrice – che lo mette in acqua. A me piace così tanto che lo prendo un paio di volte a settimana, per guardare la mia casa dall’esterno, mentre si avvicina o si allontana da me. In passato c’era un barcone con un traghettatore che lo faceva funzionare a richiesta: lo si chiamava gridando in dialetto “Sieber, hol ieber!” e il signor Sieber – sempre che avesse sentito e avesse voglia di farlo – spostava il barcone da una sponda all’altra. Ecco, il signor Sieber, come “trasportatore”, era un “traduttore” [N.d.T.: nell’accezione latina del termine “tradurre”, ossia “traducĕre” (comp. di trans “oltre” e ducĕre “portare”, ossia “trasportare, trasferire”].
Traduttori Traghettatori
Il poeta austriaco Robert Schindel non è stato il primo scrittore a definire i traduttori “traghettatori”, ma il suo modo di procedere mi ha impressionata. Ricordo di aver sentito la sua descrizione di questa professione così rilevante per la letteratura in occasione di un incontro letterario a Bamberg: avevo 19 anni e il poeta leggeva brani del suo Gebürtig. Da allora ci siamo incontrati spesso, mentre pian piano, come un bruco scrittore, uscivo dal bozzolo per trasformarmi una falena da palcoscenico, lettrice e cantante. Non lo dico per civetteria: la natura notturna del mestiere di scrittore ci trasforma in falene, e il nostro slancio verso il pubblico che ci passa i libri da autografare sotto le lampade di lettura, alla fine degli eventi, ha qualcosa di crepuscolare. Restano un’eccezione le fiere del libro o le letture nelle scuole.Traghettatori, quindi. È anche il termine che ho sentito in relazione a Felicitas Hoppe e Ilma Rakusa, ma anche a Hans Wollschläger, un nome che in me suscita tuttora una pausa reverenziale: aver tradotto l’Odissea di Omero, nonché l’Ulisse di James Joyce, è stata una mossa geniale da parte di un traduttore per passione, purché il suo scopo fosse l’automortificazione. Non si può non pensarlo! Tradurre noi autrici e autori presuntuosi, e anzi già il fatto di volerlo fare, è in gran parte un’automortificazione, se pensiamo a quante volte non siamo disponibili per un colloquio, non offriamo aiuto in risposta a quelle domande che insorgono nel momento in cui chi traduce affronta il testo in maniera tanto intensa e approfondita.
L’importanza del giogo
La persona che traduce è quella che di un testo scopre tutte le falle: quei punti fragili o mal strutturati, un po’ zoppicanti, se non proprio errati. Chi traduce non è un lettore editoriale: il lavoro dell’editor è stato già ultimato, perché il testo da tradurre, in generale, è ormai quello definitivo, nel suo maggior splendore, ma anche con i suoi difetti e punti deboli. Il traduttore si carica un vero e proprio giogo e, come un animale da fatica, inizia a scandagliare il testo come se arasse un terreno, come se passasse al setaccio un campo coltivato, raccogliendo uno ad uno chicchi e parole. Potrà far storcere il naso il paragone con un animale da fatica, ma se pensiamo alle splendide calligrafie asiatiche, all’importanza di questi animali per il raccolto, alla loro esistenza così essenziale in ambito rurale, ecco che questo paragone risulterà meno azzardato.Tradurre, a mio avviso, è come a camminare sotto il giogo del testo. In passato, dalla prospettiva opposta, ho usato un’espressione ben più rude, paragonandolo a un sequestro di ostaggi. Ho affermato infatti che traduttrici e traduttori prendono il testo in ostaggio, per poi rilasciare le parole una alla volta, nel momento in cui, una ad una, riacquistano la libertà nella lingua d’arrivo. Ma di questo parlerò più approfonditamente nel mio prossimo articolo.
Lingua e linguaggi
La nostra rubrica mensile “Lingua e linguaggi” è dedicata alla lingua come fenomeno socio-culturale: come si evolve? Come si pongono gli autori nei confronti della “loro” lingua? Una società come è caratterizzata dalla propria lingua? Si alternano editorialisti e persone con un nesso professionale o di altro genere con la lingua, ognuno dei quali approfondisce un suo tema preferito per sei edizioni consecutive.