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Intervista a Barbara Yelin
Il colore della storia e dei ricordi

Barbara Yelin al centro, con le mani appoggiate su un tavolo e sullo sfondo una parete con diverse illustrazioni dell’artista.
© Villa Massimo | Foto: Alberto Novelli

Barbara Yelin è una delle più importanti autrici tedesche ed europee contemporanee, capace di unire ricerca stilistica e narrativa a tematiche di profonda attualità, senza perdere di vista l’importanza del racconto per veicolare idee, messaggi, ma soprattutto sensazioni e sentimenti. L’abbiamo intervistata in occasione della sua residenza artistica a Roma e della mostra organizzata dal Goethe-Institut e curata dall’associazione Hamelin.

Di Emilio Cirri

Quale rapporto hai con il fumetto e l’illustrazione e quali sono state le tue prime influenze?

Ho amato leggere fumetti fin da bambina, la lettura è sempre stata centrale per me, ero una vera divoratrice di libri e ho sempre amato disegnare, quindi studiare illustrazione è stato un passo logico. Solo lì ho scoperto che il fumetto può essere anche artisticamente ambizioso, letterario, sperimentale e rivolto a un pubblico adulto. 

Ho realizzato questo soprattutto grazie ad Anke Feuchtenberger, che è stata mia insegnante e una figura chiave per me. Per la mia crescita sono stati determinanti, e lo sono ancora oggi, i progetti collettivi, come Spring, la rivista di fumettiste di cui ho fatto parte per dieci anni: non solo realizzavamo fumetti insieme, ma ci occupavamo di tutto quello che riguardava la pubblicazione, un processo di apprendimento intenso che ha rappresentato un periodo molto arricchente per me.

Il tuo esordio è avvenuto sul mercato francese: com’è stato il primo incontro con l’industria del fumetto in Francia?

È stato davvero travolgente. Thierry Groensteen era già allora un noto esperto di fumetti e aveva fondato una propria casa editrice. Si era impegnato molto per dare visibilità soprattutto alle fumettiste e mi ha dato la possibilità di pubblicare il mio primo libro. Sono stata ad Angoulême persino prima di partecipare a una fiera del fumetto in Germania: lì mi sono resa conto di quanto la scena franco-belga fosse ampia evariegata, con grande libertà artistica, ma anche con un forte mercato mainstream. Questo ha ampliato moltissimo il mio sguardo sul fumetto.

Anche il mio secondo libro è stato pubblicato da Groensteen, all’epoca ero ancora in fase di ricerca, ma per sperimentare e fare questa ricerca, serve sempre qualcuno che creda in te, soprattutto per i primi due libri, in modo da permetterti di arrivare a un terzo con maggiore sicurezza narrativa e grafica.

Dopo i libri francesi, nel 2010 esce “Gift”, il tuo primo libro sul mercato tedesco. Com’è stata questa esperienza?

La collaborazione con Peer Meter, allora sceneggiatore già affermato, è stata, sotto molti aspetti, determinante. Innanzitutto, lui portava con sé una sceneggiatura già pronta: per me era una novità, perché fino ad allora avevo sviluppato le storie soprattutto a partire dalle immagini, mentre questa volta ho dovuto fare viceversa. Ciononostante, il processo è stato molto dinamico: Peer era aperto a modifiche, quindi è stato uno scambio molto stimolante. Inoltre, Peer aveva svolto ricerche per anni sul caso della serial killer Gesche Gottfried, raccogliendo un’ampia gamma di fonti che mi hanno aiutata a costruire l’ambientazione e hanno acceso il mio interesse per i lavori documentaristici e basati sulla ricerca, un approccio che ha segnato molti dei miei lavori successivi.

In questo senso, un’opera particolarmente importante è stata “Irmina”, che ti ha resa nota anche a livello internazionale.

Lavorare a Irmina è stato un processo lungo e intenso. La storia si basa su frammenti biografici di mia nonna. Dopo la sua morte ho trovato diari e documenti che hanno sollevato molte domande in me. All’inizio ero incerta su cosa fare: si poteva costruire una storia che andasse oltre la dimensione personale? 

Quando ho deciso di procedere, è diventato presto chiaro quale sarebbe stato il nucleo centrale: la parte ambientata durante i pogrom del novembre 1938. In quel momento, Irmina comincia consapevolmente a distogliere lo sguardo di fronte alla persecuzione dei suoi concittadini. Questo meccanismo mi ha inquietato e al contempo interessato, volevo capire come una persona diventi complice, testimone silenziosa e infine corresponsabile di atti di questo genere.

Il libro tocca molti temi storici, rimanendo allo stesso tempo un racconto molto personale. Ho dedicato molti anni a quest’opera, pubblicata nel 2014. Ancora oggi viene letta, adottata nelle scuole e tradotta in oltre dodici lingue — e ha contribuito in modo decisivo a far crescere la mia notorietà.


All’inizio della tua carriera il tuo stile era più influenzato dal fumetto francese, poi è arrivato il bianco e nero, e da “Irmina” in poi il colore ha assunto un ruolo centrale. Come si è evoluto il tuo stile negli anni, in particolare nel rapporto con il colore?

Riguardando indietro, vedo questo processo creativo con più chiarezza di quanto lo percepissi consapevolmente mentre ci lavoravo. In Irmina mi interessava non partire subito con una tonalità cupa, a differenza di Gift, che lavorava molto con il bianco e nero. In questo caso volevo invece iniziare con i colori e condurre, nel corso della lettura, verso toni più scuri: mostrare sia luce che ombra, colore e oscurità. Era sia un approccio narrativo che artistico. Il bianco e nero, inoltre, rende gli eventi più lontani, creando un effetto di distacco. La scelta del colore è stata quindi anche una scelta di vicinanza. Questo approccio si è poi evoluto. 

In Die Sommer ihres Leben (L’estate della sua vita), i colori svolgono funzioni mirate: segnano i piani temporali e gli spazi della memoria, creando orientamento nelle fasi della vita della protagonista, Gerda. Un principio simile l’ho sviluppato in Emmie Arbel, dove la drammaturgia cromatica ha un ruolo ancora più centrale. Io concepisco i colori meno come simboli e più come spazi atmosferici, ai quali a volte associo anche livelli temporali. Il colore mi aiuta a guidare in modo intuitivo attraverso la storia, senza dover spiegare che stiamo saltando in un altro tempo o entrando in un nuovo stato emotivo. 

Un tema centrale, che attraversa tutte le tue opere, e in “Irmina” diventa particolarmente evidente, è la memoria. Da dove nasce il tuo interesse verso questo elemento?

Il tema della memoria non mi ha più lasciata, è vero. L’ho incontrato in forme diverse e l’ho approfondito, inizialmente anche in una dimensione più nostalgica, come in L’estate della sua vita con Thomas von Steinaecker. Ma sempre di più mi sono resa conto che la memoria è spesso legata anche al trauma, alla violenza, alla perdita ed è qui che la testimonianza diretta diventa fondamentale. Senza queste voci, spesso non avremmo la prospettiva delle persone perseguitate, perché molti documenti, fotografie e tracce provengono dal punto di vista dei carnefici.

Come possiamo narrare storie per le quali a volte non ci sono parole?

Per il dialogo con Emmie Arbel sono stata supportata dal progetto internazionale e multiprospettico Survivor-Centred Visual Narratives, che esplora le intersezioni tra ricerca scientifica e artistica attraverso i mezzi del fumetto. Ho collaborato con storici, esperti di storia orale e conarchivi. È stata un’esperienza molto arricchente per noi tutti.

In molti tuoi progetti ti occupi di temi come antisemitismo, xenofobia, discriminazione, razzismo, polarizzazione.

Per me realizzare fumetti è sempre un modo per parlare del presente. Raccontiamo la storia per capire cosa significhi oggi, per comprendere meglio il nostro presente.

Siamo abituati a giudicare in fretta: giusto o sbagliato, dentro o fuori la nostra bolla. Il fumetto offre una possibilità speciale: permette vicinanza senza mostrare direttamente le persone. Le esperienze diventano visibili, mantenendo però l’anonimato di chi le racconta, creando uno spazio intermedio, dove è possibile ascoltare e aprirsi.

Cosa può fare in particolare il disegno in questo contesto?

Il disegno, più che rappresentare, può lavorare in modo simbolico, suggerire, lasciare aperta una porta. Non si tratta solo di informare, si tratta, in definitiva, di esperienze umane. Ed è proprio per questo che i fumetti raggiungono in particolare i più giovani: parlano non solo alla mente, ma anche al cuore, creano vicinanza e aprono nuove prospettive e complessi spazi di riflessione per tutte le generazioni.

Per concludere, da settembre 2025 sei a Roma per una residenza artistica a Villa Massimo e una mostra. Che tipo di soggiorno immagini e cosa hai in programma?

Lavorare a Villa Massimo per me è davvero un regalo, un sogno che si avvera. Per dieci mesi ho la possibilità di dedicarmi a un nuovo progetto di libro. È una grande opportunità per potermi concentrare interamente su questo ed è proprio per questo che borse di studio del genere sono così preziose. A gennaio parte anche una mostra di disegni originali al Goethe-Institut Rom. Sono molto felice di poter essere lì di persona, sarà sicuramente un periodo intenso e molto stimolante.

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