Hannah Arendt

Hannah Arendt Foto: © Heimatfilm Regia: Margarethe von Trotta, Germania 2011/2012, 100 min.
Con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen


Nel 1961 Hannah Arendt è a Gerusalemme come inviata del New Yorker per scrivere del processo contro il gerarca nazista Adolf Eichmann. È convinta che stia per assistere al faccia a faccia con un mostro. Si ritrova invece davanti a un banale burocrate. A partire da questo fatto biografico prende forma il ritratto intenso di una donna coraggiosa e decisa.

La pellicola racconta della filosofa Hannah Arendt (1906-1975), dell’analisi e delle osservazioni fatte da lei durante il processo contro Adolf Eichmann. Ritratto profondo e a tutto tondo di un intellettuale d’eccezione del XX secolo, il film rivolge lo sguardo anche agli immigrati ebrei provenienti dalla Germania nella New York degli anni ’60, diventando una testimonianza importante delle storie di quel particolare gruppo di persone.

Nel 1960 il criminale nazista Adolf Eichmann viene rapito in Argentina e portato in Israele dove viene poi processato. La scrittrice e filosofa Hannah Arendt, ebrea tedesca, si reca a Gerusalemme per conto della rivista The New Yorker. Nel 1933 Arendt aveva abbandonato la Germania e dal 1941 si era stabilita a New York. Lo stupore è grande quando l’incriminato si rivela essere un burocrate mediocre. Del mostro o del genio criminale non c’è ombra.

Di dialogo in dialogo - tra la filosofa e il marito Heinrich Blücher (Axel Milberg), tra lei e gli amici di vecchia data, Hans Jonas (Ulrich Noethen), Kurt Blumenfeld (Michael Degen) e Mary McCarthy (Janet McTeer), e tra lei e la segretaria Lotte Köhler (Julia Jentsch) - lo spettatore apprende particolari della sua biografia e le ragioni politico-filosofiche dietro alla sua posizione. Al racconto si alternano frammenti della vita passata in Germania e del rapporto con il filosofo Martin Heidegger (Klaus Pohl).
Dopo due anni di lavoro intenso, l’articolo viene pubblicato nel 1963 in cinque parti. Già dopo l’uscita della prima il testo provoca uno scandalo su scala internazionale. Hannah Arendt si trasferisce in campagna per sfuggire all’attenzione pubblica. Anche tra i suoi amici c’è chi la critica duramente, accusandola di minimizzare l’Olocausto. La sua carriera accademica sembra in bilico e il Mossad, il servizio segreto israeliano, le chiede di rinunciare a raccogliere gli articoli in un libro (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme).
Arendt rimane però impassibile e non si tira indietro di fronte al confronto con chi la critica. Nelle lezioni universitarie che tiene d’ora in poi le aule sono gremite, gli studenti ascoltano con interesse le sue analisi e le sue impavide conclusioni. Proprio agli occhi delle generazioni più giovani la sua concezione della natura umana, il suo senso di responsabilità personale e l’impegno che c’è dietro al suo pensiero fanno di lei una guida.

Ralph Eue